"Questa drammatica esperienza ci porterà a ripensare le relazioni tra di noi, anche e soprattutto quelle lavorative. Si è dimostrato che questa modalità di telelavoro, e mi riferisco alla flessibilità in termini di orario o al meccanismo più solidale all'interno di una rete produttiva, qualche valore ce l'ha. Lo stiamo sperimentando, si continua lavorare da casa, e stiamo comprendendo quanto sia importante costruire un clima di fiducia, di rispetto dei tempi, che rappresenta una novità nell'approccio lavorativo". A dirlo è Giuseppe Civati, contattato da Fanpage.it.

Quello che fondatore di Possibile ha voluto evidenziare, è che i cambiamenti innescati dall'emergenza sanitaria ed economica legata alla pandemia globale di coronavirus sono già in corso, e avranno delle ripercussioni concrete nelle nostre vite e nei luoghi di lavoro, soprattutto per alcune professioni. "Quest'epidemia rappresenta anche un laboratorio, e lo dico senza dimenticare chi continua a recarsi sul posto di lavoro, chi è costretto a muoversi e chi sta male. Quest'emergenza ha accelerato processi che altrimenti avrebbero richiesto un sacco di tempo, e non sarebbero stati realizzati nell'immediato. Anche perché c'è una cultura d'impresa in Italia ancora troppo legata a una sorta di controllo sui dipendenti, che forse si può superare. La limitazione negli spostamenti non è una distopia, non è un racconto di fantascienza, ma è qualcosa che sta accadendo a ognuno di noi. E l'unica cosa che possiamo fare è trarne qualche insegnamento utile. È una piccola opportunità, nonostante il pericolo che stiamo vivendo".

Ha avuto qualche riscontro dal mondo delle imprese dopo queste settimane di blocco quasi totale?

Noi abbiamo una casa editrice (la People ndr), abbiamo valutato che chi ha una rete produttiva che finisce in un negozio ha chiuso molto tempo fa, almeno da due settimane, o ha dovuto attrezzarsi con modalità alternative. Noi prima che scattassero i decreti per la verità ci eravamo già riorganizzati, per tutelare i nostri lavoratori. Dentro la filiera dell'editoria ci sono dei segnali molto interessanti. Per esempio gli ebook, sui quali siamo in Italia in mostruoso ritardo perché sono ancora poco diffusi, stanno avendo una stagione paradossalmente molto positiva. Ci sono cambiamenti che si vedono sotto la pelle di questa tragedia. Anche qui bisognerà capire se si riuscirà a uscire da un rapporto tra clienti e fornitori aggressivo, e se riusciremo ad avere un'intelligenza collettiva più grande, rispettando per esempio i pagamenti, facendo il possibile perché tutti ne escano fuori il prima possibile da questa crisi. Perché è chiaro che se muore un attore della catena può essere che la catena poi non regga più. Non possiamo permettere che si salvi solo il più forte o il più disinvolto.

Secondo lei siamo già oltre il neoliberismo? O stiamo saltando a conclusioni affrettate?

Ci sono diversi scenari. Una possibilità è che diventiamo più aggressivi dal punto di vista imprenditoriale, a scapito dei più deboli. Dal punto di vista sociale, se la durata del blocco è ragionevole questo clima da socialismo auspicato potrebbe trasformarsi in qualcosa di concreto; ma se l'emergenza si dovesse prolungare sarebbe molto complicato per tutti, sarebbe una crisi vera. Per rispondere alla domanda, non so se sia stato già superato il neoliberismo, la verità è che potrebbe essercene anche di più. È presto comunque per prevedere come andrà a finire.

Cosa possiamo aspettarci per il dopo emergenza? In che Paese vivremo?

A parte la riscoperta della scienza in un Paese che l'aveva fatta diventare una barzelletta in questi ultimi anni, anche la tecnologia per uso sociale, per migliorare la qualità della vita, è una grande sfida, perché abbiamo una quantità di dati e informazioni, che sono in mano privata, e che forse potrebbero essere utilizzati per far star meglio i cittadini.

Un suggerimento?

Quando andai in Estonia per esempio mi colpì che sulla carta d'identità i cittadini avevano anche i dati sanitari. Questo sembra banale, ma il proprietario di queste informazioni è solo il cittadino o il medico, e forse in molti casi avrebbe potuto essere d'aiuto avere immediato accesso a questi dati, fin dai primi soccorsi. Ma penso anche alla mobilità e ai trasporti, ai servizi di localizzazione. Il tracciamento dei dati certo desta qualche perplessità, però di fatto siamo tracciati dalla mattina alla sera da chiunque. Capire invece quali sono le informazioni di cui il cittadino si può riappropriare per farne un uso intelligente potrebbe essere una grande risorsa.

Droni, telecamere anti virus, sono stati sdoganati sistemi di controllo di cui dovremmo preoccuparci anche una volta usciti dall'emergenza? Li vede come una minaccia per la nostra democrazia?

In questi termini no. Certo non bisogna appassionarsi a questi sistemi, non bisogna rivendicarli, e bisogna utilizzarli con il massimo equilibrio. Perché poi il passo verso un'assuefazione a questi metodi, anche inconsapevole per alcuni, è breve. Non è una minaccia per la democrazia, ma dobbiamo stare attenti, visto che tutti desideriamo tornare al più presto verso un regime di semilibertà prima e di totale libertà poi. Non so se ci sia bisogno dei droni ad esempio, mi pare che molte persone siano state fermate dalle forze dell'ordine, e il 95% sia riuscito a spiegare cosa stesse facendo.

Cosa ne pensa del nuovo elenco delle attività essenziali che rimarranno aperte? 

Bisognava sicuramente avere meno condizionamenti in alcune zone del Paese, lo dico senza polemica. I ritardi che ci sono stati, soprattutto nell'area bergamasca, sono stati devastanti. Sarà giusto capire se ci sono responsabilità, di chi ha voluto insistere per tenere aperto a tutti i costi le aziende. Questo mi pare che sia doveroso, perché i focolai, dove c'è un'alta possibilità di contagio, sono un punto cruciale di questa storia. Poi il decreto sulla serrata è stato male inteso da tutti, perché quando è stato emanato si parlava di lockdown, ma non era un lockdown. E questo è stato un errore di valutazione, perché si doveva arrivare al decreto di domenica 22 marzo molto prima, bisognava stilare una lista molto più stretta. Doveva essere tutto chiuso subito come se fossimo nelle due settimane centrali di agosto. La strategia non è stata però questa, e ora siamo al paradosso: le aziende chiudono dopo che la curva dei contagi è diminuita. Quel ridimensionamento equivale a vite umane, e noi arriviamo con dieci giorni di ritardo.

Si poteva fare di più? Per esempio i trasporti dovevano essere ridotti?

Ma se tieni aperte le fabbriche devi tenere in funzione i trasporti. Anzi dovresti incrementarli, proprio per evitare di avere grosse concentrazioni di persone. Se si pensava a una riduzione delle attività bisognava avere il coraggio di definirla con maggiore rigore, anche perché le persone pensano di essere tutte a casa, ma in realtà i cittadini che continuano ad andare lavoro sono tantissimi. Mi chiedo: perché uno studio professionale non può chiudere per 15 giorni? Dire tutto subito mi rendo conto che non era facile, perché inizialmente non si prevedeva che la situazione sarebbe stata così drammatica. Però se i decreti vengono fatti a gettone è chiaro che a ogni nuova disposizione corrisponde una nuova ondata di reazioni da parte dei cittadini. Bisognava pensare a questo, soprattutto dopo il week end dell'8 marzo, quando sono state prese d'assalto le stazioni. Un'impostazione più netta sarebbe stata più coerente. Se alle persone è stato vietato di andare in piazza e di andare a fare jogging, allo stesso modo si dovevano fare delle scelte altrettanto drastiche per quanto riguarda le aziende e il lavoro.

Lo sciopero generale è necessario?

Sono stato il primo a proporlo la settimana scorsa. È chiaro che stiamo parlando dell'unico strumento di lotta, discussione e negoziazione che i lavoratori hanno a disposizione. Se ci sono le persone spaventate perché lavorano in un'azienda che non è nella filiera farmaceutica o alimentare, è giusto che si indica lo sciopero. Abbiamo scoperto con questa storia che ci sono un sacco di posti di lavoro che non sono tutelati dal sindacato. Se un lavoratore ritiene di dover mettere al sicuro sé stesso e il proprio posto di lavoro, e non vuole mettere in pericolo la salute degli altri, è legittimato a protestare. Non si deve fare polemica per carità, ma dobbiamo ricordarci che il Covid-19 non colpisce tutti in modo uguale, il benestante e l'indigente, il lavoratore immateriale e il lavoratore materiale. Altrimenti ci prendiamo in giro.

Secondo lei c'è stata qualche falla nella comunicazione istituzionale?

Io penso che la sfida è stata talmente grande che avrebbe sbagliato chiunque. Ribadisco che avrebbero dovuto provare a fare tutto insieme, accorpando i decreti, chiedendo agli industriali di tenere conto della gravità della situazione. Dal punto di vista della comunicazione ne abbiamo visto di tutti i colori: le conferenze stampa, le mascherine, i mangiatopi. Sono frutto della nostra classe politica, ma sono stati anche una conseguenza della paura e della sorpresa di fronte alla pandemia. Sui tempi, in alcune province italiane, nei comparti del lavoro e delle imprese però si sarebbe potuto agire diversamente e tempestivamente.