Intervista al cardinale Don Mimmo Battaglia: “Il dominio della barbarie avanza quando dimentichiamo i nomi delle persone”

Il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, è diventato uno dei personaggi ecclesiastici più noti tra quelli che hanno seguito il solco di Papa Francesco. Tra gli ultimi cardinali creati da Bergoglio prima della sua morte, Don Mimmo, come si fa chiamare da tutti, negli anni è diventato un punto di riferimento molto rilevante nella città di Napoli, e più complessivamente si è distinto per i richiami continui alla pace, all'accoglienza, alla solidarietà verso gli ultimi. Nel giorno di San Gennaro, il 19 settembre, ha scelto di impostare la sua omelia sulla Palestina e su Gaza, corrisposto dagli applausi continui dei fedeli che assiepavano il Duomo.
Proprio nelle strutture della Chiesa partenopea hanno trovato rifugio e ospitalità molti studenti arrivati da Gaza per studiare nelle università partenopee. Ma Battaglia ha contatti continui anche con l'Ucraina e con il Mediterraneo centrale, sempre al fianco di chi salva persone in mare o di chi opera sui confini. In questa intervista a Fanpage.it abbiamo toccato diversi argomenti, toccando più aspetti del "dominio della barbarie" come lo ha definito il prelato.
A Napoli è entrato in sintonia non solo con i fedeli, ma con pezzi consistenti della città. Ha inaugurato un modello nuovo di rapporti tra la città ed il suo vescovo, come definirebbe i capisaldi di questo dialogo?
I capisaldi sono semplicemente due: l’umanità e il Vangelo. Non è una strategia pastorale ma un’esigenza. Personalmente non ho mai pensato il ministero sacerdotale, ma più in generale la vita cristiana, come un cammino da poter vivere “a distanza” dalla vita reale delle persone. Ho vissuto da prete tra la gente, soprattutto accanto ai ragazzi e agli uomini e alle donne segnati dalla fragilità, dalla povertà, dal dramma delle dipendenze e della marginalità. È lì che ho imparato che il Vangelo non si annuncia dall'alto di una cattedra, ma camminando insieme, condividendo il peso delle domande e delle ferite. Per questo non credo esista un altro modo di essere cristiano, prete, e di conseguenza nemmeno un altro modo di essere vescovo. Anche se ognuno lo incarna a partire dalla propria storia, dal proprio carattere.
Papa Francesco poi ci ha consegnato un’immagine che per me è diventata concreta: quella del pastore con l’odore delle pecore. A Napoli, tra l’altro, questo non è uno slogan ma una necessità sociale, culturale. Perché è una città che non sopporta le distanze artificiali, che riconosce subito se sei autentico o se stai recitando un ruolo. Napoli non la si può accompagnare dall’esterno, e un pastore che la serve non può guidarla a distanza ma deve abitare con lei le sue contraddizioni, le sue ferite, la sua straordinaria capacità di resistenza e di speranza.

Napoli sembra oggi una città piena di opportunità di sviluppo, ma lei ricorda puntualmente che bisogna guardare chi è in difficoltà, chi vive nella marginalità, chi soffre, ed evidentemente non sono pochi, dove bisognerebbe intervenire con urgenza?
Napoli oggi vive una stagione di grande visibilità e di nuove opportunità, ed è giusto riconoscerlo. Ma il rischio più grande è pensare che questa crescita riguardi tutti allo stesso modo. In realtà esistono più città dentro la stessa città: mondi che camminano uno a fianco dell’altro, che si sfiorano, talvolta si incrociano, ma senza mai incontrarsi davvero. È lì che si annida una delle ferite più profonde. Per questo ritengo che l’urgenza è mettere in relazione queste città parallele, creare ponti, costruire spazi di incontro reale. E questo chiama in causa una responsabilità collettiva, un "noi" non delegabile a qualcuno in particolare. Anche perché quando manca il “noi” a risentirne sono sempre i più fragili. Penso soprattutto ai minori, ai ragazzi che crescono senza opportunità educative, senza reti di sostegno, senza adulti credibili.
Il Patto Educativo, che insieme alle istituzioni stiamo portando avanti, va in questa direzione: non è un progetto tecnico, ma un’assunzione di responsabilità condivisa, il tentativo di stare insieme, cosa che ad esempio a Napoli e in alcuni paesi della provincia sta accadendo grazie alla sinergia con il Comune. Se insieme e non in modo individualista non ci prendiamo cura oggi delle fragilità dei più piccoli, domani ci troveremo a pagarne il prezzo come comunità intera.

Il solco tracciato da Bergoglio ci ha mostrato una Chiesa diversa, tra la gente, presente dove c'è bisogno di aiuto e proiettata verso gli ultimi, una chiesa che, come scritto nel “Evangelii Gaudium”, non può accomodarsi sulle storture di questa società. È un solco da cui non si torna indietro?
Io credo che Papa Francesco non ci abbia indicato una Chiesa “nuova”, ma una Chiesa che cerca di essere fedele al sogno di Gesù. Una comunità di discepoli che mette al centro non il potere, non l’efficienza, non la conservazione delle strutture, ma il Vangelo di Gesù Cristo. Questo è il punto decisivo. Quando il Vangelo diventa davvero il fondamento, allora cambiano anche le priorità, i linguaggi, le scelte. E questa strada non è reversibile perché non è una moda, ma una conversione permanente. Come permanenti – e ce lo insegna la storia – sono le resistenze, le tentazioni del potere. Ma la Chiesa o è evangelica, oppure perde la sua ragion d’essere. Oggi stiamo cercando di approfondire questo cammino insieme, in modo collegiale anche come cardinali, sotto la guida di Papa Leone, che più volte ci ha richiamato all’Evangelii Gaudium come bussola. Non si tratta di rincorrere il mondo, ma di abitare il tempo presente con la libertà e la radicalità del Vangelo.
Quello che vediamo arrivare dagli Stati Uniti con le violenze sulle persone migranti sta sconvolgendo tutti. Nei suoi messaggi la solidarietà e l'accoglienza sono sempre al centro, come ci si difende dalla barbarie che incombe su tutti noi?
La violenza, quella comunitaria soprattutto, non arriva mai tutta insieme. Si insinua lentamente, attraverso una cultura dell’odio, un linguaggio duro, privo di empatia segnato dall’indifferenza, dal cinismo, dalla catalogazione e dalla stigmatizzazione dell’altro. Che così perde un nome e diventa un'etichetta. È per questo che occorre resistere, non dimenticando mai i nomi e le storie delle persone, coltivando spazi di umanità e relazione, allenando lo sguardo e il cuore a non diventare insensibili. Ogni volta che riduciamo una persona a un numero, a una categoria, a un problema da gestire, stiamo già cedendo terreno.
Dobbiamo ricordarci sempre che dietro ogni immagine che vediamo, anche quelle che scorrono velocemente sui social o nei telegiornali, ci sono volti concreti, vicende reali, famiglie lacerate, sogni spezzati. Ed è da questa consapevolezza che può nascere una rinnovata solidarietà… che sia chiaro: non è buonismo ma è resistenza morale, un modo non violento per opporsi alla disumanizzazione che minaccia tutti, soprattutto chi si trova già ai margini.

La Palestina è una terra che le sta a cuore, abbiamo tutti negli occhi il genocidio di Gaza, cosa deve insegnare all'umanità quello che, ancora oggi, succede a Gaza ed in Cisgiordania?
Quello che accade in Palestina ci costringe a guardare in faccia una verità scomoda: nulla di ciò che chiamiamo civiltà è garantito per sempre. Il diritto internazionale, la tutela dei civili, la cura dei piccoli e degli indifesi, la dignità umana sono tutte conquiste fragili, continuamente esposte al rischio di essere calpestate quando prevale la logica del più forte. Il dominio della barbarie non è qualcosa di archiviato nel secolo scorso. Oggi assume forme nuove: passa attraverso l’economia, il controllo militare, l’indifferenza globale, l’abitudine all'orrore che crea una sorta di assuefazione e anestesia. Gaza e la Cisgiordania, come altri Paesi in cui si perpetrano massacri e abitano guerre meno note, gridano che la pace non può nascere dalla sopraffazione e che ogni popolo ferito riguarda l’umanità intera. Ignorare questo grido significa preparare nuove tragedie. Per questo dico grazie a tutti coloro che non si girano dall’altra parte, che hanno il coraggio di manifestare pacificamente nel proprio quotidiano e come comunità che non si può andare avanti così, che occorre un sussulto di umanità, che occorre lavorare alla causa della pace e della giustizia.
Nei contesti di guerra dei nostri giorni, i preti sono accanto agli ultimi, lo abbiamo visto a Gaza, come in Ucraina ed in altri luoghi. Quanto sono importanti oggi le opere per indicare la via di un altro mondo possibile?
Come Chiesa spesso parliamo di “opere-segno” perché il bene non è mai solo funzionale e non termina il suo perimetro d’azione nella singola iniziativa. Certo, ogni progetto di solidarietà è già da solo fondamentale e salva delle vite. E questo già da se é preziosissimo. Ma le opere sono anche una parola incarnata, un indice rivolto a un presente più umano: mostrano che è possibile vivere secondo una logica diversa, che non tutto deve obbedire al profitto o al potere.
Come san Francesco ci ha insegnato, è la vita che evangelizza. Per questo ringrazio profondamente i tanti preti e operatori pastorali che non solo nel mondo, ma anche qui, nella nostra terra, ogni giorno portano avanti opere educative, sociali e di solidarietà, spesso in contesti difficilissimi. Quelle opere sono una predicazione silenziosa ma potentissima: annunciano un Vangelo che non opprime, che non arma, che non umilia, ma che libera e disarma, il Vangelo Gesù di Nazareth.

Nel nostro paese le parole d'odio spesso si fanno propaganda politica e da questa diventano leggi, azioni concrete che colpiscono gli stili di vita delle persone e le relazioni. È preoccupato per quanto sta avvenendo, spesso mascherato dalla ricerca di una maggiore sicurezza?
La sicurezza è un bisogno legittimo e umano. Tutti desideriamo vivere senza paura. Ed è giusto. Ma quando la parola sicurezza viene isolata da altre parole fondamentali, come le parole solidarietà, educazione, giustizia sociale, prevenzione, allora diventa pericolosa. Perché si rischia di pensare che basta irrigidire le leggi o aumentare la repressione per risolvere problemi che sono in realtà complessi e profondamente umani. Ma non dimentichiamo che la sicurezza non è solo quella che deve difendere la comunità da chi vive di violenza e malaffare, ma anche quella dei diritti.
La città sicura è la città che accoglie, che crea partecipazione, che sa riqualificare il proprio territorio, che sa costruire capacità di mediazione nei conflitti sociali. Significa spostare l’attenzione dalla sicurezza intesa come ordine pubblico alla sicurezza sociale di chi sa dare ai bisogni il volto e la forma dei diritti. Esiste una sicurezza sociale, dei diritti, che va di pari passo con quella della difesa personale e comunitaria. E mentre difendiamo, ripeto giustamente, l’una, occorre non dimenticare l’altra. Una società che s’interessa agli ultimi della fila, migliora la qualità della vita di tutti.
E, in questo, credo che compito della Chiesa sia andare oltre la difesa della legalità e promuovere la giustizia, perché potrebbero esserci leggi e sistemi ingiusti a cui la coscienza non può prostrarsi. Occorre uno sguardo più ampio, capace di tenere insieme sicurezza e umanità, regole e cura, fermezza e compassione. Altrimenti rischiamo di perdere ciò che ci rende davvero liberi: l’umanità!