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Insultate, minacciate, archiviate: cosa succede quando una donna denuncia il sessismo online? Cathy La Torre risponde

Secondo l’avvocata e attivista Cathy La Torre, gli strumenti giuridici contro gli attacchi sessisti online esistono ma sono applicati con difficoltà e lentezza. Servono norme più efficaci sulle piattaforme, tempi rapidi per la rimozione dei contenuti e un sostegno concreto alle donne che decidono di denunciare.
A cura di Francesca Moriero
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"La violenza online non è virtuale: lascia segni reali, silenzia voci reali e spinge le donne fuori dallo spazio pubblico". È da questa constatazione che parte la riflessione dell'avvocata e attivista Cathy La Torre a Fanpage.it sul crescente fenomeno degli insulti sessisti e delle minacce rivolte online a giornaliste, politiche e, più in generale, a donne che lavorano o intervengono nello spazio pubblico. Un tema che torna centrale anche in occasione della Giornata internazionale della donna, che si celebra l'8 marzo e richiama ogni anno l'attenzione sui diritti, sulle disuguaglianze e sulle violenze che continuano a colpire le donne; ricorrenza che, sottolinea l'avvocata, non dovrebbe però esaurirsi in una giornata simbolica: la tutela delle donne nello spazio pubblico, anche digitale, dovrebbe essere una priorità quotidiana. Secondo La Torre, il problema è duplice: da un lato persiste un ritardo culturale che porta ancora a minimizzare la violenza digitale; dall'altro c'è un sistema giuridico che fatica ad adattarsi alla dimensione online. Gli strumenti legali esistono, dalla diffamazione alle minacce, ma sono stati pensati per un mondo analogico e oggi si scontrano con l'anonimato, con i tempi lunghi della giustizia e con una collaborazione spesso insufficiente da parte delle piattaforme. Il risultato, spiega, è che denunciare significa spesso affrontare procedimenti lunghi anni, costi elevati e una tutela che non è sempre accessibile a tutte. Per questo, accanto a un cambiamento culturale, secondo La Torre servono interventi concreti: una maggiore responsabilità legale delle piattaforme, meccanismi rapidi per la rimozione dei contenuti offensivi e la creazione di un fondo pubblico che sostenga le spese legali di chi decide di reagire alla violenza digitale.

Negli ultimi mesi sono sempre di più le donne impegnate in politica che denunciano pubblicamente insulti sessisti e minacce ricevute online; lo stesso accade, per esempio, a molte giornaliste che vengono colpite per aver semplicemente fatto il proprio lavoro. Attacchi che colpiscono il corpo, la sessualità, la legittimità stessa di stare nello spazio pubblico. Dal tuo punto di vista, siamo di fronte a un "problema culturale" che il diritto rincorre o a un vuoto normativo che consente questa impunità?

Entrambe le cose, ma attenzione a non usare "è un problema culturale" come alibi per non fare nulla sul piano giuridico. Il diritto non è uno specchio passivo della cultura: può anticiparla, può costringerla a cambiare. Gli strumenti normativi che abbiamo, diffamazione aggravata, minacce, molestie, esistono già. Il problema è che sono stati pensati per un mondo analogico e applicati con una pigrizia mentale che fatica a stare al passo con la violenza digitale. Quindi sì, c'è un ritardo culturale enorme, e c'è anche una scelta politica precisa nel non colmarlo.

Quando una donna decide di non subire e di denunciare, cosa accade dopo? Qual è il percorso concreto tra querela per diffamazione, minacce, molestie o hate speech, e quali sono i tempi e le probabilità reali che si arrivi a una tutela effettiva?

Accade che spesso ci si sente più sole di prima. Il percorso è: querela, iscrizione nel registro degli indagati (quando va bene), lunghi mesi di attesa, poi nella stragrande maggioranza dei casi una richiesta di archiviazione. Per la diffamazione online i tempi medi vanno dai due ai cinque anni. Le minacce vengono spesso qualificate come "non gravi". La tutela effettiva esiste, ma richiede risorse economiche è spesso non è una strada accessibile a tutte, e questo non è un dettaglio.

Molte raccontano che il primo ostacolo è proprio il sistema: costi, lungaggini, archiviazioni, difficoltà nel far riconoscere la gravità del linguaggio sessista. Dove si inceppa la macchina della protezione?

Si inceppa in almeno tre punti precisi. Primo: la difficoltà di identificare gli autori, soprattutto quando usano account anonimi o pseudonimi – e le piattaforme non collaborano spontaneamente. Secondo: la sottovalutazione sistemica del linguaggio sessista da parte di chi riceve la denuncia – quello che a noi sembra inequivocabilmente una minaccia, viene letto come "sfogo" o "esagerazione". Terzo: i costi. Un procedimento penale può reggere da solo, ma se ci si vuole anche tutelare in sede civile – per ottenere un risarcimento, per esempio – servono avvocati, tempo, energia. E per molte donne, specie quelle che lavorano nel giornalismo freelance o nella politica locale senza grandi strutture alle spalle, è semplicemente insostenibile.

Dunque gli strumenti giuridici attuali sono adeguati ma applicati poco e male, oppure esiste un vuoto normativo rispetto alla violenza digitale di matrice sessista? Se servono riforme, quali sarebbero le priorità?

Tutte e due, di nuovo. Gli strumenti ci sono, ma presentano lacune concrete: come dicevo, il genere non è una categoria protetta dalla legge sull'hate speech, una lacuna normativa che non è una svista, è una scelta. Il cyber-stalking esiste, ma è difficile da applicare perché spesso la Polizia Postale non ha neppure le risorse economiche o l'organico per indagare su tutte le denunce che arrivano. Manca una norma che responsabilizzi davvero le piattaforme in modo rapido ed efficace per la rimozione dei contenuti. Le priorità? introdurre un meccanismo di rimozione urgente dei contenuti con tempi certi, e un fondo pubblico per sostenere le spese legali delle donne che denunciano. Non è fantascienza: in altri paesi europei esiste già.

In vista dell'8 marzo, cosa significa davvero passare dalle mimose alle misure concrete? Quali interventi, anche sul fronte della responsabilità delle piattaforme e della prevenzione culturale, potrebbero cambiare la vita delle donne che lavorano online e nella sfera pubblica?

Le mimose sono un fiore bellissimo che non ha mai protetto nessuna. Passare alle misure concrete significa almeno tre cose. Prima: rendere le piattaforme co-responsabili, non basta il ‘notice and take down' volontario, servono obblighi legali con sanzioni reali. Seconda: investire in formazione per magistrati e forze dell'ordine, perché ricevere una denuncia per insulti sessisti online con un sorriso sornione è ancora troppo comune. Terza: prevenzione culturale nelle scuole, non come ora, un'ora ogni morte di papa, ma come parte strutturale del percorso educativo. Il punto è questo: la violenza online non è virtuale. Lascia segni reali, silenzia voci reali, toglie donne dallo spazio pubblico. E questo è esattamente il suo scopo.

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