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Referendum sulla giustizia 2026

Il video di Meloni per convincere gli italiani a votare sì al referendum è pieno di errori

A meno di due settimane dal voto Giorgia Meloni è scesa in campo con un lungo video per convincere gli italiani a votare sì al referendum. Tuttavia le argomentazioni usate dalla premier per difendere la riforma della giustizia abbondano di imprecisioni e inesattezze.
A cura di Giulia Casula
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A meno di due settimane dal voto Giorgia Meloni è scesa in campo per il referendum. Un lungo video, ben 13 minuti, per convincere la quota di italiani ancora indecisi a votare sì alla riforma e magari, ribaltare le previsioni degli ultimi sondaggi che hanno dato il No in vantaggio. Tuttavia le argomentazioni usate dalla premier per difendere il disegno di revisione costituzionale voluto dal suo governo sono ricche di imprecisioni e inesattezze. Vediamole una per una.

Non è vero che i pm condizionano i giudici

Partiamo dalla prima questione affrontata da Meloni, la separazione delle carriere tra i pm, ovvero coloro che svolgono le indagini e in un'aula di tribunale rappresentano l'accusa, e i giudici, che prendono le decisioni. Nel video Meloni sostiene che separare le carriere di pm e giudici consentirà di evitare che i primi influenzino i secondi durante un processo. In altre parole, sarà garantirà la terzietà e l'imparzialità di chi giudica.

In realtà, il condizionamento di cui parla la premier non esiste. Come ci ha spiegato anche l'ex magistrato Gherardo Colombo, oggi solo una parte delle richieste del pubblico ministero al giudice, circa il 50%, si trasforma in condanna. L'altra no. Se fosse come dice Meloni, ovvero che i giudici hanno "un occhio di riguardo" nei confronti di quello che dicono i colleghi pm, la quasi totalità di richieste di condanna verrebbe accolta.

La separazione delle carriere: il confronto con gli altri Paesi

E ancora, per rispondere alle accuse di voler sottomettere in questo modo la magistratura al potere politico, come avviene nei regimi illiberali, la premier obietta che nella gran parte dei Paesi europei la separazione delle carriere già esiste. Invero, in alcuni dei Paesi che a volte vengono menzionati per sostenere questo modello, i pubblici ministeri non godono della stessa autonomia riconosciuta ai colleghi italiani. In diversi casi risultano alle dipendenze del ministero della Giustizia, dunque dell'esecutivo. Applicare tale sistema in Italia aprirebbe al rischio di una maggiore pressione politica nei loro confronti.

I casi di ingiusta detenzione non c'entrano nulla con la separazione delle carriere

In vari momenti del filmato Meloni fa riferimento ai giudici "negligenti", che lascerebbero "in carcere per mesi e mesi persone che invece andavano rimesse in libertà" o che rilascerebbero "persone pericolose per scelta ideologica". In primo luogo, va detto che i casi di ingiusta detenzione o di errore accertato sono limitati. Si parla di più o meno 32mila casi in 34 anni, dal 1991 al 2025, secondo gli ultimi dati aggiornati.

Quelle a cui fa riferimento la premier probabilmente sono circostanze in cui, solo in un secondo momento, dopo che il processo si è chiuso, emergono nuovi elementi o delle prove si scoprono inattendibili. In tutti questi casi, ove è possibile, i cittadini possono fare appello, ricorrere in Cassazione o chiedere la revisione di una sentenza. Inoltre, il nostro ordinamento si fonda su alcune garanzie essenziali, tra cui principio di presunzione di innocenza. Un imputato è innocente fino a sentenza definitiva. Questo fa sì che una persona condannata in primo grado, se ricorre in appello, non sia ritenuta colpevole e resti in libertà. 

Ad ogni modo, comunque, la questione non ha nulla a che vedere con la struttura delle carriere. Non c'è ragione di credere che le ingiuste detenzioni o gli errori giudiziari siano in qualche modo causati dal fatto che le carriere di giudici e pm non sono separate.

No, il sorteggio non debellerà le correnti all'interno del Csm

Meloni ancora, difende il sorteggio come metodo per la formazione dei due Csm previsti dalla riforma. Un sistema che, suo dire, consentirà di superare l'attuale modello del Csm, "in mano alle correnti ideologizzate e ai partiti politici". In realtà, estrarre a sorte le toghe che faranno parte dell'organo di autogoverno della magistratura non eliminerà il correntismo. I legami tra i magistrati e le correnti di appartenenza rimarranno, indipendentemente dal metodo di elezione, e a prescindere, non si capisce perché vadano demonizzati.

 La premier poi aggiunge che il sorteggio "viene fatto su una platea qualificata che è formata da persone che normalmente decidono della libertà dei cittadini". A intendere che quelle stesse persone siano adatte a svolgere le funzioni richieste dai componenti del Csm. Le due cose non sono per forza collegate. Non è detto che tutti i magistrati siano predisposti ugualmente e allo stesso modo a dirimere questioni che riguardano assunzioni, assegnazioni, trasferimenti e promozioni perché si tratta di funzioni differenti da quelle di cui si occupano in genere.

 Cosa non torna sulle parole di Meloni sull'Alta corte disciplinare

Infine, l'Alta corte disciplinare. Meloni sostiene che "dopo 80 anni anche i magistrati finalmente verranno giudicati da un organismo terzo". Anche qui, alcune precisazioni. Nel nostro ordinamento ci sono diverse istituzioni che hanno forme di giustizia "domestica", cioè interna a quelle stesse istituzioni. Ad esempio, nel Parlamento, è l'Ufficio di Presidenza di ciascuna camera a deliberare le questioni disciplinari che riguardano deputati e senatori. Non un organo terzo dunque, ma uno interno. Un meccanismo che nel caso delle magistratura si pone a garanzia della sua autonomia e indipendenza da possibili interferenze dell'esecutivo.

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