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Il boss Lo Russo detenuto al figlio vittima di agguato: “Ora entra in una banda e poi uccidili”

In una videochiamata, intercettata, il boss detenuto Domenico Lo Russo impartisce una “lezione” al figlio Vincenzo, vittima di un agguato per una lite di tempo prima in carcere.
A cura di Nico Falco
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Le "cose dei carcerati" poi vengono portate anche all'esterno, quindi bisogna eliminare subito quelli che sono stati nemici dietro le sbarre, e adesso dovrà organizzare una vendetta, entrando in una banda e poi uccidendo un paio di persone del gruppo rivale: è la "lezione" che Domenico Lo Russo, boss dei "Capitoni" detenuto, impartisce al figlio Vincenzo, vittima di un agguato che sarebbe legato a un litigio risalente a quando anche il giovane stava scontando una pena.

Il dialogo, intercettato, è riportato nell'ordinanza contro i tre presunti responsabili del ferimento: Emmanuel Di Marzo, 20 anni, Luigi Russo, 41 anni, e Gaetano Caso, 35 anni, quest'ultimo ancora irreperibile e attivamente ricercato dai carabinieri. L'uomo con cui ci sarebbe stata la lite in carcere è Russo, alias "Gigiotto", che nei dialoghi tra padre e figlio viene indicato come "il figlio di Peppenella": il riferimento è a Giuseppe Russo, uomo del clan Lo Russo ucciso il 7 giugno 2000.

L'agguato a Vincenzo Lo Russo risale alla notte del 17 aprile scorso. Il trentatreenne era arrivato al Pronto Soccorso dell'ospedale "Cardarelli" con numerose ferite, era stato raggiunto da cinque colpi di pistola. Ai sanitari, e successivamente ai carabinieri, aveva parlato genericamente di un tentativo di rapina avvenuto tra le strade del rione Siberia, quartiere Marianella: degli sconosciuti lo avrebbero bloccato e, alla sua reazione, avrebbero aperto il fuoco. Una versione che, però, non aveva mai convinto gli investigatori.

La conferma dei sospetti è arrivata, oltre che dalle indagini, anche dal dialogo intercettato durante uno dei colloqui in videochiamata. Al padre, Lo Russo racconta la verità. Usa riferimenti invece dei nomi, ma spiega sia il motivo, sia chi è stato. E il boss detenuto gli dice come reagire, aggiungendo che non deve interessargli se poi prenderà un ergastolo e che agli inquirenti può tranquillamente indicarlo come mandante. Si parla, ovviamente, di omicidi.

Inizialmente il detenuto chiede chi gli ha sparato. Il ragazzo glielo dice ("Il figlio di quello che ti regalò la vespa") e fa riferimento a una discussione di anni prima. Il boss coglie il riferimento e spiega: le discussioni nate in carcere non devono mai finire così, perché avranno degli strascichi anche all'esterno.

"Tu lo picchiasti carcerato e quello hai visto? – spiega – Se lo è ricordato". La questione, spiega, sarebbe stata da risolvere tempo prima: avrebbe dovuto ucciderlo, non appena entrambi fossero tornati liberi. Dopo la "lezione", il boss detenuto parla della reazione che il figlio dovrà avere. "Ti devi mettere con qualcuno – gli dice – ti devi mettere con un'altra banda. Ti devi fare forte". E poi, quando sarà pronto, dovrà passare alla vendetta: "Fallo piangere! Buttagli a terra (ndr, uccidi) qualcuno! A uno… due di loro. Pure che devi prendere l'ergastolo".

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