Il problema delle megascuole in Sardegna, i docenti: “Sul dimensionamento scolastico non ci hanno consultato”

Il governo tiene la linea sul dimensionamento scolastico. Il 12 gennaio il Consiglio dei Ministri ha deliberato il commissariamento di quattro regioni: Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna, perché non hanno tagliato tutte le autonomie scolastiche previste – secondo l’esecutivo – dagli accordi con l’Unione europea (in ambito PNRR). Ma subito si è scatenata la polemica politica. Perché negli scorsi mesi le regioni hanno già ridotto notevolmente le loro dirigenze e procedere lungo questa strada rischia di generare ulteriori problemi.
Le difficoltà di un'insegnante dopo l'accorpamento del 2024
Fanpage.it ha chiesto a una docente che lavora in uno degli istituti accorpati due anni fa quali siano state le maggiori difficoltà legate a una decisione che è stata comunque calata dall’alto.
“Tutti noi insegnanti abbiamo subìto il dimensionamento. Nessuno (enti locali, ministero, ecc.) ha chiesto il nostro parere e la riprogrammazione delle autonomie non è adeguata alle distanze territoriali”. Federica (il nome è di fantasia perché preferisce mantenere l’anonimato) lavora in una scuola dell’obbligo di un paesino dell’interno della Sardegna, unita nel 2024 ad un altro istituto situato a decine di chilometri di distanza.
In quell’anno, la regione aveva infatti ratificato i primi tagli alla rete scolastica, riducendo il numero complessivo delle dirigenze dell’isola di 6 unità. Erano state soppresse alcune autonomie, a Orgosolo, Tortolì, Cagliari, Thiesi, Aggius e Teulada.
“Il nostro istituto è composto da plessi distanti tra loro; per questo, già due anni prima della delibera regionale, avevamo un reggente”, spiega Federica a Fanpage.it. “I dirigenti reggenti potevano destinare solo una o due giornate al nostro istituto, lasciandoci le briciole, perché avevano impegni anche in strutture molto più grandi e impegnative. Ma una volta effettuato il dimensionamento, le difficoltà sono aumentate”.
Il problema è la mole di lavoro richiesta alla dirigenza scolastica. “Non è umanamente possibile coordinare plessi così distanti e con così tanti iscritti. Gestire una scuola comporta una parte finanziaria, una parte legata alle supplenze; poi il benessere dei bambini e i rapporti con le famiglie. Non si tratta solo di firmare una circolare”.
“Noi siamo entrati nella nuova scuola in punta di piedi; il nostro lavoro lo facciamo. Nel nuovo istituto ci hanno accolto bene, ma abbiamo inevitabilmente scombussolato il loro equilibrio: sono arrivati centinaia di iscritti in più, insieme a tutto il corpo docente”. Anche a livello di segreteria molte procedure sono diventate macchinose. “Noi avevamo un registro elettronico di tipo diverso; ci siamo dovuti adattare al nuovo registro elettronico del nuovo istituto, attivato in ritardo. Nelle segreterie sono già oberati di lavoro, ora questo si moltiplica. Anche per le famiglie, doversi confrontare con una scuola e una segreteria diverse non è stato semplice: pure loro hanno riscontrato il problema dei registri diversi, ad esempio per le giustificazioni”.
Un'altra difficoltà è connessa alla gestione degli scrutini o dei collegi docenti, che non sempre si possono pianificare online e richiedono un calendario più rigido, a causa dei numerosi compiti del dirigente. “Noi abbiamo insegnanti che provengono da comuni a 50-60 chilometri di distanza, anche lì bisognerà organizzarsi”.
“Dal punto di vista didattico, abbiamo mantenuto la continuità delle nostre discipline”, ha chiarito Federica a Fanpage.it. “Ma ci sono molti bambini non di lingua italiana che hanno bisogno di programmazioni diverse e la scuola deve prevedere progetti specifici con ulteriore lavoro per il dirigente”, prosegue la docente, che puntualizza come siano cambiate anche le modalità di insegnamento. “Avevamo fatto dei corsi con un’impronta laboratoriale. Mentre ora, nel nostro caso, col nuovo dirigente, si prevede soltanto un tipo di educazione trasmissiva alla vecchia maniera”.
Accorpare i plessi è stato quindi un disagio, ed è stata comunque una decisione politica adottata sulla base dei numeri di iscritti. Tuttavia la scelta non dovrebbe ridursi a una questione di quantità. “Negli anni scorsi, i vari istituti della zona hanno cercato di accaparrarsi il maggior numero possibile di studenti per evitare di chiudere. Però bisognerebbe chiedere a chi lavora nelle scuole quali siano le difficoltà. Il danno maggiore lo sentiamo noi insegnanti, i bambini e le famiglie”.
La dispersione scolastica implicita e l’opinione del sindacato
Gianfranco Meloni, il coordinatore regionale del sindacato degli insegnanti, Gilda, si mostra preoccupato per gli ulteriori tagli a cui la rete scolastica della Sardegna sarà sottoposta. Questi riguarderanno presumibilmente (ancora una volta) le zone interne dell’isola, le meno popolate ma anche le più fragili, che avrebbero quindi bisogno di più distretti.
“Non me la sento di fare previsioni sugli istituti che verranno accorpati, ma le linee guida lasciano presagire che le aree interne e le scuole più piccole saranno vittime del dimensionamento. Questo non farà bene a quelle scuole”, commenta Meloni. “I tagli colpiranno le fasce più deboli della popolazione, in una regione che ha già il record di dispersione scolastica”.
I dati sulla dispersione scolastica pura (l’abbandono precoce) sono di fatto in miglioramento negli ultimi 6-7 anni, ma restano ancora deficitari quelli relativi alla cosiddetta dispersione implicita, “più subdola”, secondo Meloni, perché indica la qualità dell’istruzione.
Si riferisce infatti agli studenti che non abbandonano un percorso di studi, ma lo concludono senza aver mai raggiunto le competenze minime di base previste. La Sardegna si trova al secondo posto in Italia per studenti che hanno terminato il secondo ciclo d’istruzione senza raggiungere un livello di preparazione adeguato: sono il 15,9%, dietro soltanto la Campania (17,6%), contro una media nazionale dell’8,7% (Fonte: INVALSI).
“Sono dati che dovrebbero far venire qualche dubbio sull’opportunità di continuare con la politica dei dimensionamenti”, spiega Meloni. “I tagli si riverberano anche sulla qualità del lavoro, perché persino le cattedre interne (quelle che il docente dovrebbe tenere su un’unica autonomia) diventano ad altissima percentuale di pendolarismo quotidiano (proprio perché ci sono autonomie che hanno articolazioni in 7-8 comuni) e questo produce domande di trasferimento”.
I presidi devono poi ridurre il tempo dedicato all’attività educativa. “I dirigenti vengono assorbiti dalla parte burocratica e l’aspetto pedagogico, che dovrebbe essere uno dei loro compiti principali, viene messo in ombra da altre questioni”, prosegue il sindacalista. “Fino a quattro-cinque anni fa, gli studenti frequentavano istituti con 500 alunni per un preside e non sembrava uno spreco. In effetti non lo era, perché era importante che anche il dirigente conoscesse i suoi alunni uno per uno, avesse un’interazione proficua con loro e con le famiglie. Nelle scuole giganti, risulta improbabile o impossibile”.
“Un modello di governance scolastica fondato su megascuole o, come si vuol fare in Sardegna, su megascuole combinate con piccole scuole emergenziali, tenute in vita a termine, come malati terminali, non è neutrale da un punto di vista educativo”.
L’argomento di Meloni è chiaro: applicare i criteri di economia di scala alla scuola (più è grande, più sarà efficiente) è estremamente ingannevole, poiché la scuola non è un’azienda. “In realtà, sono in discussione il modello pedagogico e la qualità dell'istruzione pubblica statale, anche se si fa finta che non sia così”.
Cosa succederà ora
Il Ministero ha richiesto di definire il nuovo quadro delle autonomie entro il 27 gennaio. “Al momento non abbiamo notizie in merito”, comunica Meloni. “Auspichiamo che, almeno dal punto di vista dell’informazione, ci sia un nostro coinvolgimento da parte del commissario”. Finora, non c’è stato.
Ma per ridisegnare il programma dei tagli (anche la Corte costituzionale ha stabilito che si deve procedere al dimensionamento), bisognerebbe trovare una soluzione che provenga dagli organi politici.
“Sarebbe urgente una mobilitazione unitaria della classe politica regionale: bisogna invocare un intervento legislativo immediato per correggere queste pretese di tagli. Non è vero che esiste un rapporto tra il PNRR e i tagli alla scuola”, conclude Meloni. “Penso che le quattro regioni commissariate abbiano fatto bene a respingere il dimensionamento, perché era necessario inviare un messaggio politico. La soluzione deve provenire dal parlamento e dal governo: una mobilitazione era necessaria.”