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Per l’8 marzo Meloni rivendica l’occupazione femminile: ma dimentica il gender pay gap e i dati sulle inattive

In occasione dell’8 marzo Giorgia Meloni rivendica l’aumento di occupazione femminile ma dimentica un dato: il divario retributivo in Italia supera il 25%.
A cura di Annalisa Cangemi
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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni pubblica un post per l'8 marzo, per fare gli auguri a tutte le donne. "L’8 marzo richiama tutti a una responsabilità che non vale un solo giorno, ma ogni giorno: continuare a costruire un’Italia nella quale nessuna donna debba scegliere tra libertà, lavoro, famiglia e realizzazione personale", scrive.

"Il talento, la determinazione e il contributo delle donne sono una forza decisiva per la crescita della Nazione. In questi anni abbiamo lavorato anche in questa direzione. Alcuni risultati cominciano a vedersi. Tra questi, il livello più alto di sempre di occupazione femminile raggiunto in Italia, un traguardo di cui sono particolarmente fiera. La strada da percorrere resta ancora lunga, ma l’obiettivo è chiaro: rimuovere ostacoli, garantire pari opportunità, consentire a ogni donna di esprimere pienamente il proprio valore.È questo, forse, il senso più autentico dell’8 marzo".

Nel post la premier come si vede rivendica i dati sull'occupazione femminile, parlandone come uno dei successi inanellati dal suo governo. La realtà, però, è meno rosea di così.

Basta leggere i dati e confrontarli con quelli europei: l'occupazione femminile si ferma al 53,4%, contro il 71,4% degli uomini, quasi 18 punti percentuali di distanza, il divario più alto nell'intera Unione Europea. Sono circa 7,8 milioni le donne tra i 15 e i 64 anni che restano fuori dal mercato del lavoro. Con questi numeri, l'Italia resta lontana dalla media europea di occupazione femminile, al 70,8%.

Tra l'altro, desta preoccupazione un altro dato, che andrebbe ricordato per completezza: 43 donne su 100 sono inattive, contro il 24,9% degli uomini. Questo significa che ci sono quattro donne su dieci che non lavorano, non studiano e non sono alla ricerca di un'occupazione.

Come ricorda il Sole 24 Ore, il tema è anche la qualità del lavoro. Il 74,2% dei 4,2 milioni di contratti part-time è occupato da donne, molti dei quali involontari. Le donne poi faticano a fare carriera e guadagnano meno degli uomini, secondo gli ultimi dati Inps. Eppure le donne rappresentano circa il 60% dei laureati in Italia. Le donne con un titolo di istruzione terziaria, ricorda il Sole 24 Ore, sono il 25,8% contro il 18,7% degli uomini. In media le ragazze si laureano prima dei ragazzi e ottengono voti migliori. Ma una volta entrate nel mondo del lavoro questa situazione si ribalta e le donne guadagnano in media il 25% in meno degli uomini e restano escluse dai vertici: solo il 23% dei manager è donna (dati di ManagerItalia).

Da un recente sondaggio, promosso da Nuova Collaborazione, associazione nazionale datori di lavoro domestico, che analizza l'impatto economico e occupazionale dei bisogni di assistenza e lavoro domestico, emerge un altro dato preoccupante, che riguarda il tema della cura, una questione economica strutturale che incide in modo significativo sugli equilibri delle famiglie italiane,
⁠Il bisogno che incide maggiormente sull'equilibrio economico delle famiglie è l'assistenza a una persona con disabilità (40%), seguito dall'assistenza continuativa a un anziano (33,8%). La cura dei figli per conciliare lavoro e famiglia si attesta al 16,9%, mentre solo il 6,2% dichiara di non avere attualmente bisogni di cura rilevanti. Nel complesso, il quadro restituisce un Paese in cui la non autosufficienza – legata alla disabilità o all'età avanzata – rappresenta la principale voce di pressione economica sulle famiglie.

Il dato più rilevante è che per il 33,8% delle famiglie la spesa per la cura supera il 30% del reddito mensile, mentre un ulteriore 13,8% dichiara un'incidenza compresa tra il 20% e il 30. A questo si aggiunge un 35,4% che fatica a stimarne il peso complessivo, a conferma di una pressione economica continua e difficilmente misurabile.

Il sondaggio evidenzia poi un impatto diretto sulla partecipazione al lavoro retribuito: nel 53,8% dei casi, in assenza di un adeguato supporto di cura, è una donna della famiglia ad aver ridotto o abbandonato l'attività lavorativa. Solo nel 6,2% dei casi la rinuncia riguarda un uomo, mentre un ulteriore 6,2% indica che la riduzione ha coinvolto entrambi. Il 10,8% dichiara di non aver dovuto rinunciare grazie a un supporto esterno.

Il dato conferma come il carico di cura continui a tradursi in una penalizzazione occupazionale prevalentemente femminile con conseguenze strutturali su reddito, carriera e contribuzione previdenziale.

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