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Cos’è successo nel caso Mps-Mediobanca e che ruolo ha avuto il governo Meloni: le carte dell’inchiesta

La procura di Milano, che indaga su Francesco Gaetano Caltagirone, Luigi Lovaglio e Francesco Milleri, ha ricostruito le tappe della scalata che ha coinvolto prima Monte dei Paschi di Siena, poi Mediobanca, con l’obiettivo di “ottenere il controllo di Assicurazioni Generali”. E anche il governo avrebbe giocato una parte.
A cura di Luca Pons
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Ci sarebbe stato un "accordo" per manipolare il mercato finanziario, che ha portato due colossi come Caltagirone e Delfin (Luxottica) prima ad acquisire il controllo di Monte dei Paschi di Siena, e poi, con il "supporto governativo", a prendersi anche Mediobanca per arrivare a "far parte in maniera determinante degli assetti di potere di Generali" Assicurazioni. Questa è la ricostruzione che emerge dalle carte della procura di Milano sul caso Mps-Mediobanca, che vede tra gli indagati per aggiotaggio il magnate Francesco Gaetano Caltagirone (settimo uomo più ricco d'Italia), l'amministratore delegato di Monte Paschi Luigi Lovaglio e il presidente di Luxottica e della holding che la controlla, Delfin, Francesco Milleri.

Le indagini sono in corso, mal dal decreto di perquisizione della procura è emerso il quadro dell'accusa, che mette in luce una serie di "vistose anomalie" nei rapporti tra questi grandi gruppi finanziari e, in modo più o meno indiretto, anche il governo Meloni. Non a caso, dall'opposizione – anche dalla segretaria del Pd Elly Schlein – è arrivata la richiesta che l'esecutivo chiarisca in Parlamento cosa è successo.

Il primo passo: le azioni di Mps vendute dal governo

Il primo punto di svolta sarebbe arrivato il 13 novembre 2024: il giorno in cui il ministero dell'Economia, azionista di peso in Monte dei Paschi di Siena, vendette il 15% delle sue quote. Fu un'operazione organizzata per dare "l'apparenza di una procedura ‘aperta', ossia trasparente, competitiva e non discriminatoria", ma che in realtà mostrò "opacità" e "anomalie". Secondo i pm, fu "costruita in modo tale che risultassero acquirenti" alcuni "soggetti predeterminati". L'inizio di un piano che Caltagirone e Delfin avrebbero cercato di mettere in atto dal 2019 per arrivare al controllo di Mediobanca e quindi di Assicurazioni Generali.

Dunque, primo passo: Mps. La vendita seguì una procedura accelerata, e la prima stranezza per la procura è che il ruolo di intermediario – cioè l'ente che raccoglie le offerte – fu assegnato a Banca Akros, un'istituto piuttosto piccolo che aveva una sola esperienza con operazioni simili, e su una scala molto più bassa. In casi precedenti, ci si era rivolti a "pool di banche internazionali". Secondo i pm l'unica spiegazione è che il ministero voleva "pilotare" la vendita.

Su questo punto, il ministero si è giustificato dicendo che, semplicemente, Akros offrì le condizioni più convenienti per ottenere l'incarico. Ma i pm ribattono che la prima offerta di Akros fu in linea con le altre: solo che poi il ministero stesso contattò la banca per chiedere un rilancio.

Gli acquirenti contattati in anticipo dal ministero

I soggetti scelti per la vendita sarebbero stati Caltagirone e Delfin, oltre Banco Bpm e una sua controllata, Anima. Bpm, che è considerato ‘vicino' a Delfin e Caltagirone, è anche il socio unico di Akros. Della cosa si lamentò anche Andrea Orcel, amministratore delegato di Unicredit, che sarebbe stata interessata all'acquisto ma, secondo quanto ha riferito Orcel ai pm, fu respinta. Dopo aver contattato Akros per comprare azioni di Mps, "è stato risposto che l’offerta era già chiusa, cosa che ci aveva sorpreso".

Il ministero dell'Economia detto che "non vi è stata alcuna interlocuzione, contatto o scambio tra i competenti uffici del Mef e gli azionisti che hanno poi acquisito una partecipazione rilevante". Lo ha scritto un direttore generale del ministero alla Consob, autorità che vigila sulla borsa, che chiedeva chiarimenti.

Eppure proprio Caltagirone, parlando alla stessa Consob, avrebbe affermato il contrario. Lo riportano i pm, che hanno acquisito gli atti. Parlando dell'operazione Mps, Caltagirone avrebbe detto che era stato contattato dal ministero a ottobre 2024 – il mese prima della vendita – perché c'era la volontà di creare un "nucleo di investitori italiani" che comprasse le azioni. Ci sarebbe stata anche una "sommaria indicazione degli altri soggetti che sarebbero stati invitati". Si trattava proprio di "Delfin, Bpm e Anima", cioè gli effettivi acquirenti.

Una conferma di questo contatto sarebbe arrivato anche da Delfin, e in particolare dal suo amministratore Romolo Bardin, che avrebbe "confermato i contatti di Milleri" (il presidente di Delfin indagato) con Caltagirone "ed altri esponenti istituzionali relativamente alle azioni Mps detenute dal governo".

Le strane dimissioni dei consiglieri di Mps

In questo primo passo che è l'acquisizione di Monte dei Paschi, una "operazione preparatoria e cruciale" per il resto del presunto accordo, c'è anche un ultimo aspetto che ha attirato l'attenzione degli inquirenti. A dicembre 2024, cinque membri del Consiglio di amministrazione di Mps che erano stati scelti dalla lista del ministero dell'Economia diedero le dimissioni. In questo modo, Delfin e Caltagirone ebbero il modo di entrare nella "cabina di regia", non solo con le azioni ma anche con dei consiglieri.

Il tempismo sembrerebbe particolarmente fortunato per i nuovi azionisti, ma secondo la procura c'è di più. I cinque consiglieri avrebbero poi parlato alla Consob, e tre di questi avrebbero dichiarato che le dimissioni "furono richieste o imposte dal ministero", o meglio in un caso dal "deputato della Lega Alberto Bagnai", peraltro collega di partito del ministro Giorgetti, "che aveva detto di esprimersi per conto del ministero". Da parte sua, invece, il ministero avrebbe smentito dicendo di "non aver contattato i consiglieri uscenti, e tantomeno di averne sollecitato le dimissioni".

La fase due: la scalata a Mediobanca

Pochi mesi dopo l'operazione su Mps sarebbe toccato al secondo passaggio, quello determinante. La scalata a Mediobanca, e con lei ad Assicurazioni Generali. A gennaio 2025 partì l'offerta, che fece molto discutere e inizialmente venne respinta. Per poi andare in porto a settembre, a seguito di un rilancio. La presa di Mediobanca sarebbe avvenuta "in palese violazione delle norme" sulle operazioni finanziarie, soprattutto perché condotta da persone che, stando ai "gravi indizi fin qui raccolti", avrebbero potuto "manipolare" il mercato.

È stato il culmine di anni di lavoro segreto, secondo i pm. "Quantomeno a partire dal 2019 e fino al novembre 2024 si è assistito a un costante investimento ‘a scacchiera' in Mediobanca e in Generali da parte di Delfin e del gruppo Caltagirone", che si muovevano ad esempio "votando o astenendosi dal voto in modo sempre allineato". Eppure, "nonostante gli sforzi", fino allo scorso anno questo coordinamento "non aveva sortito gli obbiettivi di controllo presi di mira". Ovvero "ottenere il controllo su Assicurazioni Generali". Obiettivo che, oggi, è stato raggiunto: le azioni di Generali appartengono per il 10,05% a Delfin, per il 6,28% a Caltagirone e per ben il 13,19% a Mps, che come sappiamo è in gran parte di Delfin e Caltagirone stessi. Insieme, si sfiora il 30%.

Le intercettazioni di Lovaglio a Caltagirone: "Il vero ingegnere è stato lei"

Ci sarebbero anche delle intercettazioni a dimostrare "in modo eclatante l'esistenza di un progetto volto alla conquista di Mediobanca, comune a Caltagirone e all'amministratore delegato di Mps Lovaglio". Ad aprile, quando l'offerta di Monte Paschi su Mediobanca era in corso, gli azionisti senesi approvarono un aumento di capitale per chiudere l'operazione.

Dopodiché, Caltagirone si complimentò al telefono con Lovaglio: "Mi pare fantastico, bravo. Io le faccio i complimenti perché è stato molto bravo". E l'amministratore di Mps rispose: "No no no, lì è stato… il vero ingegnere è stato lei, io ho eseguito solo l'incarico". E ancora: "Ha ingegnato una cosa perfetta, quindi complimenti a lei per l'idea". Per poi concludere: "Facciamo fase due?". La fase due, secondo gli inquirenti, era proprio la chiusura dell'operazione e il controllo di Assicurazioni Generali. In una conversazione di poche settimane dopo, Lovaglio avrebbe poi confermato che "Generali è strategica fin dall'inizio"

Il ruolo del governo Meloni prima e dopo la vendita di Mps

Si è detto che il ministero dell'Economia, secondo la procura, avrebbe "pilotato" la vendita delle quote di Mps a Delfin e Caltagirone. Ma non solo. Anche successivamente il governo avrebbe spinto perché Monte dei Paschi lanciasse l'operazione su Mediobanca. I pm parlano di "sostegno del Mef" all'operazione, che avrebbe sollevato anche un "conflitto di interessi". Infatti, il ministero era allo stesso tempo "azionista rilevante di Mps" e "titolare" del cosiddetto potere di Golden Power, che consente di impedire un'operazione commerciale se questa va contro gli interessi nazionali. Non a caso, il governo ha usato questo potere per impedire a Unicredit di controllare Banco Bpm, cosa che ha portato a una procedura di infrazione della Commissione europea.

Il ministro Giorgetti sarebbe anche intervenuto direttamente, almeno stando a quanto dichiarato da Lovaglio in un'intercettazione, per favorire l'operazione. Il grande fondo di investimento internazionale Blackrock, che controlla il 2% di Mps, si era opposto ad aprile alla decisione di aumentare il capitale per chiudere l'operazione su Mediobanca. Dopo quel voto, Lovaglio parlando con Caltagirone aveva detto: "Io ho scritto al ceo e so che il ministro ha scritto un sms". Insomma, una ‘spinta' dietro le quinte che non avrebbe avuto l'effetto desiderato.

Peraltro poche settimane dopo, sempre ad aprile 2025, lo stesso Lovaglio incontrò il presidente dell'Ivass – autorità che vigila sulle assicurazioni. L'incontro tra i due fu privato, ma un resoconto venne poi inviato in una nota alla Banca d'Italia. Quella nota è finita nelle mani degli inquirenti, e vi si leggerebbe una citazione indiretta di Lovaglio. Cioè che l'operazione su Mediobanca era in cantiere da tempo, e che "la presenza di ‘alcuni soci e il supporto governativo‘ hanno avuto in questo momento un ‘ruolo facilitatorio'".

Schlein chiede che Giorgetti venga in Aula, il M5s presenta interrogazione

Il caso, che riguarda la finanza ma anche il mondo politico, ha attirato le reazioni delle opposizioni. La segretaria del Pd Elly Schlein ha parlato del "ruolo opaco del governo e del Mef", affermando che "l'unico interventismo in economia lo ha dimostrato favorendo scalate di cordate considerate amiche". E ha chiesto: "Giorgetti venga subito a riferire in Aula per chiarire al Paese tutti gli aspetti di questa vicenda".

Per il Movimento 5 stelle, il vicepresidente Mario Turco ha depositato un'interrogazione parlamentare "sulla gestione distorta e opaca del risiko bancario, caratterizzata da evidenti conflitti d'interesse". "L'unica vera iniziativa di politica economica del governo, mai comunicata né spiegata al Paese, è oggi sovrastata da una doppia, pesante ombra", ha dichiarato Turco: "da una parte l'inchiesta della procura di Milano, che coinvolge i principali protagonisti del risiko, a partire dai vertici di Mps, ancora partecipata dal Mef; dall'altra la procedura di infrazione europea sull'uso selettivo del golden power per ostacolare l'offerta di Unicredit su Bpm".

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