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Violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta)

Violenze in carcere a Santa Maria Capua Vetere, archiviazione per 18 agenti: c’è anche Benito Pacca, morto suicida

Il giudice ha disposto l’archiviazione per 18 degli agenti coinvolti nel processo per i pestaggi avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nell’aprile del 2020.
A cura di Valerio Papadia
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Un frame di uno dei video delle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere
Un frame di uno dei video delle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere

Si è deciso per l'archiviazione della posizione di 18 agenti della Polizia Penitenziaria coinvolti nel processo sulle violenze avvenute sui detenuti all'interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere, nella provincia di Caserta, nell'aprile del 2020. Tra gli agenti della Penitenziaria la cui posizione è stata archiviata figura anche il sovrintendente Benito Pacca, 59 anni, morto suicida lo scorso 27 giugno nel parcheggio del carcere di Secondigliano, a Napoli, dove prestava servizio al tempo.

Il suicidio di Benito Pacca: l'agente si è sparato con la sua pistola

Il gip del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, dunque, ha ritenuto estranei alla vicenda i 18 agenti archiviati, tra cui rientra, come detto, Pacca. Il sovrintendente della Polizia Penitenziaria, nella mattinata del 27 giugno del 2025, si è recato al lavoro, nel carcere napoletano di Secondigliano. Prima di iniziare il suo turno, nel parcheggio della casa circondariale, il 59enne ha afferrato la pistola di ordinanza e si è sparato, togliendosi la vita. Una tragedia che, ancora oggi, appare inspiegabile: il sovrintendente era vicino alla pensione ma, ai colleghi, avrebbe confessato di sentirsi inquieto per il procedimento in cui era coinvolto, dal quale sperava di uscire presto.

Le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere

Mentre l'Italia, e gran parte del mondo, erano nella fase iniziale, e molto virulenta, della pandemia di Covid-19, il 6 aprile del 2020 alcuni detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere diedero vita a una protesta contro le recenti restrizioni introdotte proprio per cercare di limitare il contagio. La risposta degli agenti penitenziari, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, fu violenta: una repressione fatta di botte e torture; uno dei detenuti picchiati, Lamine Hakimi, morì poi il 4 maggio successivo nella sua cella, dove era stato messo in isolamento.

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