“È tortura di Stato”: Sea-Watch sfida il governo Meloni e sbarca i migranti nel porto più vicino

Nelle cronache che arrivano dal Mediterraneo centrale, la successione dei fatti finisce spesso per rivelare qualcosa di più di una serie di episodi: prende forma un dispositivo concreto, che decide chi può essere soccorso subito e chi invece deve attendere, chi può raggiungere la terraferma e chi resta sospeso in mare, tra onde alte e corpi sempre più provati. Dentro questo quadro si colloca la vicenda della Sea-Watch e della nave Sea-Watch 5, che dopo essere rimasta in attesa al largo della Sicilia con decine di persone a bordo, ha dichiarato lo stato di necessità, scegliendo di non attenersi all'indicazione delle autorità italiane, che assegnava come porto di sbarco Marina di Carrara, a oltre mille chilometri di distanza.
A bordo ci sono 57 persone soccorse tra domenica e la notte successiva, molte delle quali in condizioni sanitarie critiche: ustioni da carburante, disidratazione, mal di mare, casi di ipotermia. Tra i naufraghi anche una donna incinta.
Come spiega l'organizzazione, la permanenza prolungata in mare espone i sopravvissuti al rischio concreto di infezioni e complicazioni, inclusa la sepsi, e rende non più sostenibile il trasferimento verso un porto così distante. "Questa è tortura di Stato. L'ostinato muro delle autorità italiane cerca di fare a pezzi il il diritto internazionale e i diritti umani ma noi non ci pieghiamo, è nostro dovere portare velocemente al sicuro persone che sono sopravvissute a sofferenze indicibili, prima e durante la traversata", ha dichiarato la portavoce di Sea-Watch Giorgia Linardi a Fanpage.it. "Abbiamo avuto ipotermia e ustioni gravi, ma il governo non sente le urla di una mamma e di una bimba di due anni mangiate dalle bruciature, noi sì. Non sa cosa voglia dire sopravvivere al mare con onde alte 3 metri, noi sì. Il Governo italiano ci impone di navigare altri 11000km e giorni di navigazione mentre si rifiuta di inviare soccorsi a chi si trova ancora in mare", ha detto ancora.
Le operazioni di soccorso e le condizioni a bordo

Negli ultimi giorni il Mediterraneo è tornato così a mostrare con evidenza ciò che non ha mai smesso di essere: una frontiera letale, attraversata da naufragi, dispersi e soccorsi che arrivano troppo tardi. Un bambino di soli due anni risulta ancora disperso, un ragazzo di ventun anni è arrivato morto a Lampedusa, almeno diciassette persone sono annegate al largo della Libia. Altre decine risultano irreperibili mentre il peggioramento delle condizioni meteo, onde alte, vento forte, rende difficili, quando non impossibili, interventi tempestivi. Nello stesso arco di ore, centinaia di persone vengono segnalate ancora in mare da Alarm Phone: alcune alla deriva, altre bloccate su piattaforme industriali.
È dentro questa stessa geografia, insieme fisica e politica, che si inseriscono anche le operazioni di soccorso della Sea-Watch. Gli interventi, questa volta, si sono svolti in due momenti diversi, in condizioni già rese instabili dal peggioramento del mare. In totale sono state tratte in salvo 93 persone: per nove di loro è stato disposto uno sbarco sanitario d'urgenza a Lampedusa; le altre sono invece rimaste a bordo mentre le condizioni continuavano a deteriorarsi, con onde oltre i due metri e temperature in calo. Successivamente, su disposizione del Tribunale per i minorenni di Palermo, una parte dei minori, 20 non accompagnati e tre bambini con le famiglie, è stata trasferita. Per tutti gli altri, invece, è rimasta valida l'indicazione iniziale di proseguire verso nord.
La decisione di disobbedire

"Abbiamo dovuto dichiarare lo stato di necessità per permettere a 57 persone esauste di accedere a un porto sicuro. Ci rifiutiamo di essere uno strumento di tortura di Stato. Questa è la nostra risposta al sadismo del governo. Ne continueremo a pagare le conseguenze con una repressione crescente, ma la salvaguardia dei diritti non è negoziabile", ha aggiunto Linardi.
Il diritto del mare, nella sua formulazione più essenziale, non lascia spazio a interpretazioni: chi si trova in pericolo deve essere soccorso e condotto in un luogo sicuro nel più breve tempo possibile. È però proprio dentro queste due nozioni, "luogo sicuro" e "tempo più breve", che oggi si concentra una delle tensioni più evidenti tra obblighi giuridici e scelte politiche. L'assegnazione di un porto distante, come Marina di Carrara, non è un passaggio neutro né meramente organizzativo. Comporta, in concreto, l'imposizione di diversi giorni aggiuntivi di navigazione a persone che sono già in condizioni di vulnerabilità estrema: significa prolungare l'esposizione al freddo, al moto ondoso, al dolore fisico causato da ustioni e traumi, e aumentare il rischio che quadri clinici già compromessi evolvano in complicazioni più gravi. In questo modo, il tempo del soccorso, che nel diritto dovrebbe coincidere con la massima urgenza possibile, viene dilatato fino a diventare un tempo di attesa, segnato da un'incertezza che incide direttamente sulla salute delle persone coinvolte.

Negli ultimi anni, questa modalità operativa si è consolidata fino a diventare una prassi ricorrente: l'indicazione sistematica di porti lontani produce un effetto preciso, quello di ridurre la presenza delle navi umanitarie nell'area in cui avviene la maggior parte dei soccorsi, il Mediterraneo centrale. Meno tempo in zona di ricerca e soccorso significa meno interventi possibili, ma anche meno capacità di osservazione e documentazione di ciò che accade lungo quella rotta; non si tratta, quindi, soltanto di una gestione logistica degli sbarchi, ma di una scelta che incide sull'intero dispositivo di intervento in mare.
Parallelamente, il quadro normativo e amministrativo si è fatto ancor più restrittivo: l'aumento delle sanzioni, i fermi delle imbarcazioni e l'inasprimento dei controlli contribuiscono a definire un contesto in cui l'azione delle organizzazioni umanitarie si muove entro margini sempre più stretti. Il risultato è un conflitto ormai strutturale tra governo e operatori del soccorso civile, che riflette due impostazioni difficilmente conciliabili: da un lato la priorità attribuita al controllo delle frontiere, dall'altro l'obbligo, sancito dal diritto internazionale, di garantire il salvataggio e la protezione della vita umana in mare.
È in questo contesto che la Sea-Watch 5 ha dichiarato lo stato di necessità e ha scelto di dirigersi verso il porto più vicino, individuato in Trapani. Non si tratta di un gesto simbolico, ma dell'attivazione di uno strumento previsto dall'ordinamento quando il rispetto formale di una disposizione rischia di produrre un danno grave e immediato. Inn queste circostanze, il principio di tutela della vita prevale, e l'obbligo di condurre i naufraghi in un luogo realmente sicuro torna a essere il criterio determinante. Ogni volta che questo principio viene invocato, però, la sua applicazione viene letta come violazione di un ordine, e non come esercizio di una responsabilità giuridica. Ed è proprio in questa frizione, sempre più evidente, che si misura oggi la distanza tra la norma e la sua interpretazione operativa.