“Non c’è che da prendere atto dell’atteggiamento scandaloso del Ministero della Salute che, negando la necessità di fissare limiti nazionali per la concentrazione di Pfas nelle acque potabili, fa finta di non vedere la realtà e, di fatto, ci dice di arrangiarci. Annuncio che da questo momento ci arrangiamo e, in piena autonomia, procederemo a una drastica riduzione dei limiti in Veneto”. Le parole del governatore del Veneto, Luca Zaia, arrivano a margine del comunicato di lunedì scorso con la quale la Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute ha respinto la richiesta avanzata dalla Regione di fissare un limite nazionale di performance per la presenza di sostanze perfluoro alchiliche nella acque, e la riproposizione delle tabelle dello studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) del 2013, da cui appare evidente la presenza significativa di tali sostanze in varie altre zone d’Italia. E il Veneto è certamente una di queste, come si evince dai test sugli adolescenti ordinati dalla Regione: in particolare su un 15enne, sono stati riscontrati 294,7 nanogrammi di Pfoa per millilitro di sangue contro il limite fissato tra 1,15 e 8,  valore dunque superiore di oltre 35 volte il limite.

Secondo la Direzione generale della prevenzione sanitaria, “il problema Pfas è concentrato solo nelle quattro province di Vicenza, Rovigo, Venezia e Padova", vista soprattutto la presenza della vicina azienda Miteni di Trissino. Per questo motivo è stata respinta la proposta di realizzare una direttiva nazionale e un conseguente monitoraggio in tutta Italia. Per Zaia “a livello governativo manca la volontà politica di gestire il problema, basti pensare agli 80 milioni di euro promessi per la messa in sicurezza degli acquedotti e mai stanziati”. Ma le sue critiche hanno fatto scattare biasimi da più fronti. “Ora la risoluzione viene presentata come reazione al deficit del governo, in realtà è la dimostrazione di quanto sia nelle competenze regionali procedere a fissare i limiti” sbotta la senatrice Pd Laura Puppato, della commissione parlamentare d’inchiesta che si sta occupando di Pfas. Le fa eco Andrea Zanoni, consigliere regionale Pd: “Zaia poteva e doveva fissare i limiti quattro anni fa, quando è esploso il caso Pfas”. Anche per la consigliera regionale Cristina Guarda (Lista Moretti Presidente) “Zaia doveva agire da anni, ha poco da fare la vittima”.

Anche Greenpeace è scesa in campo per chiedere a Zaia di "bloccare tutte le fonti di inquinamento da Pfas" e di abbassare drasticamente i livelli di sicurezza della sostanza nell'acqua, "attualmente in Veneto sono tra i più alti al mondo. Secondo l'associazione ambientalista, la Miteni non è “la principale fonte di inquinamento” della zona: il non certo invidiabile scettro spetterebbe infatti al gruppo chimico internazionale, Icig, controllato da una holding lussemburghese che negli ultimi quattro anni ha pagato un'aliquota fiscale del 13,3 per cento. Lo studio presentato da Greenpeace definisce il Gruppo Icig "un investitore opportunista che acquista pezzi di grandi conglomerati farmaceutici o chimici non più interessanti per le aziende di origine". E ancora, "una realtà finanziaria che adotta strategie di acquisizione e vendita aggressive: rileva imprese, le ristruttura tagliando i costi, in particolare quelli del personale, e le rivende con profitto".

Il ministero della Salute ha respinto le accuse del governatore del Veneto: "Questo rimpallo di responsabilità non è una buona cosa quando si parla di azioni così pesanti sul piano ambientale, che sono perdurate nel tempo e che tra l'altro sono state tempestivamente individuate ed arginate da questo ministero", ha commentato sorpresa Beatrice Lorenzin.