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Giorgia Meloni non fa tante conferenze stampa. A dire il vero non ne fa quasi nessuna. Per cui oggi – quando si è tenuta quella che dovrebbe essere la tradizionale conferenza con i giornalisti di fine anno, che anche questa volta è slittata a inizio gennaio – non sono mancate le frecciatine da parte dei cronisti. E ci sono stati anche diversi momenti di tensione, ad esempio quando le è stato chiesto di quel fuorionda con Trump in cui la presidente del Consiglio ammetteva di non amare il confronto con i cronisti, una cosa che non fa stare troppo sereni visto lo stato di salute delle democrazie occidentali di questi tempi. I temi sono stati tanti, dalle tensioni in politica estera, alle fibrillazioni in maggioranza e i temi della politica interna. Meloni ha parlato anche del caso Paragon, che ha coinvolto direttamente il direttore di Fanpage e un altro nostro giornalista. Anche se, su questo punto, non è stata proprio precisa. Di base, Meloni e il suo governo, sul caso di spionaggio ad attivisti e giornalisti, continua a non dare risposte.
Che anno sarà per Giorgia Meloni
Facendo ai suoi gli auguri di fine anno Giorgia Meloni lo aveva detto: il 2025 è stato difficile, ma il 2026 sarà anche peggio. E quest’anno è cominciato in maniera abbastanza esemplificativa. Meloni ha davanti a sé una serie di cose da affrontare, sia in politica estera che interna. Spesso le due sono anche legate, come nel caso dell’Ucraina: da un lato la presidente del Consiglio potrebbe trovarsi in difficoltà con gli alleati se l’Italia rimanesse davvero l’unico big europeo a non mandare le truppe, insieme ai Volenterosi, per il monitoraggio della pace; dall’altro deve tenere a bada l’alleato – cioè la Lega di Salvini – che fa opposizione interna criticando l’invio di aiuti militari e gli stanziamenti in favore di Kiev.
Poi c’è la questione del Venezuela. Meloni è stata praticamente l’unica leader europea a legittimare in qualche modo l’intervento di Trump, ma ora si trova a fare i conti con una politica imperialista aggressiva degli Stati Uniti che non guarda in faccia nemmeno la Nato e l’Europa. Come intende mantenere in piedi quell’alleanza, quel canale privilegiato con la Casa Bianca, se questa dovesse diventare un pericolo per l’Europa? Rispetto al caso venezuelano, Meloni potrebbe comunque riuscire a volgere il tutto a suo favore mettendo sul tavolo la liberazione dei nostri connazionali che si trovavano nelle carceri di Caracas, ma non è una rendita che può beneficiarla nel lungo periodo.
La situazione geopolitica internazionale è estremamente complessa e sicuramente è il primo scoglio da affrontare in questo 2026, quello più scivoloso per il governo di Meloni. Però ci sono anche una serie di temi puramente interni, come la riforma della legge elettorale o il referendum sulla separazione delle carriere, oltre ai temi economici, contando che quest’anno si esaurisce anche la spinta del Pnrr.
Le previsioni del Financial Times
Per dirla con le parole del Financial Times, che ha dedicato un’intera pagina a Meloni, per la presidente del Consiglio questo è l’anno del “o la va o la spacca”, l’anno in cui dovrà dimostrare di essere “qualcosa in più di una prudente amministratrice dell’esistente”.
In questo contesto Meloni ha risposto a decine e decine di domande dei giornalisti, nella conferenza stampa di inizio anno, sui temi più caldi dell’attualità. Per riassumere i punti principali:
- Su Alberto Trentini, Meloni ha detto che il governo sta facendo tutto ciò che può fare per liberare il cooperante. Si è detta fiduciosa del segnale dato dalla nuova presidente venezuelana, Rodriguez, ma non si è spinta oltre. In generale sul Venezuela ha detto che la sinistra è surreale, sempre dalla parte sbagliata della storia, finge di non vedere le condizioni di povertà del popolo venezuelano: Meloni ha detto che italiani di estrema sinistra spiegano agli esuli venezuelani cosa significherebbe essere venezuelani, piegando la realtà all’ideologia.
- Sulla Groenlandia ha detto di non credere che gli Stati Uniti intraprenderanno un’azione militare, cosa che non converrebbe pure a loro: ha detto che l’amministrazione Trump con i suoi metodi “molto assertivi” sta ponendo l’attenzione sull’importanza strategica dell’Artico, dove agiscono molti attori stranieri, per dire che non accetteranno ingerenze eccessive. E Meloni ha detto che questo tema deve interessare anche noi, ma che dovrebbe essere la Nato ad avviare un dibattito serio.
- Sulle truppe italiane in Ucraina, ha detto che non c’è alcun veto filoputiniano di Salvini, ma c’è un dibattito su come garantire la pace e la stabilità. Il motivo per cui non è favorevole all’invio di soldati è la mancanza dell’ombrello delle Nazioni Unite. Meloni ha ribadito di preferire la strada di un sistema di sicurezza basato sull’Articolo 5 della Nato. Parlando sempre di Ucraina, ha detto che il decreto per gli aiuti passerà, al di là di quello che spera qualcuno (un riferimento a Vannacci, per cui Meloni si è detta stupita che proprio un militare speri una cosa del genere), e che ostacolarlo sarebbe uno sbaglio. E poi, rispondendo a una domanda su Salvini che spera che riprendano le interlocuzioni con la Russia, ha dato ragione a Macron, sul fatto che l’Europa debba parlare con la Russia. Ma deve farlo con una voce sola, non in ordine sparso.
La conferenza stampa di inizio anno
La conferenza stampa è durata a lungo e i temi sono stati tanti. Meloni ha anche parlato ad esempio del referendum sulla giustizia, confermando che la data più papabile è quella del 22 e 23 marzo. Sulla questione magistratura si potrebbe aprire anche una parentesi a parte, perché in circa due ore di conferenza stampa Meloni ha attaccato diverse volte i magistrati, sottolineando ad esempio alcuni casi di cronaca in cui le decisioni prese dalle toghe avrebbero messo a rischio la sicurezza interna, pur smentendo le ricostruzioni giornalistiche per cui ci sarebbe in corso uno scontro tra i poteri. Ha parlato della legge elettorale, dicendo che ci sono interlocuzioni con le opposizioni in Parlamento, ma che in caso la farà la maggioranza; ha parlato di baby gang e maranza dicendo che si sta lavorando a una legge per vietare la vendita di armi da taglio ai minori; ha parlato della tragedia di Crans Montana, dei rapporti con il Quirinale, del caso della famiglia del bosco, e tanto altro.
Cosa è stato detto sul caso Paragon
Chiudiamo la puntata facendo il punto sul caso Paragon. Inizialmente è stato citato dal presidente dell’ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli, all’apertura della conferenza, come esempio di una (tra le molteplici) le minacce alla libertà di stampa. Meloni ha detto che il Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, ha escluso nella sua relazione sul caso che Graphite (cioè il software prodotto dall’azienda israeliana Paragon) sia stato usato nei confronti dei giornalisti spiati. Quindi, nel caso di Fanpage, il direttore Francesco Cancellato e Ciro Pellegrino, capo della cronaca napoletana. La presidente del Consiglio ha detto che ci sono due procure al lavoro e che confida di avere presto delle risposte. Infine, che per quanto riguarda il governo, che stanno fornendo tutto il supporto necessario alle indagini.
Ma le cose non stanno proprio così. Nella relazione del Copasir si dice una cosa diversa, cioè che non ci sono prove che i giornalisti siano stati spiati con Paragon. Il che significa che i messaggi ricevuti da Cancellato e Pellegrino – comunicazioni da Meta e da Apple – sul fatto che i loro telefoni fossero infettati dallo spyware, potrebbero essere stati inviati per errore. Un errore però abbastanza curioso, vista la quantità di utenti di Whatsapp e i profili a cui, per errore, sarebbe stata inviata la comunicazione. Una coincidenza un po’ troppo sospetta per essere davvero una coincidenza.
La domanda del direttore
E poi: se davvero il governo collabora con le indagini e dà tutto il supporto che può dare, come può essere che ad un anno dallo scoppio del caso, non sappiamo ancora nulla su cosa sia successo? Come è possibile che ci sia un caso di spionaggio a danni di giornalisti e attivisti in un Paese occidentale e democratico, e il governo non ne parli, se non con qualche dichiarazione di circostanza che non chiarisce nessuno dei mille interrogativi su questa vicenda?
Prendendo la parola alla fine della conferenza, il direttore Cancellato ha chiesto concretezza. Cioè che cosa sta facendo concretamente il governo, per venire alla verità? Ma Meloni non ha risposto, ha ripetuto che sta facendo tutto quello che può fare. Che cosa si intende, non ci è dato saperlo. Poi Cancellato ha anche precisato che Paragon aveva anche detto di volersi mettere a disposizione del governo italiano per fare chiarezza, ma questo aiuto non è stato accolto, portando quindi l’azienda israeliana a recidere il contratto.
Insomma, risposte da questo governo ancora non abbiamo. Meloni ha chiuso la conferenza stampa facendo una cosa che sa fare molto bene: ribaltando tutto, dicendo che è lei la vittima, perché anche informazioni su di lei e il suo conto in banca sono state rese pubbliche, così come ci sono stati casi su esponenti politici e aziende. In sostanza Meloni ha detto che in questo Paese c’è sicuramente un problema, quando parliamo di dossieraggi e company. Ma che lei ne è la prima vittima. Però varrebbe la pena ricordarle che lei è anche la presidente del Consiglio: oltre a questo atteggiamento da martire, dovrebbe pureÒ dare qualche risposta.
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