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Caso Paragon

Caso Paragon, la mossa del Parlamento europeo contro lo spionaggio illegale: “A rischio la democrazia”

Il gruppo di interesse contro gli spyware del Parlamento europeo si è riunito oggi per la prima volta. A presiederlo anche l’italiano Sandro Ruotolo: “Difendere comunicazioni sicure e diritti fondamentali significa difendere l’Europa stessa”. Casi come quello di Paragon, che ha colpito anche Fanpage.it, dimostrano che “la minaccia è sistemica”. Anche il rapporto del Consiglio d’Europa sulla libertà di stampa parla della vicenda.
A cura di Luca Pons
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Il caso Paragon, che dopo più di un anno resta ancora senza risposte, non è chiuso. A interessarsi alla questione degli spyware usati illegalmente per colpire cittadini, giornalisti e attivisti è il Parlamento europeo. Oggi si è svolto primo evento ufficiale del cosiddetto Interest Group contro gli spyware. Proprio quando il Consiglio d'Europa ha citato il caso Paragon nella sua relazione annuale sulla libertà di stampa.

Il nuovo gruppo al Parlamento Ue: "Ora verità e giustizia"

A gennaio 2025 emerse che diverse persone, tra cui il direttore di Fanpage.it Francesco Cancellato, erano state vittime per mesi di uno spionaggio illegale con Graphite, software prodotto da Paragon Solutions. La lista si è poi allungata, arrivando a includere altri giornalisti e attivisti politici. In alcuni casi le risposte sono arrivate, ma in molti altri il governo italiano non ha dato chiarimenti. Dopo essersi tirato indietro, non ha mostrato interesse a capire chi avesse spiato dei cittadini italiani.

A promuovere il gruppo al Parlamento europeo sono stati i quattro co-presidenti: Sandro Ruotolo per i Socialisti, Krzysztof Brejza per i Popolari, Saskia Bricmont per i Verdi e Veronika Cifrová Ostrihoňová per i centristi di Renew: "Gli spyware sono armi digitali che colpiscono nel silenzio e producono un effetto corrosivo sulla democrazia: paura, autocensura, isolamento", hanno commentato.

"La cosa più pericolosa è l’assuefazione. Non possiamo normalizzare queste violazioni: quando la sorveglianza illegittima diventa routine, è la democrazia a perdere". L'idea è che il gruppo diventi un punto di collegamento tra il Parlamento Ue e la società civile, che monitori la questione e tenga alta la pressione sulla politica europea per intervenire sulla questione.

Anche perché la gestione politica degli spyware non può essere "una risposta episodica agli scandali. Serve continuità, trasparenza e responsabilità". Il caso Paragon non è il primo: negli anni scorsi si era parlato di Pegasus, poi di Predator. "Dimostrano che la minaccia è sistemica". Per questo il gruppo mira anche a coordinare tra loro le vittime di questi episodi, per organizzare al meglio la loro tutela e anche le loro richieste. "Le vittime non devono essere lasciate sole né frammentate Paese per Paese. Dare loro voce e creare una rete europea significa rafforzare la capacità di verità e giustizia". Insomma, il Parlamento europeo "farà la sua parte per impedire che il silenzio si trasformi in normalizzazione", perché "difendere comunicazioni sicure e diritti fondamentali significa difendere l’Europa stessa", hanno concluso i quattro.

Il Consiglio d'Europa: "Dalle autorità nessuna risposta su Paragon"

Nelle stesse ore, il Consiglio d'Europa ha pubblicato il suo nuovo rapporto sulla libertà di stampa. Il Consiglio d'Europa non è collegato all'Unione europea, anche se tutti i Paesi dell'Ue ne fanno parte. È un'organizzazione internazionale che difende i diritti umani e lo Stato di diritto, con 46 Stati membri.

Nella sezione dedicata a Sorveglianza e spionaggio contro i giornalisti, il rapporto ricorda che nel 2025 "la libertà di stampa ha continuato ad affrontare minacce serie sia dagli strumenti di sorveglianza tradizionali, sia da avanzati mezzi di spionaggio, mettendo in evidenza pratiche poco trasparenti in molti Stati". Uno dei primi esempi è proprio l'Italia. "Lo spyware è stato usato per monitorare giornalisti critici e membri della società civile, come confermato dalle indagini. La risposta lenta delle autorità ha spinto Vittorio Di Trapani, presidente della Fnsi, a denunciare ‘l'inazione inaccettabile'" del governo.

In generale, le piattaforme informatiche coinvolte in questi casi hanno "denunciato la mancanza di trasparenza delle autorità", ma le "indagini domestiche non hanno dato risultati e nessuno è stato chiamato a rispondere delle sue azioni". Il rapporto conclude con un appello: "Solo un'applicazione rigorosa delle misure di sicurezza richieste faranno sì che la sorveglianza resti un'eccezione, e non la regola, in Europa".

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