Mettiamola nel modo più semplice possibile: le politiche basate sulla war on drugs sono state un fallimento ovunque, il proibizionismo e la repressione hanno avuto effetti devastanti, la “terza via” e il cerchiobottismo non funzionano. Le manifestazioni e le proteste di questi giorni, in sostanza, non fanno altro che ricordarci che è giunto il momento di prenderne atto, mettere da parte timori e pregiudizi e affrontare finalmente in modo efficace il discorso sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ci sono diverse buone proposte già depositate, c’è un accordo di massima sulla struttura di un testo condiviso e c’è la consapevolezza che i tempi siano maturi affinché si possa costruire una maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Mancano la volontà politica (il modo in cui zingarettiani e contiani stanno affrontando la questione è piuttosto imbarazzante) e un dibattito serio che coinvolga l’opinione pubblica, in modo da riportare la questione nella giusta prospettiva (operazione non semplicissima, come dimostra l’ultimo post di Alessandro Di Battista, peraltro uno di quelli favorevoli alla legalizzazione, in cui si parla a sproposito di gay pride e di comportamenti individuali…).

Lo scriveva molto bene Luigi Manconi nel presentare una proposta di legge sul tema: “Oggi, anche per ammissione di numerosi protagonisti di quella stagione, è infatti diffusa a livello mondiale l’opinione che le politiche di «War on drugs» siano fallite. Tale approccio, generalmente e quasi esclusivamente repressivo, appare oggi tanto più anacronistico in quanto in aperto contrasto con le tendenze legislative in atto negli Stati Uniti d’America, in molti Paesi del Centro e Sud America, nonché con le riflessioni in numerosi Paesi europei”. Un fallimento pratico, prima ancora che politico – ideologico, se è vero che, come scrive la stessa Direzione Nazionale Antimafia “la mastodontica attività di contrasto non ha portato significativi risultati sotto il profilo della riduzione dei consumi di sostanze stupefacenti, soggetti, al più, a fluttuazioni di carattere macro-geografico, generazionale o culturale; né sono percepibili variazioni significative nel flusso di denaro di cui si appropriano annualmente diversi sodalizi criminali” (le stime sul giro d’affari variano molto, la DNA parla addirittura di 60 miliardi di euro, diversi studi indipendenti si fermano a circa 10 miliardi di euro o 7 miliardi per la sola cannabis). Anche dal lato meramente economico, insomma, come spiegava Gonnella qualche tempo fa “la guerra alla droga ha regalato soldi alle organizzazioni criminali, ha lasciato che lo Stato perdesse miliardi in tasse non riscosse e ne perdesse per la repressione, ha distrutto la vita di migliaia di giovani, ha impedito di sviluppare la ricerca sugli utilizzi terapeutici della cannabis”. Così come non ci sono dubbi sul fatto che la legalizzazione possa avere un impatto importante sul mercato del lavoro, con la creazione di opportunità e nuove attività. Sul versante sanitario la questione è stata ampiamente affrontata in altri Stati, mentre in Italia siamo riusciti a fare un casino epocale anche per disciplinare l'utilizzo terapeutico della cannabis (per non parlare del caos sulla cannabis light).

C’è poi un altro aspetto, che dovrebbe essere dirimente e che invece tendiamo a escludere dal dibattito pubblico: l’attuale legislazione ha un effetto deleterio sul sistema carcerario, peraltro in modo del tutto iniquo. La stragrande maggioranza delle persone finisce in carcere per violazione dell’articolo 73 del Testo Unico (detenzione e spaccio), mentre solo una quota marginale incappa nell’articolo 74 (traffico di sostanze stupefacenti). Detto in poche parole: a finire in carcere non sono i grandi trafficanti, i criminali o gli esponenti delle organizzazioni mafiose, ma soprattutto consumatori e piccoli spacciatori, spesso in modo recidivo e dunque perdendo l’accesso alle misure alternative al carcere. Un intero sistema repressivo, che peraltro costa miliardi di euro e acuisce le sofferenze della popolazione carceraria, che potrebbe essere smantellato con un atto di coraggio e di buona volontà da parte delle forze politiche.

Ci sono, insomma, centinaia di buone ragioni per farlo (e qui ve ne mostriamo qualche altra). I tempi, lo ripetiamo, sono maturi. La politica, invece?