L’inchiesta sul trapianto di un cuore “bruciato” effettuato al Monaldi di Napoli su un bambino di 2 anni

Bisogna fare un passo indietro e guardare le varie storie. In una sala di terapia intensiva all'ospedale "Monaldi" di Napoli c'è un bimbo di 2 anni e 4 mesi in condizioni gravissime, da 50 giorni tenuto in vita da un Ecmo, un macchinario per circolazione extra-corporea. Era stato trapiantato di cuore l'antivigilia di Natale, sarebbe dovuto star meglio. Ma il cuore innestato non ha mai ricominciato a funzionare. Non per un rigetto dal nuovo corpo in cui è entrato, ma perché l'organo è arrivato danneggiato durante il viaggio dal Nord Italia, dove era stato espiantato dal corpo del donatore. È arrivato danneggiato ma è stato egualmente trapiantato. Dopo capiremo quali sono le ipotesi e le dinamiche di questa fase.
In una sala d'attesa c'è una mamma, Patrizia. Racconta che dopo l'operazione al figlio ha saputo che l'intervento non aveva sortito gli esiti sperati ed ha appreso della gravità delle condizioni del figlio. Ma non ha saputo perché il nuovo cuore non abbia funzionato a dovere. Questo – afferma – lo ha saputo dai giornali. Oggi ha ricevuto una visita privata, quella del cardinale di Napoli don Mimmo Battaglia.
Nella sala operatoria c'è una equipe di Cardiochirurgia. Un tempo il "Monaldi" era considerato una delle punte di diamante del settore, ora è travolto da una bufera che è diventata nazionale, una indagine con 6 medici e paramedici indagati che rischia di gettare un velo cupo su tutto il lavoro dei trapianti in struttura.
Fuori dallo spazio bianco del Monaldi c'è tutto il resto del mondo. C'è l'avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi, che oggi si trova sommerso di richieste d'interviste, telefonate e al tempo stesso fa da ponte tra la famiglia del piccolo, la struttura sanitaria, le forze dell'ordine e le procure che si occupano della vicenda – sono due -. Stamane ha dovuto integrare la già corposa denuncia – solo la cartella clinica del minore consta di circa 1.000 pagine – con una serie di altri atti. L'avvocato ha anche chiesto «l'incidente probatorio sulla cartella clinica, e gli altri documenti, come il parere del Bambino Gesù, con la nomina di un collegio». Che significa? Il legale vuole la formazione di una prova durante le indagini preliminari, prima ancora che inizi il processo vero e proprio. E vuole farlo ora, "cristallizzandola".
Ci sono i palazzi. Ieri la Regione Campania ha attivato i poteri ispettivi sulla struttura che fa parte del sistema sanitario regionale. Già venerdì erano stati chiesti i primi atti, lunedì sarà una nuova giornata di richieste e chiarimenti. Roberto Fico, presidente della Regione, è al suo primo impatto con una grave vicenda che riguarda la sanità campana e fa capire che non lascerà nulla di intentato per capire: «Ho scritto ufficialmente alla Direzione Generale Salute che ha attivato immediatamente tutto quello che c'era nelle proprie possibilità e quindi aspetto le risultanze di tutto quello che recupereranno chiedendolo al Monaldi». Da Roma sono partiti anche gli ispettori del ministero della Salute guidato da Orazio Schillaci e pure qui la sensazione è che gli atti saranno rivoltati come calzini.
Prima di parlare dell'inchiesta, c'è una questione, enorme, che oggi, sabato 14 febbraio, si para davanti. Quella del nuovo eventuale trapianto di cuore al piccolo. L'ospedale "Bambino Gesù", uno dei poli pediatrici d'eccellenza in Europa, ha espresso un parere negativo al trapianto-bis. Secondo i medici il bimbo non è nuovamente operabile, rebus sic stantibus.
Ma il "Monaldi" non è d'accordo. L'Heart Team, ieri, 13 febbraio, dopo aver letto il parere dei colleghi di Roma ha deciso – è nero su bianco, in una dichiarazione ufficiale «di mantenere il bambino in lista di trapianto, sussistendo, ad opinione del medico responsabile, le condizioni cliniche. Ad oggi le condizioni del piccolo paziente restano stabili in un quadro di grave criticità». Quando un nuovo cuore compatibile potrebbe arrivare non lo sa nessuno: i trapianti sono legati alla disponibilità di un organo. Nessuno sa quando un donatore lascerà questo mondo e, con una autorizzazione rilasciata in vita, offrirà nuova speranza di vita ad altri.
Ascoltando la tutela legale della famiglia del minore in gravi condizioni in un letto d'ospedale emerge anche una lacerante situazione. La famiglia è al "Monaldi", ma con tutto quello che è accaduto non c'è più quel rapporto sano che ci dev'essere in questi casi fra loro e la struttura. Chi sarà eventualmente ad operare di nuovo? Chi l'ha già fatto e il cui operato è oggi non sotto la lampada scialitica ma sotto i neon degli uffici di due procure, Napoli e Bolzano e del Nas dei carabinieri di Napoli e Trento?
Mentre i rumori meccanici della Ecmo trapanano il cervello già solo a immaginarli, si fanno avanti le domande oggi senza risposta. Tra i punti chiave dell'inchiesta ci sono le verifiche sul contenitore e sul ghiaccio utilizzati per il trasporto dell'organo. Ieri è stato sequestrato il contenitore usato per trasportare il cuore il 23 dicembre: sarà sottoposto a perizia tecnica per verifiche su eventuali anomalie, sbalzi termici e corretto funzionamento del sistema di conservazione. Poi c'è l'accertamento tecnico sulla modalità di refrigerazione e il rispetto dei protocolli.
Si è parlato di "cuore bruciato", ma perché? L'organo va trasferito entro 3-5 ore dal prelievo per garantirne la vitalità, altrimenti va in ischemia (si riduce ossigeno e si danneggia irreparabilmente). Va trasportato in condizioni stabili di temperatura non ambiente. Quella corretta è circa 4° C. La tecnica si chiama «ipotermia statica in ghiaccio», la spiega il Centro nazionale trapianti: «l'organo prelevato è portato ad una temperatura di poco superiore al punto di congelamento, in modo tale da ridurre il fabbisogno di ossigeno e di principi nutritivi».
Se, com'è stato denunciato – è la ragione per cui siamo in questa situazione – il cuore da impiantare è stato conservato con un raffreddamento a ghiaccio secco, l'anidride carbonica allo stato solido si presenta ad una temperatura di -78 4° C. Facile immaginare ad una tale temperatura un tessuto umano, un organo umano, che fine faccia.
A Napoli la Procura – ci lavorano il pm Giuseppe Tittaferrante, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Antonio Ricci e in raccordo col procuratore capo Nicola Gratteri – deve verificare se l'equipe napoletana sia partita o meno con tutto il corredo necessario a trasportare correttamente l'organo vitale. Devono poi verificare cosa esattamente sia accaduto sulla piastra operatoria della Cardiochirurgia Pediatrica del "Monaldi" di Napoli: se ci si è accorti effettivamente dell'organo danneggiato, se la decisione di impiantare comunque fosse l'unica opzione possibile.
Gli inquirenti devono stabilire quando è stato deciso di aprire il corpo del bambino – se prima o dopo aver eventualmente appreso dell'organo danneggiato -. I trapianti seguono protocolli rigidi, non tutto è valutabile ad una lettura superficiale. Col bisturi in mano – spiega chi quel lavoro lo fa – si è costretti in alcuni casi a scelte che non sempre sono comprensibili ai non addetti ai lavori.
Una certezza, però, c'è: quel cuore da trapiantare, quel dono di vita, doveva battere in petto ad un'altra persona e donargli speranza di vita. Non è andata così. Qualcuno o qualcosa ne è responsabile. E c'è un mondo intero, parenti di malati, soggetti trapiantati o in attesa di trapianti, che attende di capire cosa sia accaduto.