Perché parlate sempre di migranti? È questa una delle domande che ci sentiamo rivolgere più spesso negli ultimi mesi nei commenti ai nostri pezzi sulla questione sbarchi e, in generale, sulle politiche di accoglienza. O meglio, diciamo che più che una domanda è un’accusa, che lentamente ha preso il posto dei grandi classici “chi vi paga?” e “perché non li portate a casa vostra?”, come naturale conseguenza del mutato approccio alla questione. Curiosamente (ma nemmeno tanto) la polemica porta il marchio di coloro che sui migranti hanno costruito intere carriere politiche, parlandone ossessivamente e compulsando l'opinione pubblica su ogni mezzo distributivo a disposizione. Ecco perché capire il senso di questo nuovo tormentone equivale anche a capire molto di come si è evoluto l’intero dibattito pubblico sulla questione migranti.

Una questione che è emblematica del modo in cui le emozioni si siano imposte sui fatti, condizionando il dibattito pubblico e determinando (letteralmente) le scelte della politica. Scelte che nella gran parte dei casi si muovono seguendo una chiara interpretazione, che fa proseliti soprattutto tra i sostenitori del governo e alla sua destra. La tesi è quella di rifiutare l’utilizzo dell’etichetta razzismo, per porre l'accento sul fatto che un certo atteggiamento degli italiani sia determinato dal modo in cui la questione migranti è stata gestita dalle "elite", giudicate corrotte e colpevoli di aver determinato una situazione insostenibile per il proprio tornaconto. La narrazione che ne segue è quella del “popolo esasperato”, della “gente che non ce la fa più”, degli italiani che “non sono razzisti ma non possono accogliere più nessuno”. La chiusura nei confronti dei migranti diventa così “la volontà del popolo” e la politica non può che prenderne atto. È un processo debole ma costante, un lento scivolamento, che ad esempio porta alla colpevolizzazione di chi salva vite in mare e all’ostentazione degli accordi con chi quelle vite le ha messe e mette costantemente in pericolo. Una narrazione che risponde perfettamente a una delle caratteristiche principali della costruzione populista, la profezia che si autoavvera, e che determina cortocircuiti logici ed emozionali nel racconto della realtà. In questo contesto, chi "parla solo dei migranti" è assimilato alle elite, è in qualche modo compartecipe di un sistema di corruttela e disfunzioni, è uno che va "contro gli interessi del popolo". 

Il benaltrismo viene dunque utilizzato in maniera aggressiva, per delegittimare e colpire l'avversario. "Ci sono problemi ben più gravi", dunque se "parlate solo dei migranti" è perché state difendendo i vostri interessi, politici ed economici, non perché davvero vi stanno a cuore i migranti. È questo un passaggio essenziale, l'evoluzione del benaltrismo, che consente a Salvini e ai suoi cloni di presentarsi addirittura come i garanti dei veri diritti dei migranti, quelli di non emigrare, di costruirsi un futuro migliore nella loro terra di origine. È un imbroglio, certo. Perché al benaltrismo e alla generalizzazione indebita si somma la fallacia logica della falsa dicotomia (chi dice che occuparsi dei migranti significhi tralasciare altre questioni?). Ma funziona. Perché fornisce una spiegazione semplice a un problema estremamente complesso: la colpa delle migrazioni, fenomeno epocale, viene addebitata non solo agli interessi di faccendieri e affaristi, ma all'interno campo "buonista", che blandisce e illude i migranti.

È interessante notare come questo meccanismo sia fondato sulla rappresentazione unitaria di un campo che è invece composito, con profonde differenze al suo interno. Tra i "buonisti" e gli "immigrazionisti" finiscono i progressisti e i liberal, l'estrema sinistra e la Chiesa, i sindacati ma anche gli imprenditori, i ricchi filantropi e i centri sociali, le femministe e i poteri forti. Siamo sempre a elite vs popolo, dove per elite si intende chiaramente chiunque sia contro il popolo italiano. E pazienza se "elite vs popolo" non significhi ormai più nulla (e certamente non è binomio utilizzabile in questo contesto).

È il dualismo di cui hanno ora bisogno le forze politiche che hanno speculato e speculano sulle paure e le incertezze delle persone. Serviva un nuovo nemico facilmente riconoscibile, dopo aver saturato o quasi la polemica contro i migranti, quella contro il governo, contro la Ue e contro le cooperative. Ora tocca a chi "parla sempre di migranti", non si accontenta delle favolette dei porti chiusi o della Guardia Costiera libica che fa il lavoro sporco per noi.