Lavoro, il paradosso dei numeri: cresce l’occupazione femminile ma le donne restano confinate nei salari più bassi

Negli ultimi anni l'occupazione femminile in Italia è aumentata con una continuità che non si registrava da tempo. I dati del Gender Policy Report 2025 dell'Inapp confermano una tendenza positiva: nel secondo trimestre del 2025 il tasso di occupazione delle donne sale al 53,9 per cento; un risultato che segna un progresso rispetto al passato, ma che racconta solo una parte della storia. C'è un confronto che resta infatti impietoso: la distanza con l'occupazione maschile è ancora ampia e il divario con la media europea non si riduce. In altre parole, le donne lavorano di più rispetto a prima, ma l'Italia continua a essere uno dei Paesi in cui la partecipazione femminile al mercato del lavoro rimane comunque strutturalmente bassa. Un miglioramento quantitativo che non riesce cioè ancora a trasformarsi in un vero cambio di modello.
Più lavoro, ma nessuna stabilità
Il report Inapp insiste su questo punto: la crescita dell'occupazione femminile non coincide con un miglioramento della qualità del lavoro: le donne restano più esposte, e quindi confinate, alla discontinuità occupazionale, al part-time involontario e ai contratti temporanei. È una partecipazione che spesso si regge su forme di lavoro meno stabili, più vulnerabili e meno tutelate.
La maternità come linea di frattura
Questa fragilità emerge con forza quando si osserva l'impatto della maternità: la presenza di figli piccoli continua a rappresentare uno spartiacque decisivo. Tra le donne con bambini sotto i sei anni il tasso di occupazione cala drasticamente, mentre tra gli uomini la genitorialità non produce lo stesso effetto. Il carico del lavoro di cura resta insomma ancora profondamente squilibrato e si traduce in una minore disponibilità al lavoro o in un'uscita temporanea – e spesso definitiva – dal mercato. Il risultato è una partecipazione femminile che cresce, ma che resta ancora "condizionata": più intermittente, più dipendente dalle fasi della vita familiare e meno continua nel tempo. Ed è proprio la discontinuità a pesare sulle carriere e, soprattutto, sui salari.
Stipendi bassi, part-time e meno opportunità
Il capitolo retributivo è infatti proprio quello che fotografa con maggiore nettezza il divario di genere: i dati Inapp mostrano come le donne siano nettamente sovrarappresentate nelle fasce di reddito più basse: fino ai 20 mila euro annui, la presenza femminile è superiore a quella maschile; man mano che si sale nella scala retributiva, la proporzione si rovescia; oltre i 40 mila euro, e ancor più nelle fasce sopra i 60 o 80 mila, le donne diventano una minoranza. Non si tratta solo di differenze salariali a parità di mansione, ma di una distribuzione diseguale delle opportunità. Le donne accedono meno frequentemente ai ruoli meglio pagati, alle posizioni apicali e ai percorsi di carriera più continui. Il mercato del lavoro italiano continua insomma a collocarle prevalentemente nei settori e nelle occupazioni a più basso valore economico.
Anche il part-time gioca ancora un ruolo decisivo: è largamente femminile e spesso non scelto, ma subìto. Questo riduce il reddito, rallenta la progressione professionale e ha effetti di lungo periodo anche sulle pensioni future; una penalizzazione che si accumula ovviamente nel tempo e che contribuisce a rendere strutturale il divario economico tra uomini e donne.
Il report segnala poi un altro rischio che guarda al futuro: la trasformazione del lavoro legata all'innovazione tecnologica e all'intelligenza artificiale potrebbe colpire in modo selettivo le occupazioni più fragili, dove le donne sono oggi maggiormente presenti.
Una questione strutturale, non solo di equità
Senza politiche mirate, quindi, la crescita occupazionale rischia di non essere sostenibile e di tradursi in nuove forme di esclusione. Il messaggio che emerge è dunque estremamente chiaro: aumentare l'occupazione femminile non basta se non si interviene sulla qualità del lavoro. Servono servizi, politiche di conciliazione, una redistribuzione più equa del lavoro di cura e un accesso reale alle carriere e ai salari più alti; altrimenti il rischio è quello di un progresso solo apparente, fatto di numeri in crescita ma di disuguaglianze che restano profonde e intatte.
Per l'Inapp, la partecipazione delle donne al lavoro non è poi solo una questione di equità, ma una condizione necessaria per la tenuta economica e sociale del Paese. Continuare a confinare metà della popolazione nei lavori più precari e meno pagati significa rinunciare a una parte rilevante del potenziale produttivo italiano.