Una delle manifestazioni anti–discarica dell’epoca
in foto: Una delle manifestazioni anti–discarica dell’epoca

Un pezzo a Santa Maria Capua Vetere, uno a Napoli. Su entrambi, l’incognita del testimone che non c’è più, morto assai prima dell’avvio del processo. E, naturalmente, la spada di Damocle dell’oblio a cui sono stati destinati dal trascorrere del tempo, dai rimpalli tra un tribunale e l’altro, dal sostanziale disinteresse di quanti, tanti, neppure sanno cosa è stata Chiaiano all’epoca dell’emergenza rifiuti e forse nemmeno saprebbero collocarla sulle carte topografiche della parte settentrionale della provincia di Napoli. Eppure, quella di Chiaiano e della sua discarica – un fosso solo apparentemente sicuro, inquinato e inquinante – è una storia emblematica dove è possibile rintracciare tracce vistose di accordi indicibili tra pezzi di Stato, imprenditori pubblici e privati, faccendieri, truffatori, broker e, ovviamente,la camorra casalese. Un pezzo di qua, un pezzo di là, un altro ancora finito sul binario dei processi celebrati in abbreviato e concluso con le condanne in primo grado e le assoluzioni in appello. Colpa di quel testimone che non c’è più e di un vizio nella raccolta delle sue denunce, un bug capace di mandare all’aria l’intera impalcatura processuale.

Per raccontare quella storia, però, non serve scomodare la ristretta verità giudiziaria. Di quei protagonisti sappiamo tantissimo perché da troppi anni si agitano sulla scena dei nostri territori. Lo ricordò il Procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, il 25 ottobre del 2017, durante l’audizione a San Macuto, in commissione d’inchiesta sulle ecomafie: “Si tratta di figure che possono essere studiate anche sulla base di documenti sottratti alla disputa del processo, perché in alcuni casi hanno ormai raggiunto maturità di decantazione dalle prospettazioni unilaterali del pubblico ministero significative”. Parlava di Cipriano Chianese e di Gaetano Vassallo, ma vale pure per Pasquale Zagaria e i fratelli Franco e Giuseppe Carandente Tartaglia, nati con il movimento terra all’ombra dei Nuvoletta di Marano e poi diventati soci dei Casalesi. Anzi, della famiglia Zagaria. Ed è Giuseppe Carandente Tartaglia il protagonista del filone sammaritano del processo, imputato unico, accusato di associazione camorristica. Comparirà questa mattina, 16 luglio 2020, dinanzi alla III sezione del Tribunale (presidente Francesco Rugarli).

La cava di Chiaiano
in foto: La cava di Chiaiano

Sarà il pm Antonello Ardituro, che aveva seguito l’inchiesta una decina di anni fa, a riprendere il filo spezzato e sostenere l’accusa in quello che è il processo-madre sull’accaparramento mafioso dell’emergenza, sulla trattativa tra Pasquale Zagaria e il committente pubblico, sull’inquinamento radicale e irreversibile del comparto dei rifiuti, con l’ingresso “legale” della camorra nel grande affare. Si partirà da quel bug ammazza-processi, riparato in corso d’opera. Il testimone chiave, Michelangelo Sposito, è morto. Ma le sue parole rivivranno grazie all’ordinanza depositata da Rugarli nell’udienza celebrata in piena emergenza Covid, il primo di aprile, che ha accolto le obiezioni di Ardituro e salvato il preziosissimo materiale probatorio che la Corte di Appello di Napoli non utilizzò contro Pasquale Zagaria, mandandolo assolto. Nell’ordinanza, il Tribunale riepiloga anche il senso di quel racconto: il tentativo di Sposito di truffare Fibe-Fisia, vendendo a prezzo maggiorato la cava di Chiaiano che si era accaparrato per proporla quale sito per la discarica, l’ingresso nell’affare di Pasquale Zagaria, poco dopo la sua scarcerazione dopo i tre anni di detenzione per l’analogo “affare Alta velocità”, la maxi-tangente che fu costretto a pagare alla camorra e che gli costò la sostanziale estromissione dalla società di fatto.

Tra i testi citati, numerosi collaboratori di giustizia, tra i quali Gaetano Vassallo e Massimiliano Caterino, che della famiglia Zagaria è stato per lunghi anni il factotum.

Comprimari, i manager di Fibe-Fisia, il cui ruolo è oggetto di accertamento nell’altro troncone del processo, in corso a Napoli, nel quale alla prossima udienza saranno ascoltati i periti che verificarono le disastrose condizioni dell’impianto e della falda sottostante. Durante le indagini, l’11giugno 2012, Fibe aveva consegnato alla Dda di Napoli un elenco dettagliato dei contratti /ordini intercorsi con la Edilcar Srl di Carandente Tartaglia Giuseppe, la Edilcar s.a.s. di Franco Carandente Tartaglia e C. e il consorzio C.G.T.E di cui Carandente Tartaglia Giuseppe era presidente del consiglio di amministrazione. Gli atti contrattuali acquisiti comprendono ben 63 rapporti giuridici distinti per prestazioni d'opera in trasporti-movimento terra, fornitura materiali e noleggio mezzi. Una collaborazione consolidata e stabile, di natura formalmente legale.

Giuseppe Carandente Tartaglia era il dominus. Originariamente legato ai capi dei clan Nuvoletta di Marano, Mallardo di Giugliano e, successivamente, anche ai Polverino, era poi diventato socio di fatto di Michele (all’epoca latitante) e Pasquale Zagaria: suo il know-how nello strategico settore della gestione del ciclo legale ed illegale dei rifiuti; sue le imprese che metteva a disposizione dei fratelli di Casapesenna; suoi i rapporti con i manager di Impregilo e Fibe-Fisia che gli garantivano informazioni (conosceva in anticipo la localizzazione delle discariche e dei siti di stoccaggio da realizzare) e contratti. Gli Zagaria mettevano a disposizione soldi e, soprattutto, capacità di intimidazione e di controllo del territorio lì dove erano prevedibili manifestazioni di protesta degli abitanti. Un sodalizio continuato anche dopo l’arresto di Pasquale Zagaria, a giugno del 2007.

È di quel tempo l’inchiesta fantasma del Noe, tre informative nelle quali si facevano i nomi delle imprese impegnate nel movimento terra e nel trasporto dei rifiuti in provincia di Caserta. La Edilcar era al primo posto. Il dossier, inviato alla Procura di Santa Maria Capua Vetere pur essendo evidenziate ipotesi di infiltrazioni mafiose e collegamenti con la famiglia Zagaria, non risulta essere stato trasmesso alla Dda di Napoli e non ha avuto alcun seguito.