Per l’8 marzo Meloni rivendica l’occupazione femminile: ma dimentica il gender pay gap e i dati sulle inattive

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni pubblica un post per l'8 marzo, per fare gli auguri a tutte le donne. "L’8 marzo richiama tutti a una responsabilità che non vale un solo giorno, ma ogni giorno: continuare a costruire un’Italia nella quale nessuna donna debba scegliere tra libertà, lavoro, famiglia e realizzazione personale", scrive.
"Il talento, la determinazione e il contributo delle donne sono una forza decisiva per la crescita della Nazione. In questi anni abbiamo lavorato anche in questa direzione. Alcuni risultati cominciano a vedersi. Tra questi, il livello più alto di sempre di occupazione femminile raggiunto in Italia, un traguardo di cui sono particolarmente fiera. La strada da percorrere resta ancora lunga, ma l’obiettivo è chiaro: rimuovere ostacoli, garantire pari opportunità, consentire a ogni donna di esprimere pienamente il proprio valore.È questo, forse, il senso più autentico dell’8 marzo".
Nel post la premier come si vede rivendica i dati sull'occupazione femminile, parlandone come uno dei successi inanellati dal suo governo. La realtà, però, è meno rosea di così.
Basta leggere i dati e confrontarli con quelli europei: l'occupazione femminile si ferma al 53,4%, contro il 71,4% degli uomini, quasi 18 punti percentuali di distanza, il divario più alto nell'intera Unione Europea. Sono circa 7,8 milioni le donne tra i 15 e i 64 anni che restano fuori dal mercato del lavoro. Con questi numeri, l'Italia resta lontana dalla media europea di occupazione femminile, al 70,8%.
Tra l'altro, desta preoccupazione un altro dato, che andrebbe ricordato per completezza: 43 donne su 100 sono inattive, contro il 24,9% degli uomini. Questo significa che ci sono quattro donne su dieci che non lavorano, non studiano e non sono alla ricerca di un'occupazione.
Come ricorda il Sole 24 Ore, il tema è anche la qualità del lavoro. Il 74,2% dei 4,2 milioni di contratti part-time è occupato da donne, molti dei quali involontari. Le donne poi faticano a fare carriera e guadagnano meno degli uomini, secondo gli ultimi dati Inps. Eppure le donne rappresentano circa il 60% dei laureati in Italia. Le donne con un titolo di istruzione terziaria, ricorda il Sole 24 Ore, sono il 25,8% contro il 18,7% degli uomini. In media le ragazze si laureano prima dei ragazzi e ottengono voti migliori. Ma una volta entrate nel mondo del lavoro questa situazione si ribalta e le donne guadagnano in media il 25% in meno degli uomini e restano escluse dai vertici: solo il 23% dei manager è donna (dati di ManagerItalia).
Da un recente sondaggio, promosso da Nuova Collaborazione, associazione nazionale datori di lavoro domestico, che analizza l'impatto economico e occupazionale dei bisogni di assistenza e lavoro domestico, emerge un altro dato preoccupante, che riguarda il tema della cura, una questione economica strutturale che incide in modo significativo sugli equilibri delle famiglie italiane,
Il bisogno che incide maggiormente sull'equilibrio economico delle famiglie è l'assistenza a una persona con disabilità (40%), seguito dall'assistenza continuativa a un anziano (33,8%). La cura dei figli per conciliare lavoro e famiglia si attesta al 16,9%, mentre solo il 6,2% dichiara di non avere attualmente bisogni di cura rilevanti. Nel complesso, il quadro restituisce un Paese in cui la non autosufficienza – legata alla disabilità o all'età avanzata – rappresenta la principale voce di pressione economica sulle famiglie.
Il dato più rilevante è che per il 33,8% delle famiglie la spesa per la cura supera il 30% del reddito mensile, mentre un ulteriore 13,8% dichiara un'incidenza compresa tra il 20% e il 30. A questo si aggiunge un 35,4% che fatica a stimarne il peso complessivo, a conferma di una pressione economica continua e difficilmente misurabile.
Il sondaggio evidenzia poi un impatto diretto sulla partecipazione al lavoro retribuito: nel 53,8% dei casi, in assenza di un adeguato supporto di cura, è una donna della famiglia ad aver ridotto o abbandonato l'attività lavorativa. Solo nel 6,2% dei casi la rinuncia riguarda un uomo, mentre un ulteriore 6,2% indica che la riduzione ha coinvolto entrambi. Il 10,8% dichiara di non aver dovuto rinunciare grazie a un supporto esterno.
Il dato conferma come il carico di cura continui a tradursi in una penalizzazione occupazionale prevalentemente femminile con conseguenze strutturali su reddito, carriera e contribuzione previdenziale.