"Il capoclan è un uomo serio, che non è davvero cattivo", "se ha sbagliato è stato per necessità", "ci dà il rispetto e noi dobbiamo rispettarlo". Cantava così Nello Liberti, al secolo Aniello Imperato, incensurato, un passato da neomelodico e un presente da marittimo. Una canzone da lui interpretata nel 2004, che gli valse una popolarità immensa in certi ambienti, portandolo sul podio dei cantanti più richiesti ad Ercolano e probabilmente di tutta la provincia di Napoli. E che oggi gli è valsa una condanna in primo grado a un anno a quattro mesi: quella canzone, hanno sentenziato i giudici del Tribunale di Napoli, era un inno al boss, scritto per rafforzare il clan Birra-Iacomino di Ercolano.

Nel videoclip che accompagnava la canzone, anche quello diventato popolarissimo in quel periodo (e ancora oggi molto noto), uno spaccato della vita del camorrista: per lui "non esiste la libertà, per l'onore si nasconde la verità", "conta giorno per giorno gli anni e i mesi ma col suo cuore è sempre a casa". Intanto, i "guaglioni", sempre pronti, si occupano degli affari del clan. Come quando arriva "la lettera del capo, una condanna per chi ha sbagliato": è l'ordine di commettere un omicidio.

Il capoclan, continua la canzone, "non sbaglia, perché lui per la famiglia è il capo e deve sapere comandare". Non è vero che è cattivo, canta Liberti, ma non si può ragionare col cuore. Del resto, a renderlo così, è stato il destino: "da piccolo non ha potuto mai studiare, per sfortuna andò a lavorare, si sacrificò per mangiare la sera", "se ha sbagliato è stato per necessità", e "certo, questo l'ha voluto Dio, se oggi è un uomo vero di strada".

Una una figura immaginaria? no. Per i giudici il capoclan in questione era il boss Vincenzo Oliviero (fratello di Luigi), all'epoca reggente dei Birra-Icomino (ucciso nel 2007 in un agguato di camorra), secondo diversi pentiti autore del testo, che con questa canzone aveva voluto un inno che lo mitizzasse e che da un lato gli facesse conquistare rispetto ad Ercolano negli ambienti di malavita, dall'altro suonasse anche come un messaggio per gli imprenditori che dal clan venivano vessati per le estorsioni.

Con l'ex cantante, come riporta Il Mattino, sono stati condannati anche tre affiliati al clan che avevano recitato nel videoclip: Alfonso Borrelli, Anna Esposito e Luigi Oliviero, che hanno interpretato il boss, la sua autista e un affiliato. Borrelli è stato condannato a un anno e quattro mesi, mentre Anna Esposito e Luigi Oliviero, riconosciuti responsabili anche di altri reati, a sei anni e sei mesi e a cinque anni e tre mesi.