Le dieci frasi sessiste dei politici che non avremmo voluto ascoltare quest’anno

di Annalisa Cangemi, Giulia Casula, Francesca Moriero e Luca Pons
Ogni 8 marzo, tutto il mondo politico non perde occasione di ribadire quanto sia importante rispettare le donne, tutelarle dalla violenza, esaltarle per i loro meriti o altro ancora. Peccato che poi, nel resto dell'anno, in pochi si mantengano in linea con quelle dichiarazioni altisonanti. Perché la verità è che viviamo in un sistema patriarcale, di cui la politica è uno specchio, e quasi nessuno è davvero interessato a metterlo in discussione alle radici.
Dall'8 marzo 2025 a oggi abbiamo visto decine, se non centinaia, di frasi sessiste venire da esponenti politici. Pronunciate da destra e da sinistra, da uomini e anche da donne. Le vittime, invece, sono sempre state le donne. Donne che oggi, per aggiungere la beffa al danno, finiranno nei post social di quegli stessi politici, vogliosi di fare bella figura, magari aggiungendo anche qualche mimosa.
Abbiamo raccolto dieci frasi – come detto, avrebbero potuto essere molte di più – che nell'ultimo anno sono arrivate dal mondo politico. Da esponenti di governo a consiglieri di piccoli Comuni, fino a ‘padri nobili' della sinistra. Nella speranza che, l'anno prossimo, la lista sia almeno un po' più corta.
- 1Il ministro Nordio e il "Dna dei maschietti"
- 2La ministra Roccella esulta per ogni donna che non viene uccisa
- 3Vannacci sceglie il body shaming per insultare Carola Rackete
- 4Il consigliere nostalgico a Modena: "Il voto alle donne ha rotto l’unità familiare
- 5Il trucco, il bell’aspetto e la politica ridotta a immagine: il caso Salis
- 6Il sindaco di FI a Trieste posta un fotomontaggio di Schlein vestita da befana
- 7Di nuovo il sindaco Dipiazza: "Non mi sono mai fatto comandare da una donna"
- 8Torino, il microfono acceso che svela il patriarcato bipartisan
- 9La Russa rivolge un complimento inappropriato a una cronista: “Sei carina”
- 10Prodi tira i capelli a una giornalista e sbotta: “Ma che domande mi fa?”
Il ministro Nordio e il "Dna dei maschietti"
"Anche se oggi l'uomo accetta l'assoluta parità formale e sostanziale nei confronti della donna, nel suo subconscio, nel suo codice genetico trova sempre una certa resistenza". Come a dire, gli uomini sono contrari per natura alla parità di genere. Andando solo un po' più in là si arriverebbe a dire che in fondo non è colpa loro, sono fatti così. Le parole del ministro della Giustizia Carlo Nordio hanno sollevato una polemica quando le ha pronunciate a un evento sui femminicidi, parlando della "mentalità dei maschietti" e della necessità di "rimuovere questa sedimentazione millenaria di superiorità".
Non era la prima volta che Nordio prendeva posizione sul tema, sempre con uscite disastrose. Solo nell'ultimo anno ha dato la colpa agli stranieri, ha detto alle donne che tocca a loro difendersi dai femminicidi e che la scuola non può intervenire perché tocca alle famiglie educare su queste cose. Eppure nonostante il ministro della Giustizia abbia chiarito più e più volte che non sa, o non capisce, cosa significhi davvero vivere in un sistema patriarcale, né la presidente del Consiglio che lo ha scelto né i suoi colleghi di partito e di governo (donne e uomini) hanno mai pensato di contraddirlo.
La ministra Roccella esulta per ogni donna che non viene uccisa
Anzi, per restare nel governo Meloni, anche la ministra della Famiglia e delle Pari opportunità Eugenia Roccella nell'ultimo anno non ha risparmiato uscite problematiche. Un esempio: "Ogni donna che viene uccisa è troppo, ma bisogna anche fare l'inverso: ogni donna che non viene uccisa è un fatto positivo". La ministra lo ha detto a margine di una conferenza contro il femminicidio, a pochi giorni dalla giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Possiamo dare tutto il beneficio del dubbio a Roccella. Stava parlando di un lieve calo del numero di femminicidi in Italia, e voleva dire che anche un risultato limitato come quello era un bene: "Ogni donna che riusciamo a salvare dal ciclo della violenza è fondamentale", ha aggiunto subito dopo. Ma una ministra della Repubblica, tanto più se ha la delega alle Pari opportunità, non può permettersi di parlare con leggerezza di un tema come questo.
Vale la pena di ricordarlo: una donna che non viene uccisa non è un fatto positivo, è la normalità. O dovrebbe esserlo. Se si fa passare il messaggio alle donne che dovrebbero essere contente per ogni giorno in cui non subiscono violenze, si fa un favore enorme a quella cultura che vede i femminicidi come un fatto inevitabile. E che quindi tratta tutte le donne come vittime, che devono considerarsi fortunate se la scampano.
Vannacci sceglie il body shaming per insultare Carola Rackete
Se qualcuno si volesse cimentare nella ricerca di commenti sessisti da parte dell’ex generale Roberto Vannacci, ora leader di Futuro Nazionale, avrebbe l’imbarazzo della scelta. Ne abbiamo selezionato uno, all’interno di un vasto campionario: la scorsa estate l’eurodeputato ha commentato sul suo profilo una notizia riguardante Carola Rackete, ovvero le dimissioni dal Parlamento europeo dell’attivista ed ex comandante della Sea Watch-3.
Vannacci ha reputato giusto accompagnare l’addio all’Europarlamento da parte dell'eurodeputata tedesca, invisa alla destra, esprimendole tutto il suo disprezzo. Ma non lo ha fatto criticando le sue opinioni o le sue battaglie, come avrebbe potuto fare con un qualsiasi avversario politico di sesso maschile. Ha scritto un post gratuitamente offensivo e violento, che è poi la cifra dell’autore de ‘Il mondo al contrario’. Il post recitava: “Non ci mancherai! Ora speriamo che anche Ilaria Salis e Mimmo Lucano seguano l’esempio”. Se si fosse limitato a queste poche parole, la dichiarazione non avrebbe avuto l’effetto di aizzare i suoi seguaci. Vannacci ha pensato allora di allegare una foto di Rackete, un’immagine delle sue gambe non depilate.
Un ‘body shaming’ in piena regola, costruito con l’unico scopo di provocare e solleticare gli appetiti social degli ‘haters’ e i loro più bassi istinti. Difficile rintracciare insulti o attacchi rivolti a uomini che abbiano come oggetto difetti fisici, veri o presunti. Invece se si vuole colpire una donna, tra l’altro colei che ha sfidato Salvini (le accuse contro l’attivista sono state definitivamente archiviate) la scorciatoia è sempre passare dal suo corpo. Un po’ come dire “per me sei un involucro, non vali niente”.
Non contento Vannacci si è anche difeso, respingendo le accuse di sessismo: "Se una signora mette deliberatamente in pubblica evidenza un decolleté prorompente" è perché "ne va particolarmente fiera e apprezza chi lo ripropone", quindi "se la stessa signora mette deliberatamente e pubblicamente in evidenza delle gambe pelose" è "una scelta" e sottolinearlo non "dovrebbe apparire sessista". Parole che denunciando la banale arroganza del potere maschile, che si fa beffe delle vittime crogiolandosi nella sua impunità.
Il consigliere nostalgico a Modena: "Il voto alle donne ha rotto l’unità familiare"
Non sono solo i politici di calibro nazionale – ministri o parlamentari – a fare uscite che mostrano quanto è radicata la mentalità patriarcale in Italia. Gli esempi locali si sprecano. Uno particolarmente recente è arrivato alla fine di gennaio a Formigine, in provincia di Modena.
Righi Riva, ex candidato sindaco del centrodestra, oggi consigliere comunale con una lista civica, ha preso la parola e si è lanciato in un discorso che sarebbe sembrato fuori posto anche settant'anni fa. "Il diritto di voto alle donne è stato riconosciuto in Italia solo nel 1946 perché vi era il fondato timore che potesse rappresentare un primo attacco all'unità familiare. La storia si è incaricata di dimostrare che il timore era più che fondato".
Un attacco al diritto di voto alle donne, una misura che in tutta Europa è consolidata da più o meno un secolo, e che oggi neanche l'ultradestra osa mettere apertamente in discussione. "Se una casa è divisa in se stessa quella casa non può reggersi", ha insistito Riva, che poi ha messo in mezzo le "leggi sul divorzio, sull'aborto, la riforma del diritto di famiglia". Un estremismo che però, in un certo senso, è utile. Mostra quale sia la conseguenza se si porta fino in fondo la logica patriarcale. E ricorda che tutti i diritti, anche quelli che sembrano più solidi, non sono mai del tutto al sicuro da chi vuole metterli in discussione.
Il trucco, il bell’aspetto e la politica ridotta a immagine: il caso Salis
Nella campagna per le comunali di Genova si è ripetuto lo stesso copione. Dal palco di un evento elettorale, parlando dell’allora candidata progressista Silvia Salis, oggi sindaca di Genova, il leader di Forza Italia e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha scelto di ridurre la contesa politica a una questione di apparenza. Alla sinistra, ha detto, non basterebbe “rifarsi il trucco con una persona di bell’aspetto”, aggiungendo che alla città non servono “persone da passerella” ma qualcuno capace di amministrare.
Parole che arrivavano a distanza di poche settimane da un’altra uscita, sempre nello stesso contesto elettorale: quella di Maurizio Gasparri, che aveva definito Salis “carina ma inadatta a governare”. Due frasi diverse, ma costruite sulla stessa logica. Quando una donna entra nella competizione politica, il terreno della discussione slitta con sorprendente facilità dalle idee al corpo, dalle competenze all’immagine.
Il meccanismo è semplice e antico: prima si introduce l’aspetto fisico nel discorso pubblico, poi lo si usa come chiave per svalutare il resto. Non importa che si tratti di un complimento apparente o di una battuta: il risultato è sempre lo stesso, perché sposta l’attenzione su un piano che con l’attività politica non dovrebbe avere nulla a che fare. Le critiche del centrosinistra non si sono fatte attendere, con accuse di sessismo e richieste di riportare il confronto sui contenuti. Ma il punto non è soltanto la polemica del giorno.
Il punto è il riflesso culturale che queste frasi rivelano: un riflesso così radicato da emergere quasi inavvertitamente, come se fosse naturale valutare una donna che fa politica attraverso le categorie della bellezza o della seduzione. Basterebbe un semplice esercizio mentale per capire l’assurdità di certe parole: qualcuno immagina davvero un leader politico che presenti un candidato uomo dicendo che “non basta il bel sorriso” o “non basta rifarsi il trucco”? No. Perché agli uomini, in politica, non viene quasi mai chiesto di giustificare il proprio corpo. Alle donne sì. Ed è proprio in questa asimmetria, apparentemente banale ma profondamente rivelatrice, che si misura la distanza tra l’uguaglianza proclamata e quella reale.
Il sindaco di FI a Trieste posta un fotomontaggio di Schlein vestita da befana
Poi c’è il sindaco di Forza Italia a Trieste, Roberto Dipiazza, che in occasione dell’Epifania sceglie di pubblicare un fotomontaggio in cui Elly Schlein è vestita da befana. Con tanto di auguri. “Una goliardia”, potrebbe dire qualcuno. “Un’immagine scherzosa”, qualcun altro. Neanche a dirlo, niente di tutto questo. Quella foto non ha nulla a che vedere con la satira, né aveva l’intenzione di esserlo. Crederlo significherebbe negare la realtà, ovvero l’esistenza di una cultura, ben radicata soprattutto in una certa parte politica, che riduce le donne a corpi.
Corpi da sessualizzare e oggettificare se giudicati attraenti, da deridere e bullizzare quando non sono ritenuti tali. Il tutto sempre secondo canoni stabiliti dagli uomini o comunque basati sui loro gusti. Una cultura impregnata di logiche maschiliste che legittima il body shaming per colpire un’avversaria politica. Non pensate siano frasi isolate, non lo sono. Sono il sintomo più evidente di una patologia che attraversa la società, la fiacca, la debilita. E che finisce per ripercuotersi sulle scelte di governo, sulle leggi approvate, su quelle che mancano.
E allora, come pensiamo di cambiare le cose? Come pretendiamo di compiere quel cambiamento culturale che tanto auspichiamo se uno degli strumenti principali deputati a realizzarlo, la politica, è ancora così profondamente “malato”?
Di nuovo il sindaco Dipiazza: "Non mi sono mai fatto comandare da una donna"
Torna, da recidivo, il sindaco Dipiazza. Con un episodio arrivato in realtà poche settimane prima del fotomontaggio da "befana" di Elly Schlein. A dicembre, in Consiglio comunale, Dipiazza aveva attaccato la consigliera del M5s Alessandra Richetti. Dopo che questa aveva criticato il linguaggio del sindaco, lui era saltato su mettendosi a gridare: lo scambio acceso tra i due si era concluso quando Dipiazza aveva urlato "Non mi sono mai fatto comandare da una donna, tanto meno da te".
Parole che è difficile commentare. Una dichiarazione trasparente, che non si può ‘fraintendere', o ‘manipolare', o prendere ‘fuori contesto' come spesso obiettano i politici che fanno uscite infelici. Il sindaco ha detto esplicitamente che non ha intenzione di prendere ordini (o accettare critiche, come in questo caso) da una donna, in quanto donna. Rimandando a una visione del mondo in cui le donne non devono esercitare alcun potere. Più chiaro di così non si può.
Torino, il microfono acceso che svela il patriarcato bipartisan
A ricordarci quanto il problema sia trasversale non serve neppure cambiare campo politico. Basta spostarsi a Torino, dove durante una seduta della Circoscrizione Otto un consigliere del Partito democratico, Dario Pera, ha pensato di riempire un momento di attesa con una battuta che appartiene al repertorio più stanco del sessismo. Mentre si procedeva all’appello finale, la consigliera Noemi Petracin ha impiegato qualche secondo a rispondere. In quel breve silenzio Pera ha commentato con una frase triviale, alludendo a una prestazione sessuale.
Una di quelle uscite che qualcuno liquida come “goliardia”, qualcun altro come semplice scivolone linguistico. Lui stesso ha parlato di fraintendimento. La consigliera, però, ha scelto di non lasciar scivolare la battuta nell’archivio delle cose da ignorare per quieto vivere. Ha ricordato che il sessismo non è un fatto privato né una questione di suscettibilità individuale: è un problema culturale e politico. Perché una frase del genere non serve solo a umiliare una persona, ma contribuisce a consolidare un immaginario in cui le donne, anche quando siedono in un’assemblea elettiva, restano corpi su cui scherzare.
La Russa rivolge un complimento inappropriato a una cronista: “Sei carina”
E veniamo a un caso degli ultimissimi giorni. Il presidente del Senato Ignazio La Russa, a un evento tra l’altro dedicato alle madri costituenti, ha trovato opportuno sminuire la professionalità di una giornalista di La7, Roberta Benvenuto, che si era avvicinata per intervistarlo. La seconda carica dello Stato ha usato una tecnica rodata negli ambienti della politica: per eludere le domande, a cui evidentemente non voleva rispondere, La Russa le ha rivolto dei complimenti sul suo aspetto fisico, del tutto fuori luogo e inadatti al contesto. "Sei carina, ma brava soprattutto. Soprattutto brava, perché oggi le donne valgono soprattutto se brave. Ma non rispondo a domande che non siano sulla mostra".
Perché rivolgersi alla cronista con un apprezzamento? Sicuramente l’obiettivo era spiazzarla, neutralizzarla e così renderla più ‘inoffensiva’. Un commento estetico non richiesto non solo è sgradevole, ma ha il preciso scopo di delegittimare l’interlocutore, in questo caso una bravissima cronista politica, con l’effetto di segnalare uno squilibrio di potere tra il soggetto che pone legittimamente una domanda e quello che la riceve, a vantaggio naturalmente del secondo. Evidenziare le caratteristiche fisiche di una donna, qualunque esse siano, perlopiù in una cornice formale come quella di un evento istituzionale a Palazzo Madama, equivale a non riconoscere il ruolo che ricopre.
Ciò che sorprende, si fa per dire, è che in quest’episodio sia stato protagonista La Russa, lo stesso che tre anni anni fa proponeva una manifestazione di soli uomini contro i femminicidi (iniziativa caduta nel vuoto). Al presidente del Senato ricordiamo che le donne non se ne fanno nulla di vedere sfilare per strada mariti, fidanzati e rappresentanti delle istituzioni, se la cultura patriarcale e della sopraffazione persiste nelle più banali interazioni quotidiane.
Prodi tira i capelli a una giornalista e sbotta: “Ma che domande mi fa?”
Quando è un intero sistema a essere patriarcale, nessuno è immune. È un immaginario che attraversa ogni partito, senza distinzioni di area. Ve lo ricordate Romano Prodi che tira i capelli alla giornalista di Quarta Repubblica perché spazientito dalla sua domanda? Lo scorso marzo l’ex premier ha sbottato contro la cronista Lavinia Orefici che gli aveva chiesto di commentare alcune frasi del Manifesto di Ventotene. Il riferimento era alla polemica sollevata in quei giorni da Giorgia Meloni che aveva preso e decontestualizzato alcuni passaggi di uno dei testi fondativi dell’Ue per attaccare le opposizioni. Incalzato dalla giornalista, Prodi ha risposto infastidito – “Ma che cavolo mi chiede?” – per poi tirarle una ciocca di capelli, schernendola.
In seguito l’ex premier si è scusato, parlando di un “gesto che appartiene alla sua gestualità familiare”, come se la dimensione familiare contribuisse a renderlo in qualche modo più accettabile. Ma al di là delle scuse, in questo caso, uno degli aspetti più interessanti è come ha scelto di muoversi l’ecosistema politico attorno. Da diversi esponenti del Partito democratico, incluse donne, il comportamento di Prodi è stato difeso, protetto, ridimensionato, ridotto a “buffetto” paternalistico di un uomo anziano o a una reazione giustificata dalla domanda troppo provocatoria della giornalista. Invece, si è trattato di tutt’altro. Un’offesa, un’invasione di campo non richiesta nei confronti del corpo di una donna, volta a delegittimare il suo lavoro e a umiliarla.
Anche qui un buon esercizio che può aiutare chi non la riconosce a cogliere la problematicità di una certa frase o atteggiamento è sempre quello di ribaltare la narrazione. Sarebbe mai potuto accadere con un uomo? La risposta la conosciamo. Ma il fatto che quel gesto sia stato minimizzato, considerato l'espressione di un uomo che dà in escandescenza perché provocato, è un indizio del livello di radicamento di determinate logiche che in alcuni casi anche le donne hanno interiorizzato, accettandole. È un chiaro esempio di come la politica continui a ragionare secondo schemi asimmetrici e maschilisti che si riflettono sull’impianto su cui costruiamo la società. Finché tali dinamiche saranno avvallate, il potere resterà un affare degli uomini. Anche se chi siede al governo è una donna.