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La storia di Muath, da Gaza a Napoli con la speranza di aiutare la famiglia: “Lotto per loro, devono salvarsi”

Arrivato in Italia con una borsa di studio, si sta battendo per far arrivare qui la moglie affetta da una grave ulcera al colon per essere curate negli ospedali napoletani. “Non ci sono medicine e cure per lei nella Striscia”.
A cura di Antonio Musella
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Mouath Ashour
Mouath Ashour

Muath Ashour ha 37 anni , vive a Deir al Balah nella Striscia di Gaza, dove ancora oggi vive sua moglie Hala ed i suoi tre figli. Per oltre 10 anni ha studiato ed ha lavorato come food manager a Gaza city. La guerra ha sorpreso lui e la sua famiglia proprio nel momento in cui sua moglie Hala ha scoperto di essere gravemente malata. Dopo mille peripezie, Muath è riuscito ad arrivare in Italia grazie ad una borsa di studio dell'Università Partenope ed è ospitato a Casa Bartimeo, la struttura gestita da Chiesa di Napoli Ets, che si prende cura di lui e lo supporta in tutto. Ma appena è arrivato in Italia, Muath ha iniziato una nuova battaglia, dopo quella combattuta per sopravvivere alla guerra: aiutare sua moglie Hala facendola curare in Italia e poter così ricongiungere la famiglia.

Dalla guerra all'Italia: "Dopo aver avuto il visto, non potevo morire sotto le bombe"

Deir al Balah è un grosso centro a sud di Gaza city, oggi ospita il più grande campo profughi creatosi dopo il 7 ottobre che ospita quasi mezzo milione di persone. E' proprio da lì che arrivano con tragica costanza le immagini delle tende allagate dalle onde del mare o dalla pioggia e le notizie di neonati deceduti per freddo e fame. "Quando è iniziata la guerra avevo appena accompagnato i bambini a scuola e stavo andando al lavoro – racconta Muath a Fanpage.it – all'improvviso una pioggia di missili è caduta sulla strada che stavo percorrendo. Sono corso a scuola a prendere i bambini e mi sono precipitato a casa da mia moglie. Con il passare del tempo non avevamo altro posto che nasconderci a casa. I missili hanno distrutto le case dei miei vicini, è venuto a mancare il cibo, e non sapevamo dove andare".

L'escalation prodotta dal genocidio a Gaza ha visto progressivamente la vita di Muath e della sua famiglia diventare sempre più un inferno. Morte, distruzione, fame, non lasciavano molte alternative a lui come a tutta la popolazione civile palestinese rinchiusa in un carcere a cielo aperto, come la Striscia di Gaza, dove per tre anni donne, uomini, bambini ed anziani sono stati eliminati sistematicamente dalle bombe dell'esercito israeliano. "Dovevo trovare una via d'uscita, non solo per me, ma anche per la mia famiglia – spiega Muath – così ho visto gli annunci delle borse di studio ed ho capito che quella poteva essere una vita d'uscita". Muath ha vinto una borsa di studio per due anni all'Università Partenope di Napoli in fashion, art and food managment, proprio il percorso di formazione che gli aveva permesso di entrare nel mondo del lavoro a Gaza, prima dell'inizio della guerra.

"La linea internet nella Striscia era molto precaria, avevo visto l'annuncio dell'università ma dovevo preparare tutti i documenti necessari e compilare i form – spiega – ma il giorno in cui avrei dovuto inviare la domanda, la linea internet saltò in tutta la Striscia. Non sapevo come fare, dovevo assolutamente mandare quella richiesta. Così ho chiesto aiuto ad un mio amico che aveva una e-sim sul telefono, una scheda virtuale che si aggancia alle celle internazionali. Ma anche con la e-sim non riuscivamo a connetterci. Così siamo saliti sull'edificio più alto di Deir al Balah, ed in questo modo siamo riusciti a prendere la linea che arriva da Israele. E' così che sono riuscito a connettermi e ad inviare tutto".

Per Muath la via di fuga è arrivata dal cielo, da una linea internet presa al volo con mezzi di fortuna, un segnale che arrivava, paradossalmente, proprio da Israele. Poche settimane dopo via mail è arrivata l'accettazione della candidatura per la borsa di studio e così è iniziato l'iter per avere i documenti e lasciare la Striscia per arrivare in Italia. "Quando mi è arrivata la mail che potevo venire in Italia, ho iniziato a nascondermi. Non uscivo più, non andavo in giro, ero sempre nascosto. Se fossi uscito per strada sarei potuto finire sotto le bombe. Non potevo morire, perché avrei perso l'occasione di aiutare la mia famiglia".

La moglie gravemente malata e la lotta per farla arrivare in Italia

La moglie di Muath, Hala, ha 36 anni ed è affetta da un'ulcera al colon, una patologia grave che la mette al rischio della vita. Quando ha scoperto la malattia voleva farsi curare all'ospedale di Al Shifra, ma era stato completamente distrutto dagli attacchi israeliani, così ha iniziato a provare le terapie all'ospedale Al Quods di Deir al Balah.

"Mia moglie ha bisogno di una terapia biologica, che non è assolutamente possibile fare né nella Striscia di Gaza e nemmeno in Cisgiordania, ha bisogno assolutamente di essere trasferita fuori da Gaza per le cure mediche. Per questo sto lottando per farla arrivare qui. Lì a Deir al Balah non ci sono più medicine, manca tutto, non possono darle nemmeno più il cortisone perché costa troppo e non abbiamo soldi. A Gaza manca tutto, la legna per il fuoco, il gas, la luce, il cibo, le medicine. Le autorità israeliane non permettono l'arrivo degli aiuti medici che sono arrivati da tutto il mondo e si trovano nei camion ai confini della Striscia. Entrano pochissime medicine".

Per Muath vivere senza la sua famiglia è uno strazio quotidiano. Il suo arrivo in Italia non era funzionale solo al suo di destino, ma a quello di tutta la famiglia. "Vivere senza Hala ed i bambini per me è difficilissimo, mi mandano i video in cui mia figlia più piccola cammina per strada e chiede dove si trova il suo papà. E' davvero difficile, io sto combattendo per farla arrivare qui, e per salvare la vita e lei ed a tutti noi".

Il supporto della Chiesa di Napoli per Muath e la sua famiglia

A supportare Muath nella battaglia per permettere a sua moglie di ottenere le giuste cure è Chiesa di Napoli ETS, l'ente del terzo settore creato dalla Curia di Napoli per interventi sociali e di aiuto a chi è in difficoltà. L'avvocato Donato Barbato della clinica legale di Napoli, insieme alla cooperativa Less stanno seguendo le procedure per permettere ad Hala, la moglie di Muath di arrivare in Italia. "Hala è già in una lista dell'OMS per essere evacuata dal paese – spiega a Fanpage.it – quindi la sua situazione sanitaria è già certificata da un organismo internazionale. Noi stiamo chiedendo un permesso di soggiorno per cure mediche, ci stiamo interfacciando con l'Università Partenope e con il Policlinico di Napoli per accettare la presa in cura di Hala. Precedentemente abbiamo provato anche l'evacuazione per motivi sanitari attraverso altri canali, come la Croce Rossa, ma attualmente nessuna Ong è in grado di farla".

Proprio all'inizio dell'anno le autorità israeliane hanno di fatto reso impossibile le attività di decine di Ong a Gaza e Cisgiordania negando i visti per lavoro agli operatori. "Una volta fatta la richiesta poi saranno le autorità italiane a dover spingere per far arrivare Hala in Italia. Nel frattempo però segnalo che lei è già in una lista dell'OMS che ha chiesto per lei e per altri l'evacuazione per motivi sanitari, ma Israele non sta consentendo l'uscita dalla Striscia".

Per accogliere la famiglia di Muath si è già resa disponibile Casa Bartimeo, la struttura napoletana a due passi da Piazza Garibaldi, dell'Arciconfraternita dei Pellegrini e gestita da Chiesa di Napoli ETS. "Attualmente ospitiamo già quattro ragazzi palestinesi che studiano nelle università napoletane – spiega Gennaro Pagano di Chiesa di Napoli – ma siamo pronti ad accogliere la famiglia di Muath. Insieme alla clinica legale stiamo seguendo tutti i loro percorsi legali. Il nostro appello alle istituzioni è favorire il ricongiungimento di questa famiglia e salvare queste persone, questa situazione non può prolungarsi per il trauma che comporta e per il rischio in merito alla salute di Hala. Tutti i giorni assistiamo alle chiamate tra Muath e e la sua famiglia, è uno strazio, meritano una speranza di vita. Anche su indicazione di Don Mimmo Battaglia stiamo mettendo a disposizione tutto quello che possiamo, bisogna fermare la morte, il sangue dei bambini, lo ricorda sempre come ha fatto anche durante l'omelia a San Gennaro".

La Curia di Napoli sta anche lavorando a dei progetti specifici per la Cisgiordania: "Abbiamo messo al centro i percorsi formativi, didattici e sanitari, per sostenere i palestinesi in loco, stiamo raccogliendo fondi per questo con la campagna "A misura di bambino".

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