Dunque Matteo Salvini, il capitan Fracassa che sfida tutto e tutti quando c'è da gettare un po' di benzina sui social o nei comizi, ora improvvisamente diventa un pulcino bagnato di fronte al processo che lo aspetta per il Caso Gregoretti, la nave della Guardia Costiera italiana lasciata per giorni in mare aperto con 131 migranti, pur di soffiare sulla propaganda dei porti chiusi (che non sono mai stati chiusi per davvero). La vicenda mostra chiaramente tutto il Salvini bifronte che osserviamo negli ultimi mesi: da una parte c'è il sovranista che si dichiara fiero e che lo rifarebbe altre cento volte difendendo il proprio diritto di difendere gli italiani e dall'altra, in contemporanea, c'è invece quello che appare piuttosto spaventato nell'affrontare un processo e che, peggio di un Berlusconi qualsiasi, vede complotti dappertutto, giudici comunisti, attacchi dei poteri forti e addirittura si attacca ai costi dei processi. Peccato che la comunicazione salviniana questa volta sia piuttosto risibile e faccia acqua da tutte le parti. 

Il processo, ad esempio. Il processo non è certo una condanna e anzi dovrebbe essere il luogo più idoneo per difendere strenuamente le proprie idee. Nei tribunali (e nel dibattito che rimbomba dalle aule di giustizia) si sono seminati i migliori diritti civili del mondo, se Salvini è davvero convinto di essere dalla parte giusta dovrebbe ringraziare l'occasione di affrontare la questione nel merito senza la superficialità che si sconta nei salotti televisivi. Se davvero è convinto di subire un processo ingiusto allora sarà ben felice di operare all'interno delle istituzioni per mostrare a tutti la bontà delle sue idee. Salvini dovrebbe anche sapere che subire un processo non significa assolutamente essere certi di una condanna anzi fanno piuttosto ridere i direttori di certa stampa di destra che in questi giorni ululano indignati perché "Di Maio vuole mandare in galera Salvini": scambiare l'essere sottoposti a un giudizio con la galera è un trucco stupido, ignorante e falso.

Il popolo con lui. È sempre così: un politico viene mandato a processo e improvvisamente vorrebbe diventare un tutt'uno con il suo corpo elettorale. Eppure i milioni di italiani a cui Salvini fa riferimento non se li è portati nelle sue lunghe vacanze estive mentre sbevazzava nei locali esclusivi e nemmeno nei suoi comodi spostamenti sugli aerei di Stato. Non si hanno nemmeno notizie di milioni di italiani che con Salvini abbiano potuto rateizzare il pagamento di multe e tasse con la stessa morbidezza che ha ottenuto l'ex ministro dell'interno. La responsabilità penale in Italia è personale, per fortuna. Qualcuno lo dica a Salvini.

La bufala dei costi. Anche questa scusa viene ciclicamente riusata: quando qualche politico viene chiamato a processo allora comincia a dirci che costerà moltissimo alle tasche agli italiani, che è una perdita di tempo e altre cose così. È incredibile poi che siano proprio quelli che si professano garantisti a usare questa scusa: ma quanto costa un Paese che non accerta la verità e le responsabilità? Moltissimo. Molto di più di un processo. E poi, a ben vedere, chi dovrebbe essere il giudice che decide se vale la pena o no istruire un processo? Salvini? Il popolo come accadde per Barabba? E no: c'è un giudice, appunto. Con buona pace di Salvini.

Gli altri erano d'accordo. Dice Salvini che di Maio e Conte erano d'accordo con lui. Gli diamo una bella notizia: il processo è proprio il luogo che gli serve per dimostrarlo.

Non ci diventi capitan Coniglio, ex ministro.