“Con lo scudo penale il governo promette impunità ai poliziotti, si rischia un’escalation di violenza”

Il governo Meloni si prepara a varare un nuovo decreto Sicurezza e, in parallelo, anche un disegno di legge (quindi con un iter più lungo) sugli stessi temi. Le norme sono attese entro la prima settimana di febbraio, e ci sono diverse indiscrezioni sui loro contenuti. Uno dei provvedimenti più discussi è il cosiddetto ‘scudo penale‘.
La proposta non è una novità. In passato era pensata esclusivamente per gli agenti di polizia, ma il governo e il centrodestra hanno sempre rinunciato a portarla avanti. Ora, sulla carta, è rivolta a tutti i cittadini. In sostanza dice che se una persona commette un atto violento, ma sembra che l'abbia fatto con una "causa di giustificazione", ad esempio la legittima difesa o l'uso legittimo delle armi, allora la Procura che indaga su quel fatto non deve subito iscriverla nel registro degli indagati.
È un meccanismo ancora poco chiaro e che potrebbe avere conseguenze rischiose. Soprattutto quando applicato ad agenti di polizia. Fanpage.it ne ha parlato con Giuseppe Campesi, professore ordinario di Filosofia del diritto presso il dipartimento di Scienze politiche dell'Università di Bari, che ha segnalato il rischio che la violenza, così, aumenti. Una "deriva pericolosissima tanto per l’incolumità dei comuni cittadini, che degli stessi degli stessi operatori di polizia".
Professore, cosa pensa di questa proposta avanzata dal governo, per quanto ne sappiamo finora?
La proposta, per come è dato comprendere, introduce una sorta di presunzione che trovo personalmente problematica.
Perché?
Sia che si tratti di un privato cittadino, sia che si tratti di un operatore di polizia, resta poco chiaro su quali elementi si possa fondare la presunzione di applicabilità di una causa di giustificazione – come la legittima difesa o lo stato di necessità – in assenza di veri e propri atti di indagine da parte del pubblico ministero. Atti che, di regola, presuppongono l’esistenza di una persona formalmente indagata.
Insomma, visto che la Procura deve comunque indagare qualcuno per capire se c'è, ad esempio, la legittima difesa, potrebbe essere una norma inutile?
Sul piano tecnico potrebbe in definitiva risultare sostanzialmente inutile, poiché i pubblici ministeri potrebbero comunque continuare a ritenere necessario un approfondimento istruttorio prima di riconoscere l’operatività di una causa di giustificazione. Sul piano culturale, tuttavia, appare pericolosa.
In che senso?
Pericolosa, nella misura in cui veicola l'idea che possano esistere margini di tolleranza più ampi rispetto all’uso della forza, sia essa esercitata da soggetti pubblici o da privati.
Si rischia di minare il principio che ogni episodio di uso della forza sia di per sé problematico e debba essere oggetto di una rigorosa valutazione ai fini della sua giustificazione, in particolare quando a compierlo è un pubblico ufficiale. Un principio che è il cardine del rapporto tra autorità e individuo di uno Stato democratico di diritto.
Il ministro dell'Interno Piantedosi ha parlato proprio di "invertire alcuni ambiti culturali", dicendo che bisogna "ripristinare un senso di presunzione di liceità dell'attività delle forze di polizia", e che "troppo a lungo le azioni delle forze di polizia sono state presunte come illecite". Cosa ne pensa?
Suggerire che l’assoggettamento di un funzionario pubblico, e in particolare del personale delle forze di polizia, all’ordinario regime di responsabilità penale al pari di qualsiasi altro cittadino costituisca di per sé un segno di pregiudizio, tale da indurre a ‘presumere come illecita' la sua condotta, mi sembra quantomeno problematico. Una simile affermazione rivela una certa sfiducia nel sistema giudiziario e nel principio di presunzione di innocenza che lo informa, o l’inconfessato desiderio che, come scriveva il guardasigilli Rocco nella relazione al progetto preliminare del Codice di procedura penale del 1930, il poliziotto possa agire senza "l'ansia e la molestia del processo".
Il tema della procedibilità per i reati commessi dalle forze di polizia attraversa, con alterne vicende, l’intera storia repubblicana. Ma è proprio l’esperienza degli abusi e delle violenze del regime ad aver indotto i costituenti a compiere una scelta opposta, scolpita nell’art. 28 della Costituzione: chi esercita funzioni pubbliche, soprattutto quando è legittimato all’uso della coercizione, non deve godere di attenuazioni di responsabilità, bensì essere sottoposto a un controllo più rigoroso.
Ogni tentativo di ridurre questo presidio, anche solo sul piano simbolico, incrina un equilibrio costituzionale costruito esattamente per impedire che la forza pubblica si sottragga al diritto.
Negli scorsi anni erano già circolate altre versioni di questa proposta, che però riguardava solamente gli agenti di forze di polizia. Ora, invece, si applica a tutti i cittadini. Pensa che il cambiamento sia stato effettuato per non rendere la norma incostituzionale?
L’idea di alleggerire il controllo giurisdizionale, limitandolo a una breve e informale istruttoria nei casi in cui determinati comportamenti appaiano, a una prima valutazione, riconducibili alla legittima difesa o all’uso legittimo delle armi, è da tempo cara ad alcune forze politiche. Una simile impostazione resta problematica anche senza spingersi fino a introdurre veri e propri ostacoli o limiti alla procedibilità, che risulterebbero difficilmente giustificabili sul piano costituzionale, o a modificare i parametri normativi che regolano l’uso della forza, in Italia già molto ampi.
In definitiva, l’idea di fondo sembra essere che l’integrità personale di alcuni individui, in particolare di coloro che prendono "decisioni sbagliate" (come si sente ripetere, ad esempio, dagli agenti dell’ICE nei video che circolano in questi giorni), valga in qualche modo meno e non meriti che le circostanze che conducono al suo sacrificio siano oggetto di un vaglio approfondito.
Pensa che questa legge servirebbe a tutelare maggiormente le forze di polizia rispetto a oggi?
In astratto è evidente che un operatore di polizia ha maggiori probabilità, rispetto a un comune cittadino, di trovarsi costretto, per ragioni di servizio, a fare uso della forza; ne consegue che il principale beneficiario del provvedimento è, prevedibilmente, il personale delle forze di polizia.
Resta tuttavia da comprendere come la norma sarà declinata sul piano tecnico e, soprattutto, quali saranno in concreto i passaggi che il pubblico ministero dovrà compiere prima di poter avviare un’indagine in un caso che, a una prima valutazione, appaia riconducibile alla legittima difesa o all’uso legittimo delle armi.
La norma si inserisce in un più ampio quadro di riforme prospettate dal governo in materia, nel prossimo ddl Sicurezza e non solo. Crede che ci siano dei rischi a promuovere, sul piano legale, questa visione delle forze di polizia?
Condivido questi timori. Il disegno complessivo che emerge è quello di una progressiva espansione delle prerogative delle forze di polizia, accompagnata da un messaggio neppure troppo implicito: strategie operative più muscolari saranno tollerate, o quantomeno sottoposte a controlli meno penetranti quando qualcosa va storto.
Molto meno spazio sembra invece riservato a una riflessione sul livello di formazione di agenti che vengono immessi in servizio dopo appena sei mesi di corso, spesso affiancati da colleghi altrettanto inesperti, o chiamati a operare in condizioni di cronica carenza d’organico. È evidente che risulta politicamente più semplice promettere una qualche forma di immunità, piuttosto che investire seriamente nella formazione, preoccuparsi di migliorare il contesto operativo e le condizioni di lavoro del personale di polizia.
Il problema è che questa promessa, più o meno esplicita, di impunità rischia di tradursi in una escalation del livello di coercizione che gli operatori di polizia si sentiranno autorizzati ad esercitare nelle loro interazioni con il pubblico. Una deriva pericolosissima tanto per l’incolumità dei comuni cittadini, che degli stessi degli stessi operatori di polizia.