Età minima sui social, verso nuove regole in Europa e in Italia: la Lega propone divieti per gli under 14

Per oltre vent'anni i social network si sono sviluppati all'interno di un quadro normativo estremamente permissivo, soprattutto negli Stati Uniti, dove norme come la Sezione 230 (una legge che protegge le piattaforme online dalla responsabilità legale per i contenuti pubblicati dagli utenti, consentendo loro di moderare i contenuti senza rischiare cause) garantivano alle piattaforme una protezione quasi totale rispetto ai contenuti generati dagli utenti. In questo contesto, aziende come Meta Platforms e Google LLC hanno potuto crescere rapidamente, lasciando alla moderazione interna (spesso molto opaca e inefficace) il compito di gestire rischi e abusi. Oggi, però, questo equilibrio sembra incrinarsi.
Sentenze giudiziarie recenti e un numero crescente di studi sugli effetti negativi dei social sulla salute mentale stanno spingendo infatti i governi a un intervento più deciso. Non si parla più solo di rimuovere contenuti problematici, ma di ripensare la struttura stessa delle piattaforme, regolando l'accesso, la progettazione degli algoritmi e le responsabilità aziendali. Il dibattito si sposta così dalla gestione dei sintomi alla prevenzione sistemica.
Anche in Italia la questione inizia a farsi sentire, sebbene il dibattito resti ancora incompleto: sono infatti già state presentate proposte di legge, come quella della Lega, depositata in Parlamento, che prevede divieti per gli under 14 e l'obbligo di consenso genitoriale per i minorenni più grandi. Tuttavia, l'iter parlamentare procede lentamente, lasciando ancora ampi spazi di incertezza normativa mentre altri Paesi europei fissano standard più chiari.
Età minima sui social, l'emergenza che spinge la politica
Al centro ci sono i dati. La fotografia della società digitale mostra una trasformazione radicale delle abitudini: quasi tutti i giovani europei sono connessi e una parte significativa utilizza lo smartphone con frequenza quasi compulsiva. Proprio su questo terreno la politica sta costruendo la propria legittimazione a intervenire, spesso definendo la questione come una vera e propria emergenza. Non è un caso che il tema trovi ampio consenso nell'opinione pubblica: la richiesta di protezione dei minori, soprattutto contro dipendenza digitale, cyberbullismo ed esposizione a contenuti dannosi, è ormai largamente maggioritaria. In altre parole, il capitale politico per agire c'è, ed è già pronto a essere utilizzato.
Divieti, limiti e responsabilità: la mappa globale
A livello internazionale si sta delineando una vera e propria geografia delle restrizioni. Il caso più avanzato è quello dell'Australia, che ha introdotto, appena poche settimane fa, il divieto totale di accesso ai social per gli under 16. La novità non sta però solo nell'età fissata, ma nel principio: non sono più i genitori o i ragazzi a dover controllare l'accesso, ma le stesse piattaforme, chiamate ora a implementare sistemi di verifica efficaci.
In questo senso anche altri Paesi stanno già adottando approcci molto simili: il Regno Unito sta per esempio sperimentando modelli differenziati, limiti di tempo, coprifuoco digitale e divieti parziali prima di legiferare; la Spagna sta puntando a responsabilità penali per i vertici aziendali; la Francia ha fissato una soglia di 15 anni, mentre il Portogallo ha già combinato divieti con consenso genitoriale. Ne emerge un mosaico normativo ancora disomogeneo, certo, ma con un obiettivo condiviso, e cioè limitare l'accesso diretto dei minori e ridurre l'impatto degli algoritmi.
L'Europa verso nuove regole comuni
Anche le istituzioni europee stanno abbandonando l'approccio attendista. Dopo una risoluzione del Parlamento europeo che ha messo nero su bianco le preoccupazioni per la salute mentale dei minori, la Commissione europea sarebbe infatti al lavoro ora su un intervento più strutturale.
Il progetto chiave è il Digital Fairness Act, una futura normativa che mira a colpire le pratiche più controverse dell'economia digitale: dai cosiddetti "dark patterns", interfacce progettate per trattenere l'utente, fino alla personalizzazione aggressiva e al marketing rivolto ai più giovani. L'obiettivo non è solo proteggere, ma ridisegnare le regole del gioco. A rafforzare questa linea ci sarebbe poi anche un dato politico non indifferente: secondo l'Eurobarometro, infatti, nove cittadini europei su dieci chiedono un intervento pubblico per proteggere i minori online. Una pressione che rende sempre meno sostenibile l'inerzia.
A che punto siamo in Italia: la proposta della Lega
In Italia il dibattito è invece ancora incompleto. Ci sono proposte di legge, come quella della Lega, già depositata in Parlamento, che prevede divieti per gli under 14 e obbligo di consenso genitoriale per i minorenni più grandi, ma l'iter parlamentare procede ancora lentamente.
Il punto irrisolto: qual è l'età giusta per iscriversi sui social?
Al centro resta dunque una domanda apparentemente semplice: a che età si può entrare sui social? Il quadro europeo, basato sul GDPR (il regolamento generale sulla protezione dei dati, che stabilisce regole per il trattamento dei dati personali e il consenso degli utenti) fissa a 16 anni la soglia per il consenso al trattamento dei dati, con possibilità di deroga fino a 13 anni. Ma la maturità digitale dei ragazzi non coincide sempre con quella anagrafica. Alcuni studi suggeriscono per questo di posticipare l'accesso almeno fino alla metà dell'adolescenza, mentre altri sottolineano come le differenze individuali rendano invece difficile fissare un limite unico. A complicare ulteriormente la questione c'è poi la verifica dell'età. Per essere davvero efficaci, i divieti richiedono sistemi affidabili di identificazione, spesso basati su dati sensibili (biometrici o documentali), con il rischio di trasformare la tutela in una forma di sorveglianza diffusa. Allo stesso tempo, esperienze passate dimostrano quanto sia semplice aggirare i blocchi tramite VPN, account falsi o piattaforme alternative. Così, ogni restrizione rischia di spostare il problema altrove, talvolta in spazi ancora molto meno controllati.