Il caso della professoressa Annamaria Mantile, deceduta lo scorso 2 marzo, tre giorni dopo l'inoculazione del vaccino AstraZeneca, è "sicuramente da studiare in modo rigoroso, per dissipare ogni dubbio", ma prima dell'esito dell'autopsia non bisogna sbilanciarsi: la 62enne potrebbe essere morta per altre patologie o per una intolleranza specifica, ma senza dati certi si rischia solo di far passare l'idea, infondata e pericolosa, che farsi vaccinare sia rischioso. A spiegarlo è il professor Francesco Faella, primario per decenni del Cotugno di Napoli e di recente "richiamato" dalla pensione per coordinare la trasformazione del Loreto Mare e del San Giovanni Bosco in Covid Center. Già in prima linea quando a Napoli scoppiò l'epidemia del colera, Faella, intervistato da Fanpage.it, fa il punto della situazione sulle reazioni avverse riscontrate durante la campagna vaccinale e sulle varianti emerse nelle ultime settimane, la sudafricana e la brasiliana.

Professor Faella, la morte dell'insegnante ha causato molta preoccupazione. Secondo lei è possibile ipotizzare, o escludere, un nesso con la vaccinazione? 

Sono casi che vanno studiati, è indispensabile l'autopsia. Bisognerebbe capire quale è la patologia che l'ha portata alla morte. Poi, sul piano statistico, capire se poteva succedere lo stesso o se è stata sollecitata o favorita dallo stress della vaccinazione. Pensiamo, per ipotesi, a un paziente che avesse un infarto dopo il vaccino: con un singolo caso non possiamo mettere in correlazione i due eventi, non possiamo dire che non avrebbe avuto l'infarto senza vaccinazione. Quando si fanno provvedimenti vaccinali di massa, come stiamo facendo oggi, si deve tenere presente cosa sarebbe successo ai singoli con o senza vaccinazione.

Non conosco la storia clinica della signora, se aveva qualche patologia che l'avrebbe portata comunque alla morte, ma prima del riscontro autoptico non possiamo dire nulla. Si rischierebbe soltanto di allarmare chi deve sottoporsi alla vaccinazione. È un caso che va sicuramente studiato in modo rigoroso, si deve capire se la morte è dovuta ad altro o se esiste un nesso, che potrebbe essere anche in una intolleranza specifica della professoressa. È l'unico modo per dissipare i dubbi ed evitare che passi l'idea che vaccinarsi sia pericoloso a prescindere.

Quali reazioni avverse avete riscontrato?

Le reazioni ai vaccini ci sono sempre state, non è un problema di quelli odierni. Abbiamo rilevato una discreta presenza di eventi avversi, ma si tratta di eventi minori: parliamo di dolore alla spalla, malessere, febbre. Ma sono tutte cose previste e che non devono fermare i candidati alla vaccinazione. Reazioni gravi non ne abbiamo avute in Campania e, a mia conoscenza, non ce ne sono state nemmeno altrove. Ad ogni modo, e in particolare per una persona anziana, è sicuramente meglio avere un po' di dolore al braccio o qualche linea di febbre piuttosto che ammalarsi di Covid e rischiare di morire.

Nelle scorse settimane sono emerse tre varianti del virus Sars-Cov-2.

Per quanto riguarda quella inglese abbiamo avuto modo di notare che i tempi di incubazione della malattia nei pazienti in cui era noto il momento dell'esposizione si è ridotto, e questo ha portato a una maggiore diffusione perché il virus ha una maggiore capacità di aggredire. Per ora non ci sono evidenze che la malattia sviluppata sia più grave rispetto al ceppo originale cinese, ma queste sono cose che vanno studiate sui grandi numeri.

La variante inglese ha dimostrato che una piccola mutazione sullo spike, che serve al virus per attaccarsi alle cellule umane, ha reso il virus più diffusibile e ha fatto sì che questa variante stia prendendo il campo: attualmente si stima che il 40% dei malati abbia contratto la variante inglese, che è più infettiva del ceppo originale cinese. Per quanto riguarda le varianti cosiddette brasiliana sudafricana è ancora tutto da vedere. Ci sono forti dubbi che possano rendere vano quello che stiamo facendo adesso coi vaccini.

Nel senso che i vaccini potrebbero non funzionare?

Potrebbero non funzionare. I vaccini funzionano solamente attraverso la produzione di anticorpi nei confronti della proteina spike. Se questa proteina dovesse essere modificata in maniera consistente, tanto da sfuggire all'anticorpo dei vaccini, diventerebbe vano l'affannarsi per ottenere i vaccini oggi in uso. Oggi abbiamo visto che i vaccini in uso funzionano col ceppo originale e con la variante inglese, ma nel verificare il genoma delle altre varianti è stato visto che questa proteina è cambiata in maniera tale da poter far nascere il dubbio che i vaccini attuali non siano efficaci. Sono però cose che si vedono sul campo: bisognerà vedere se le nuove varianti faranno ammalare in maniera consistente le persone già vaccinate.

Si dovrebbe quindi ricominciare la ricerca da zero di un nuovo vaccino?

No. I vaccini oggi in uso sono facilmente modificabili con un Rna messaggero che produce una proteina diversa, quindi possono essere adattati. Però in quel caso saremmo costretti a vaccinare nuovamente le persone. È importante sottolineare che la tecnologia che ci ha consentito di creare i vaccini oggi in uso è tale che in poco tempo si potrebbero fare dei vaccini efficaci anche contro le varianti. Altra cosa molto importante: nel caso emergano dei casi, anche se isolati, di malattia legata a varianti brasiliana o sudafricana, si deve assolutamente isolare l'area con misure particolari per evitare una diffusione di questa variante. Per adesso stiamo usando i vaccini che abbiamo e non c'è assolutamente nessun allarme.

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