Diventare cittadino italiano è più semplice per un discendente di emigranti italiani, anche se è nato e ha trascorso una vita all'estero, che per una persona nata e cresciuta nel nostro Paese, ma da genitori stranieri. Un paradosso che evidenzia come il quadro normativo sulla cittadinanza in Italia non sia al passo con i tempi. Infatti, anche se negli ultimi anni sono continuati ad aumentare i nuovi cittadini di origine straniera, ottenere questo status giuridico rimane molto complicato. Mentre è pressoché automatico, per una persona nata e cresciuta all'estero, ma con antenati italiani, ottenere la cittadinanza indipendentemente da quante generazioni siano trascorse. E alla fine, guardando ai dati del 2019, il numero di discendenti di emigrati italiani che hanno ottenuto la cittadinanza per ius sanguinis pur vivendo all'estero, è di poco inferiore a quello dei "nuovi italiani", i cittadini di origine straniera che sono nati o che risiedono da moltissimo nel nostro Paese.

Nati e cresciuti in Italia, ma senza cittadinanza

Da diversi anni l'Italia si presenta come una meta per l'immigrazione. Dal 2012 si sono registrati più di 1 milione di nuovi cittadini di origine straniera. "Eppure, a causa di una legislazione che guarda prevalentemente al passato, diventare italiano per chi nasce e si forma nel nostro Paese o ci vive da molto tempo è più difficile che per i discendenti di emigrati italiani nati all’estero e che lì risiedono (spesso) stabilmente": è quanto rileva il Dossier Statistico Immigrazione 2020, realizzato dal Centro Studi e Ricerche Idos insieme a Confronti e che sarà presentato online il prossimo 28 ottobre.

Nel 2019 sono state 127mila (+12,9% rispetto all'anno precedente) le acquisizioni di cittadinanza da parte di stranieri residenti: in altre parole, 24 persone ogni mille stranieri residente. Si tratta di un fenomeno che, seppur non in maniera lineare, continua a crescere e "coincide con quel processo di progressiva inclusione che caratterizza tutti i movimenti migratori", sottolinea il dossier. Evidenziando "il peso dei giovani che diventano a tutti gli effetti cittadini italiani" al compimento del 18esimo anno di età: tra il 2012 e il 2018 se ne sono contati quasi 357mila, cioè il 38,2% del totale. "Un numero importante, ma da cui restano esclusi numerosi minori figli di cittadini stranieri, ma nati in Italia e che in Italia svolgono il loro percorso di vita, di formazione e di socializzazione, non avendo alle spalle alcuna personale esperienza di migrazione", prosegue il dossier. Che fa quindi riferimento ai dati che provengono dalle scuole, dove quasi i due terzi di tutti gli studenti con cittadinanza straniera sono nati in Italia.

I discendenti degli italiani all'estero

C'è poi il caso dei nuovi cittadini che, al contrario, pur essendo nati e cresciuti in un altro Paese, possono contare sulla cittadinanza grazie all'ascendenza italiana. Sono i discendenti degli emigrati italiani: magari non hanno mai visitato il nostro Paese e non parlano la lingua, ma giuridicamente grazie allo ius sanguinis sono comunque riconosciuti come cittadini italiani. Nel 2019, sono state 9 mila le acquisizioni di cittadinanza per discendenza da avo italiano e 91 mila gli italiani nati all’estero da nostri concittadini lì residenti", specifica il dossier.

Che tira poi le somme: "Un quadro, quello descritto dai dati, che rispecchia un impianto legislativo ancorato più al passato dell’Italia, quale “grande paese di emigrazione”, che al suo presente di “importante paese di immigrazione”. Basti solo considerare che l’attuale legge sulla cittadinanza, oltre a essere imperniata sullo ius sanguinis, non prevede alcuno sbarramento nel risalimento delle ascendenze, per cui uno straniero che possa vantare avi della Penisola persino precedenti all’Unità d’Italia può acquisire la cittadinanza italiana più facilmente di uno straniero che, pur nato e cresciuto in Italia, non possa dimostrare tali ascendenze".

Effettivamente nel sito del ministero degli Esteri si legge:

La legge del 1912, sebbene all’art. 1 confermasse il principio del riconoscimento della cittadinanza italiana per derivazione paterna al figlio del cittadino a prescindere dal luogo di nascita già stabilito nel codice civile del 1865, all’art. 7 intese garantire ai figli dei nostri emigrati il mantenimento del legame con il Paese di origine degli ascendenti, introducendo un’importante eccezione al principio dell’unicità della cittadinanza.

Le condizioni richieste per tale riconoscimento si basano perciò, da un lato sulla dimostrazione della discendenza dal soggetto originariamente investito dello status di cittadino (l’avo emigrato) e, dall’altro, sulla prova dell’assenza di interruzioni nella trasmissione della cittadinanza (mancata naturalizzazione straniera dell’avo dante causa prima della nascita del figlio, assenza di dichiarazioni di rinuncia alla cittadinanza italiana da parte degli ulteriori discendenti prima della nascita della successiva generazione, a dimostrazione che la catena di trasmissioni della cittadinanza non si sia interrotta).

La procedura per il riconoscimento si sviluppa nei passaggi di seguito indicati:
accertare che la discendenza abbia inizio da un avo italiano (non ci sono limiti di generazioni);
accertare che l'avo cittadino italiano abbia mantenuto la cittadinanza sino alla nascita del discendente. La mancata naturalizzazione o la data di un'eventuale naturalizzazione dell’avo deve essere comprovata mediante attestazione rilasciata dalla competente Autorità straniera.

"Si tratta di un meccanismo evidentemente sganciato dalle dinamiche demografiche e sociali che oggi caratterizzano il Paese e che spesso finisce per agire come un vettore di esclusione, in particolare nel caso delle così dette “seconde generazioni”: componente crescente e integrante della comunità nazionale, ma ancora in cerca di riconoscimento", conclude il dossier.