Campi Flegrei

Il racconto di una sfollata di Pozzuoli ha fatto emergere il dolore di una comunità intera

Avatar autore
Capo cronaca Napoli
Immagine
Lo sfogo di Antonietta, sfollata da Pozzuoli, diventa il racconto collettivo di una comunità: tra terrore, sospensione e sfiducia nelle istituzioni.

Diciassette giorni senza casa, senza nemmeno una tazza al posto giusto, senza la certezza di un domani. È lo sfogo di Antonietta, una delle oltre tremila persone sfollate da Pozzuoli dopo il terremoto di magnitudo 4.7 del 31 luglio scorso ai Campi Flegrei, pubblicato sui social e diventato in poche ore un caso che ha attraversato l'intera comunità puteolana. «Oggi sono una "sfollata". Una parola che fa schifo, che puzza di guerra, di emergenza lontana, di tragedia che appartiene sempre agli altri. E invece è qui, cucita addosso a me e ad altre tremila persone da diciassette interminabili giorni», scrive, raccontando un tempo che non ha più un calendario: «La mattina mi sveglio, il cervello ci mette qualche secondo a realizzare, e poi parte quel ronzio sordo, fisso, che non mi abbandona mai».

È la sensazione di essere sospesi, appunto, a tornare più volte nel suo racconto: «Viviamo così, sospesi nel nulla, ridotti a un numero in un censimento di invisibili». Una parola, "sospesi", che ricorre identica nei commenti di chi vive la stessa condizione. Serena scrive: «Viviamo sospesi, tra la paura di restare e quella di andare via, sembrava qualcosa si stesse muovendo tra le istituzioni, e invece è tutto fermo». Ed è proprio la paura di una nuova scossa, più che il disagio logistico, il filo che lega tutte le testimonianze raccolte sotto il post. Antonella, che abita a pochi chilometri da Pozzuoli, scrive di vivere «nel terrore del terremoto» pur avendo ancora una casa in piedi: «Settimo piano, con mia figlia, mio marito, un cane, una nipotina di tre anni… vivo nel terrore del terremoto e penso sempre a quello che è accaduto quel benedetto 31 luglio».

Nella lettera aperta di Antonietta c'è poi il passaggio più duro, quello dei figli cui bisogna mentire per proteggerli: «Negli occhi loro devo recitare la parte della madre forte. Devo mentire con un sorriso tirato e dirgli: "Tranquilli, presto torniamo a casa, presto rivedrete i vostri amici". Lo dico mentre dentro muoio, mentre io per prima non ci credo». Un dolore che tra i commenti trova eco in chi lo sfollamento lo ha già vissuto, decenni fa, e non se n'è più liberato. Lo racconta Giovanni, che aveva l'età di un ragazzino quando la sua famiglia dovette lasciare Pozzuoli: «Io e la mia famiglia abbiamo vissuto la stessa situazione ben 43 anni fa, e da allora non siamo più tornati nell'amatissima Pozzuoli. Quanti sacrifici abbiamo fatto». Ancora più netto Enrico, 85 anni, che lo sfollamento lo ha vissuto due volte e racconta gli altri due episodi di bradisismo: «Ho lasciato la mia casa per due volte nel 1971 e nel 1982 pur non avendo avuto danni. E ora a 85 anni vivo nel terrore di quello che potrebbe capitarmi».

Antonietta scrive di sentirsi «ridotta a un numero», di percepire il proprio dolore come un fastidio per chi non lo tocca con mano: «Lo so che oggi il dolore degli altri dà fastidio, disturba le vacanze, annoia. È difficile commuoversi quando non si tocca con mano». Anche su questo, tra i commenti, arriva una conferma amara. Cristina, che a Pozzuoli aveva scelto di vivere e ora ha deciso di andarsene dopo l'ultima scossa, scrive: «Dopo l'ultimo terremoto non riesco più a vivere qui. A malincuore ho preso la decisione di trasferirmi di nuovo a Napoli. Non oso immaginare voi, che una casa non ce l'avete più». E Rosaria, tra le voci più dure verso le istituzioni, scrive: «È l'espressione di poteri che non prendono e non vogliono prendere decisioni, che dei cittadini non importa nulla. Non siamo cittadini di serie B».

Non mancano, sotto il post di Facebook le proposte concrete e le offerte di aiuto: c'è chi propone di cercare casa fuori regione, chi lancia l'idea di un fondo di solidarietà per la ricostruzione, e c'è anche chi lavora sul fronte del sostegno psicologico. Uno psicologo dell'emergenza, impegnato con la Protezione civile regionale al Palatrincone, ha scritto direttamente sotto il post di Antonietta segnalando gli sportelli di ascolto attivi il martedì e il giovedì pomeriggio per gli sfollati e le loro famiglie. Tra i commenti circola anche la segnalazione di una petizione, già sottoscritta da oltre novemila cittadini, che chiede la dichiarazione dello stato di emergenza per i Campi Flegrei, cosa che la Regione Campania ha chiaramente fatto capire di non preferire.

La lettera di Antonietta si chiude con un appello diretto a chi ha il potere di decidere: «Imploro chi ha il potere di cambiare le cose, a partire dalle istituzioni statali: non dimenticatevi di noi… dei nostri figli e di tutti i loro sogni». Un appello che, a giudicare dai commenti, non è solo suo: è quello di una comunità intera che da diciassette giorni aspetta di tornare a chiamare "casa" un posto vero.

Immagine
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views