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Referendum sulla giustizia 2026

Giustizia, Magi (Cassazione): “La riforma del CSM è un rimedio peggiore del male”

La riforma della giustizia in discussione al referendum prevede separazione delle carriere tra giudici e pm e il sorteggio per la componente togata. Secondo Rafello Magi, Consigliere della Corte di Cassazione, però, rischia di non rafforzare davvero l’indipendenza dei magistrati. Ecco cosa ha detto a Fanpage.it.
Intervista a Raffaello Magi
Consigliere della Corte di Cassazione, già giudice per le indagini preliminari e giudice a latere in Corte d'Assise a Santa Maria Capua Vetere.
A cura di Francesca Moriero
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Mancano ormai poche settimane al referendum costituzionale sulla giustizia e il confronto pubblico entra sempre più nel vivo. La riforma approvata dal Parlamento interviene su uno degli assetti più delicati dell'ordinamento: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la nascita di due Consigli superiori distinti e l'introduzione del sorteggio per la componente togata. Per la maggioranza è un passo verso una maggiore terzietà del giudice e una risposta al correntismo; per una parte ampia della magistratura, invece, è un cambiamento che rischia di incidere proprio sull'equilibrio tra i poteri e sull'autonomia del pubblico ministero.

Fanpage.it ne ha parlato con Raffaello Magi, consigliere presso la Corte di Cassazione.

Consigliere Magi, in questi giorni il dibattito sul referendum sulla giustizia si è riacceso dopo alcune dichiarazioni. Partiamo da quelle del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri. Lei come ha letto quelle parole?

Francamente non ho condiviso le affermazioni del collega Gratteri ma credo che vadano lette in riferimento ad un contesto molto specifico e non in termini generali, come invece si è provato a fare.

Ci sono poi le parole del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. In alcune interviste ha sottolineato come il sorteggio, che la riforma prevede, avrebbe, tra i suoi meriti, quello di rompere "questo meccanismo paramafioso, questo verminaio correntizio". Cosa ne pensa?

Preferisco evitare ogni commento. Credo sia necessario un forte richiamo ai valori di lealtà istituzionale e continenza espressiva, a meno che non si voglia demolire ciò su cui si basa la civile convivenza, ossia la fiducia dei comuni cittadini nella correttezza della azione giudiziaria.

Veniamo al punto centrale: la separazione delle carriere. Considerando che già oggi, dopo la riforma Cartabia, il passaggio tra giudice e pm è quasi del tutto precluso, cosa cambierebbe davvero in concreto?

La riforma va vista nel suo insieme. È un mosaico che mira a un cambiamento soprattutto del rapporto tra il pubblico ministero e il potere esecutivo. Se esaminiamo i singoli pezzi abbiamo una visione parziale. Se guardiamo all'insieme, che senso ha costruire un doppio Csm in cui la componente togata è meno rappresentativa perché selezionata con lo strumento del sorteggio? È un disegno complessivo che mira, in apparenza, a rafforzare la terzietà del giudice, come sostengono in particolare gli avvocati penalisti. Ma questo recupero di terzietà, francamente, io non lo vedo. Dopo più di trent'anni di lavoro, non credo che gli assetti organizzativi abbiano un'importanza decisiva sull'imparzialità del giudice. Il giudice si orienta in base ai contenuti degli atti, al funzionamento del processo, alle regole e alle forme. L'importanza attribuita all'assetto organizzativo, secondo me, non ha una reale ricaduta pratica.

Quindi il vero effetto quale sarebbe?

Secondo me avremmo un pubblico ministero più "controllato", tra virgolette, dal potere politico. Il consiglio superiore distinto per i soli pm avrebbe il compito di nominare i capi delle grandi procure italiane. Con una componente togata meno influente e una componente parlamentare eletta secondo modalità che la norma non chiarisce nei dettagli, si rischia un consiglio che in qualche modo assecondi la maggioranza di governo. Questo è il punto.

Era davvero necessario allora intervenire sulla Costituzione?

Secondo me assolutamente no. La Costituzione rappresenta un equilibrio faticosamente raggiunto sul terreno della separazione dei poteri e del sistema giudiziario. È un equilibrio nato anche dall'esperienza del totalitarismo. Il pubblico ministero ha le stesse garanzie del giudice pur svolgendo un compito diverso proprio perché venivamo da un periodo di sottoposizione del pm al potere esecutivo. C'era la necessità di liberarsi da quell'eccesso di influenza sul processo penale. Questo assetto ha garantito negli anni una magistratura più libera e indipendente. Non credo che il problema attuale della giustizia sia recuperare un modello che, pur formalmente autonomo, nei fatti rischia di svuotare quelle garanzie.

Chi sostiene la riforma dice che serve a superare il correntismo nel Csm. 

Non ho mai detto che va tutto bene. Ci sono stati problemi nel Consiglio Superiore della Magistratura, legati anche a logiche di spartizione e a una cattiva gestione delle correnti. Ma questo rimedio mi sembra peggiore del male. Il sorteggio cancella ogni forma di rappresentanza. Può esserci un problema nelle elezioni interne, legato alle appartenenze, ma resta un sistema democratico, basato sulla fiducia dei colleghi verso chi ritengono capace di rappresentarli e di gestire un organo complesso. Dire che tutti sono uguali non è realistico: ognuno ha un proprio profilo culturale e professionale. Un magistrato specializzato per vent'anni in una materia può non avere alcuna competenza o interesse nella gestione organizzativa del sistema giudiziario.

Qual è allora la posta in gioco, secondo lei?

Secondo me è un artificio che riduce l'incidenza della componente togata negli organi di rilievo costituzionale, cioè in quelli che danno corpo all'indipendenza della magistratura. In gioco c'è la separazione dei poteri nella sua dimensione concreta. Sulla carta restano separati, ma basta modificare composizione e funzionamento di un organo per indebolirne peso e autorevolezza.

Il testo è stato approvato senza i due terzi dei voti. Ora la parola passa ai cittadini. Che tipo di dibattito abbiamo davanti?

Guardo al testo approvato dal Parlamento con una maggioranza che non ha evitato il referendum. È una scelta politica. Non c'è stato un grande dibattito parlamentare, quindi è giusto che il confronto avvenga nel Paese. Ma deve essere un confronto sui contenuti, non sulle persone. A mio parere questa riforma non ha una reale ricaduta positiva sull'esercizio concreto della giurisdizione. Nessuno vuole chiudersi all'innovazione. Però, per quanto mi riguarda, non è questa l'innovazione che riteniamo sia quella giusta. È piuttosto l'incrocio di due aspirazioni: quella di una parte dell'avvocatura che pensa di recuperare spazio nel processo, quando lo spazio si conquista con gli argomenti, e quella del potere politico di incidere sull'esercizio della giurisdizione. Le polemiche sugli attacchi ai magistrati o sui presunti complotti sono degenerazioni del dibattito. Io guardo al testo. Ed è su quello che bisogna discutere seriamente.

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