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Referendum sulla giustizia 2026

Cosa deve fare Meloni per non perdere il Referendum sulla Giustizia: il nuovo sondaggio di Fanpage.it

In vista del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, il No sta registrando una rimonta nei sondaggi. Secondo la rilevazione dell’osservatorio Delphi pubblicata da Fanpage.it oggi il Sì è al 51,5%, il No al 48,5%. Manca un mese, in cui molto potrebbe dipendere dalle decisioni di Giorgia Meloni. Ne abbiamo parlato con Gian Piero Travini, analista di Piave Digital Agency.
Intervista a Gian Piero Travini
Analista Piave Digital Agency
A cura di Luca Pons
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Il referendum sulla giustizia sarà il principale appuntamento con il voto del 2026. Manca un mese all'apertura delle urne, il 22 e 23 marzo, e oggi tutti i sondaggi riportano una rimonta del No rispetto al Sì alla riforma della magistratura. L'osservatorio Delphi, in una rilevazione pubblicata da Fanpage.it, registra che il 51,5% degli italiani che sanno come schierarsi oggi voterebbe Sì, il 48,5% No. Resta però una grande percentuale (crescente) di indecisi.

Cosa può succedere da qui alla data del referendum? Che effetto avrà l'affluenza sui risultati del voto? E come potrebbe muoversi Giorgia Meloni nelle prossime settimane per provare a garantire il successo del Sì? Ne abbiamo parlato con Gian Piero Travini, analista di Piave Digital Agency.

Perché il No al referendum sulla giustizia sta rimontando

È innegabile che nelle ultime settimane si sia vista una netta rimonta del No. Rispetto al sondaggio Delphi di novembre, l'interessamento al referendum è salito del 12% (ora coinvolge il 55% della popolazione) e il vantaggio del Sì è calato. Il motivo è principalmente che da allora "è partita la campagna elettorale del No", mentre prima "erano mobilitati solo quelli veramente interessati alla tematica della riforma". In questo periodo, la campagna del No "ha fatto aumentare l'attenzione, ha movimentato tutto l'elettorato di centrosinistra". E con l'attenzione è arrivata la crescita nei sondaggi.

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Soprattutto, come mostrano le rilevazioni, "sono aumentati i Non so". Considerando tutti gli elettori, oggi ben il 34% dice di non sapere come voterà. "Con tutta probabilità, sono persone che votavano Sì e adesso non sanno come schierarsi". È una conseguenza del fatto che il referendum sia diventato chiaramente politicizzato, con il governo da una parte e, soprattutto, l'opposizione dall'altra: "In quel Non so c'è una parte di elettorato progressista che vorrebbe la separazione delle carriere, ma non vuole aiutare il centrodestra".

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Nel campo del Sì, invece, "tutti quelli che potevano essere mobilitati lo sono. Questo è il principale punto debole della campagna del Sì al momento". L'obiettivo del centrodestra, quindi, deve essere "riuscire a far interessare anche quelli che non sono interessati in questo momento, e che andrebbero a votare solo per scopo politico. È una missione complessa".

Cosa aspettarsi dai prossimi sondaggi sul referendum

Il dato chiave, quindi, è che molti elettori che prima pensavano di votare Sì ora sono diventati indecisi. Secondo Travini, però, è fisiologico che almeno una parte di questi tornerà a convincersi della sua idea iniziale: "Nei prossimi giorni il Sì dovrebbe guadagnare nuovamente terreno".

Attenzione, però: "Se non va così, allora il No ha delle serie possibilità di farcela". Significherebbe che gli indecisi restano tali e che il Sì non riesce ad attirare nuovi consensi. Se invece dovessimo vedere il vantaggio che torna nuovamente ad allargarsi, "diventa più difficile invertire la tendenza una seconda volta per la campagna del No. Ce l'hanno già fatta una volta, ma non credo ci sia margine per una seconda ‘spallata'".

Che effetto avrà l'affluenza sul risultato finale

"È uno di quei casi in cui l'affluenza è veramente determinante", ha detto Travini. Il motivo è semplice: "Se Giorgia Meloni riesce a portare tutto l'elettorato di centrodestra a votare per il referendum, per il No non c'è speranza. Lo dice la matematica". Il motivo è che i sostenitori della destra sono abbastanza compatti a sostenere la riforma mentre nell'opposizione ci sono opinioni diverse: "Anche solo sommando l'elettorato di centrodestra a quello di Azione, per esempio, che è già schierato sul Sì, il No perde".

Secondo l'analista, c'è una soglia massima sopra la quale il fronte del Sì avrebbe la vittoria: "Oltre il 51,8-52% di affluenza, diventa quasi impossibile il successo del No". Il calcolo si spiega così: "Finora il centrosinistra ha cercato di convincere tutti coloro che votarono Sì al referendum dell'anno scorso, quello sul lavoro e sulla cittadinanza, a tornare a votare. Si tratta di circa 10-13 milioni di elettori. Perché quel gruppo sia una maggioranza, l'affluenza non può superare il 52%. Altrimenti significherebbe che in tanti nel centrodestra sono andati a votare"".

Cosa deve fare Giorgia Meloni: le opzioni per ‘scendere in campo'

Di fronte a tutto questo – il No in crescita grazie alla politicizzazione del voto, un elettorato di centrosinistra mobilitato, un fronte del Sì che sembra avere pochi margini di crescita – resta molto importante capire come deciderà di muoversi Giorgia Meloni. Per Travini, la presidente del Consiglio ha di fronte "un'impresa abbastanza titanica".

Innanzitutto, potrebbe essere obbligata a "intestarsi il referendum, farlo diventare un voto su di lei, cosa che finora ha sempre rifiutato di fare". Molti hanno notato che negli ultimi giorni sono arrivati diversi attacchi di Meloni alla magistratura e hanno fatto un immediato collegamento con il referendum. Travini, però, sottolinea che in questi discorsi la leader di FdI "non ha mai fatto riferimenti espliciti al referendum. A differenza, per esempio, di Forza Italia e la Lega", che stanno sfruttando apertamente i casi di cronaca per invitare a votare Sì.

Fratelli d'Italia finora "ha attaccato i giudici – basta vedere le dichiarazioni di Nordio – ma senza collegarsi al referendum. Sembra che così cerchi di portare al voto tutti gli ‘estremisti', quelli che voteranno ‘di pancia' per ostilità verso la magistratura".

Il problema è che questa parte di elettorato potrebbe non bastare. Bisogna mobilitarne un'altra, portare alle urne tutto l'elettorato di centrodestra. Secondo l'analista, Meloni aspetterà "che siano finite le Olimpiadi e soprattutto Sanremo, quando non ci sarà un un argomento polarizzante a livello nazionale. A quel punto avrà una ventina di giorni giorni dove spiegare perché bisogna andare a votare Sì al referendum".

Se attaccare ‘di pancia' non basta, però, come fare? "Potrebbe usare motivazioni diverse, più approfondite", ma "nella comunicazione politica, più cerchi di spiegare una cosa, più è difficile che venga capita, soprattutto su una materia tecnica come questa". L'alternativa è cercare un'impostazione del tutto diversa: "Ad esempio quella del ‘voto politico' per non ‘far decidere la sinistra nei processi’, magari puntando sulla lotta all’immigrazione dopo l’ultima sentenza del Tribunale di Palermo sul caso Sea Watch. Insomma, una linea che parli agli elettori di centrodestra non direttamente interessati dalla questione della magistratura". Sarà difficile, ma se Meloni dovesse riuscirsi "diventerà molto complicato per il centrosinistra".

Un'altra figura che potrebbe influenzare il risultato è Matteo Renzi. Il leader di Italia viva non si è ancora espresso sul referendum, ufficialmente ha dato libertà di voto ai suoi e si è riservato di rendere pubblica la sua posizione a pochi giorni dal referendum. "Tendenzialmente il suo è un elettorato progressista molto simile a quello di Azione, che quindi potrebbe sostenere la riforma costituzionale", ma "sicuramente se lui si esprime, l'elettorato di Italia Viva lo seguirà: è fortemente polarizzato su di lui". Potrebbe anche "scegliere di non esprimersi, alla fine, per non rischiare con la sua dichiarazione di voto di far cambiare idea a chi già ha deciso di votare No. Solitamente la piccola spallata dell'ultimo minuto Renzi la piazza bene. Bisogna vedere come la vuole piazzare e se la vuole piazzare, magari limitandosi solo a dire come cambierebbe lo scenario politico futuro in caso di sconfitta di Meloni".

Che effetto ha la politicizzazione del referendum

L'elettorato non apprezza che il referendum sia diventato un tema in gran parte politico. Ben il 60% ritiene che ormai si sia trasformato in uno scontro governo-opposizione, per il 50% degli elettori è una cosa dannosa oppure che crea confusione. A ritenerla utile è soprattutto l'elettorato di Forza Italia e Lega.

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Il Partito democratico è diviso: per il 50% la politicizzazione è inutile o dannosa, per il 30% è utile. Secondo Travini, comunque, "non è un fattore che influenzerà la decisione sul voto": anche chi ritiene sbagliato trasformare il referendum in uno scontro politico, alla fine, probabilmente voterà seguendo la linea del proprio partito di riferimento.

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Il problema potrebbe arrivare dopo: una campagna di comunicazione molto polarizzante come quella portata avanti dal Pd "può creare problematiche di affiliazione elettorale, nel breve. Soprattutto in caso di esito negativo. Ad esempio, "una parte dell'elettorato over 55 e moderato potrebbe perdere un po' di stima nei confronti della comunicazione aggressiva che il Partito democratico ha portato avanti. Al contrario, magari una parte di quello più giovane ci si avvicina attivamente".

Secondo l'analista, i democratici hanno comunque fatto una scelta giusta, o perlomeno sensata: "Il Pd deve provare a uscire da schemi di comunicazione vecchi, incentrati sull'essere moderati a qualunque costo e non scontentare nessuno, se vuole trovare nuove basi elettorali. Ha funzionato per Salvini, che quando partì con la ‘Bestia' era al 6,15%, e per Meloni che era al 3,67% quando ha iniziato a usare Instagram (era il 2014). Chiaramente per il Pd, che parte da una base molto più ampia, c'è il rischio di perdere qualcuno. Ma si può considerare un investimento sul futuro".

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