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La destra boccia la settimana corta, no all’orario di lavoro ridotto proposto dalle opposizioni

La Camera ha respinto la proposta delle opposizioni di introdurre in Italia la settimana corta lavorativa. Nonostante la richiesta di Pd, M5s e Avs di aprire un confronto sul tema, il centrodestra si è schierato contro. Se fosse passata, la legge avrebbe portato a lavorare solo quattro giorni a settimana invece di cinque, a parità di salario.
A cura di Luca Pons
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La Camera ha bocciato definitivamente la settimana corta. La proposta di Pd, Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi-Sinistra di introdurre gradualmente un orario ridotto di lavoro – quattro giorni invece di cinque – a parità di salario si è scontrata con il ‘No' del centrodestra. L'Aula di Montecitorio ha approvato un emendamento che ha di fatto cancellato il testo della proposta di legge, con 132 voti a favore, 90 contrari e nove astenuti.

Il ddl portava la firma di tutti i leader di partito. Elly Schlein è intervenuta in Aula per attaccare: "Non è un tema di parte. Ci risiamo. Mi chiedo perché, ogni volta che le opposizioni fanno una proposta per migliorare le condizioni di chi lavora, voi l’affossate". Il riferimento è alla proposta di congedo paritario obbligatorio respinta solo una settimana fa in Parlamento.

Il centrodestra si è difeso parlando dei costi della misura. Lo scorso anno, la Ragioneria di Stato avrebbe registrato che la legge, includendo anche il settore pubblico e non solo quello privato, avrebbe portato a una spesa "non quantificabile" per le casse pubbliche. "Bisogna scrivere meglio le proposte di legge", ha commentato Walter Rizzetto di Fratelli d'Italia.

Cosa diceva la proposta di settimana corta bocciata alla Camera

Il testo della proposta di legge era stato depositato quasi un anno e mezzo fa dai tre partiti dell'opposizione. Insieme al salario minimo e altri interventi, era parte di una campagna condivisa di misure sul mondo del lavoro.

Si prevedevano diversi passaggi: per prima cosa, "favorire" la firma di contratti collettivi e aziendali per portare gradualmente a orari di lavoro fino a 32 ore settimanali, a parità di salario. Divisibili o con orario ridotto in cinque giorni, o con la settimana corta da quattro giorni.

Questa prima fase ‘soft' sarebbe durata tre anni, per spingere le aziende ad adeguarsi volontariamente anche con degli incentivi (un taglio dei contributi). Solo dopo sarebbe scattato un provvedimento per ridurre legalmente l'orario di lavoro. Il governo, con un Dpcm, avrebbe abbassato il massimo consentito fino a 36 ore a settimana invece delle attuali 40.

Schlein: "È una scelta politica, lasciate crescere disuguaglianze"

Le cose però non sono andate così. La Camera ha bocciato la proposta di legge, o meglio, ha approvato un emendamento che ne ha cancellato del tutto il testo. Furiosa la segretaria del Pd Elly Schlein, che ha preso la parola in Aula. "È passata una settimana e siamo di nuovo qui. Le opposizioni fanno una proposta per migliorare le condizioni di chi lavora, voi la affossate senza nemmeno volerla discutere. L’avete fatto con il salario minimo, con il congedo paritario, oggi lo fate con la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario".

Si tratta di un tema che "non è di parte", ha insistito Schlein. "Con questa legge chiedevamo una sperimentazione che incentivi la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, dando centralità alla contrattazione collettiva. In questa direzione sono andati altri Paesi europei e molte aziende che hanno scoperto che questo migliora la produttività, e aumenta la conciliazione vita-lavoro". In Italia "si lavora molte più ore di Francia e Germania ma la produttività è più bassa. Si diventa più produttivi lavorando meglio". Bocciare questa proposta di legge "non è una scelta neutra, ma politica: significa lasciare che le diseguaglianze crescano. Saremo giudicati da chi, là fuori, si chiederà dove erano le classi dirigenti che non hanno messo in campo un'idea per evitare che queste diseguaglianze le pagasse chi ha già pagato e si è impoverito in questi anni".

Anche Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana e primo firmatario del ddl, ha parlato: "Quando si è di fronte a un obiettivo molto semplice, e cioè migliorare la condizione materiale della vita di milioni di italiani ed italiane, la destra cancella ogni iniziativa legislativa. Perché questa è la vostra collocazione: siete contro il lavoro e contro i lavoratori, siete contro i giovani, siete contro la maggioranza del Paese e per questo noi continueremo a batterci anche dopo che avrete bocciato per l'ennesima volta una legge buona e utile".

Dario Carotenuto, capogruppo del M5s in commissione Lavoro, ha attaccato: "Questo è un calcio al futuro del Paese, significa rinnegare i dati e voltare le spalle a esperienze che arrivano da tutto il mondo nonché da aziende italiane che già la stanno testando. Governo e maggioranza vanno in direzione ostinata e contraria rispetto a quanto accade a livello globale e oggi impediscono finanche un'opportunità volontaria, sostenuta da incentivi e inserita nell'alveo della contrattazione collettiva. Il 70% degli italiani è favorevole alla riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, una misura che impatterebbe positivamente anche sull'ambiente. La approveremo noi quando andremo al governo".

Rizzetto (FdI): "Scrivere meglio le proposte di legge"

A spiegare il perché del voto contrario è stato Walter Rizzetto, presidente della commissione Lavoro della Camera e deputato di Fratelli d'Italia: il problema, ha detto, è "più o meno sempre quello della settimana scorsa". Ad esempio, nel testo della legge "non c'è una espressa esclusione della pubblica amministrazione. Quindi la settimana corta si applicherebbe anche a tutta la PA, con ricadute certamente pesanti, perché avrebbe un fabbisogno aggiuntivo di personale è questo potrebbe essere un grosso problema".

In più, ha detto, gli incentivi previsti per la fase di sperimentazione potrebbero finire per "superare il triennio", per permettere di applicarli a più contratti collettivi. In questi casi servirebbero più soldi, "si passerebbe da 8,5 miliardi di euro a 11 miliardi, non coperti". Al di là del lato tecnico, è utile sottolineare che il dibattito in Parlamento serve proprio a limare le proposte di legge, trovare gli eventuali problemi è risolverli, come avviene continuamente per i ddl che poi vengono approvati. È evidente che, se ci fosse stata la volontà politica da parte del centrodestra, i problemi si sarebbero potuti risolvere, gli eventuali soldi aggiuntivi si sarebbero trovati e così via.

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