La Camera ricorda le donne iraniane, il premio Nobel Shirin Ebadi: “Altri Paesi non decideranno per noi”

Alla Camera si è tenuto il convegno "Finché non saremo libere. La lotta delle donne iraniane è anche nostra", un evento dedicato, in occasione dell'8 marzo, alla difficile condizione femminile sotto l'oppressione del regime di Teheran. In apertura è intervenuta la vicepresidente della Camera, Anna Ascani, e a seguire Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003, l'attivista Shady Alizadeh e la giornalista Cecilia Sala.
"L'8 marzo 1979 le donne in Iran – e non solo loro – scesero in piazza per reagire all'introduzione dell'obbligo del velo in pubblico come voleva l'ayatollah Khomeini. La battaglia sembrò vinta grazie a decine di migliaia di donne coraggiose, ma era solo questione di tempo e l'obbligo divenne infine legge", ha ricordato Ascani.
L'evento cade in concomitanza con la giornata internazionale della donna e vicino alla ricorrenza dagli 80 anni dal suffragio universale in Italia. "In questo 2026 in cui noi italiani ricordiamo che 80 anni fa per la prima volta le donne votarono e poterono essere elette, in cui cioè facciamo festa per un diritto tanto importante conquistato con la resistenza e la lotta al regime fascista, qui oggi vogliamo esprimere la nostra vicinanza alle donne, alle mamme, alle figlie, alle giovani e alle ragazze iraniane che nessuna dittatura potrà mai sconfiggere, anche se ha fatto e fa pagare loro prezzi altissimi. E le vogliamo anche ringraziare perché con la loro forza e con il loro sacrificio ci ricordano quanto siano preziose le conquiste che abbiamo ottenuto, anche quando pensiamo che sia tutto scontato. Solo la libertà, la lotta delle persone in carne e ossa per la libertà, può farci da faro in questo tempo cupo", ha concluso.
A seguire l'intervento di Shirin Ebadi, avvocata iraniana e premio Nobel per la pace, costretta da anni a vivere in esilio per sfuggire alla repressione del regime islamico. "Il 28 febbraio è iniziata una guerra tra l'Iran e questi due paesi, gli Stati Uniti e Israele. Nel primo giorno di questa guerra Kamenei e parte del suo entourage sono stati uccisi, un fatto che generalmente porterebbe indignazione fra i cittadini. Ma tra la popolazione iraniana ha suscitato gioia. Purtroppo da quel momento la guerra continua con grande intensità, le infrastrutture dell'Iran hanno subito gravi danni, e nella seconda settimana si sono levate colonne di fuoco nel paese, tanto che la Mezzaluna Rossa ha annunciato che l'aria è irrespirabile e, se dovesse piovere, la pioggia sarebbe acida", ha spiegato.
Per il premio Nobel 2003, "questa guerra è iniziata nel 1979 con la fondazione della Repubblica Islamica. Dopo quel fatto il regime ha dichiarato che la politica estera era la distruzione degli Stati Uniti e di Israele e tutte le politiche hanno seguito questo obiettivo", a partire "dall'armamento e dall'addestramento di Hazbollah. Le prime frasi insegnate ai bambini a scuole erano morte all'America e morte a Israele; nelle cerimonie ufficiali venivano disegnate a terra le bandiere di Usa e Israele al fine di farle calpestare dagli invitati. Secondo statistiche ufficiali, già prima dello scoppio della guerra, il 70% della popolazione viveva sotto la soglia di povertà. Questo modo di governare ha suscitato negli ultimi anni forte proteste ufficiali", ha raccontato. "In risposta la popolazione ha ricevuto proiettili e repressione: circa 30 mila vittime secondo le stime. Questo spiega in parte la gioia per la morte della guida Khamenei".
Ebadi ha descritto la situazione attuale in Iran, dove "gli uffici sono semichiusi, internet è chiuso, la popolazione non ha accesso alla rete. Icivili sono indifesi di fronte ai bombardamenti violenti degli Stati Uniti e Israele". Secondo alcune stime il numero di persone che hanno perso la vita finora è di circa 1.500. "Secondo le dichiarazioni dell'Unicef 180 bambini sono stati uccisi in Iran. Purtroppo la guerra continua e civili indifesi continuano a morire. Il popolo iraniano da anni denuncia la propria opposizione alla repubblica islamica. Molti giovani sono stati uccisi dal regime o condannati alla pena di morte, impiccati o ancora imprigionati. Moltissime famiglie sono state colpite dal lutto", ha aggiunto.
Di fronte all'incertezza e ai dubbi sul futuro del suo Paese, Ebadi ha rivendicato il diritto all'autodeterminazione del popolo iraniano. "Noi, popolo iraniano, non abbiamo alcun intenzione bellica con altri paesi. Le capacità nazionali del nostro paese dovrebbero essere impiegate per migliorare le condizioni di vita della popolazione civile, non per ucciderla. Non abbiamo bisogno dell'arricchimento dell'uranio per dare un pretesto agli Usa per attaccare l'Iran. Il regime della repubblica islamica non è stato deciso dal popolo. Perché allora cittadini devono essere puniti in questo modo? Noi chiediamo la caduta del regime e l'instaurazione di una democrazia. Abbiamo più di tremila anni di storia e civiltà, non giudicateci per i 49 anni di repubblica islamica. Siamo un popolo pacifico e non chiediamo la distruzione di alcun Paese. Non permetteremo che nazioni straniere decidano il nostro governo. Tutte le anime dell'opposizione comunque, chiedono la fine del regime islamico. Il futuro dell'Iran deve essere deciso attraverso un referendum presidiato dagli organi delle Nazioni Unite, così che il popolo iraniano possa decidere del proprio destino. Noi vinceremo perché siamo certi che la luce trionfa sempre sulle tenebre", è l'auspicio finale.
Secondo Shady Alizadeh, attivista e avvocata dei diritti umani, di origini iraniane "non si può pensare di instaurare qualsiasi democrazia senza pensare di scardinare il modello patriarcale e violento instaurato dal regime teocratico". In questo momento "lo scenario che ci auguriamo l'interruzione del conflitto e il riconoscimento di una possibilità di autodeterminazione degli iraniani e delle iraniane. Il timore più grande ora è che l'opposizione venga azzerata, con la scusa dei bombardamenti o con la violenza del regime. Chiediamo la libertà del popolo iraniano e l'impegno della comunità internazionale per liberare i prigionieri politici. Ma anche – ha concluso – un riconoscimento dei crimini internazionali commessi dal regime iraniano".