Valentina Casa non ha fatto nulla per salvare i figli dalla furia dell'allora compagno, ha invece pensato a proteggere se stessa e Tony Essobti Badre, preferendo il proprio rapporto sentimentale all'amore verso i bambini. È la ricostruzione del sostituto procuratore di Napoli Nord Paola Izzo che oggi, affiancata dal collega Fabio Sozio, ha sostenuto l'accusa nei confronti della donna e del compagno, reo confesso dell'omicidio di Giuseppe Dorice, il bambino di 7 anni ucciso a botte a Cardito (Napoli) nel gennaio 2019. Per i due l'accusa ha chiesto l'ergastolo, con isolamento per 18 mesi.

"Lei non fa nulla, non è assolutamente protettiva nei confronti del bambino ma protegge se stessa e inizialmente anche Tony", ha detto la pm Izzo durante il processo, in corso alla terza Corte di Assise di Napoli. Nel corso dell'intervento ha recuperato una testimonianza della psicologa dell'ospedale Santobono di Napoli, dove è stata ricoverata la sorellina di Giuseppe, anche lei selvaggiamente picchiata quella sera del 27 gennaio. La professionista aveva raccontato che la bambina, giocando con le bambole, aveva lanciato verso il muro quella che identificava con la madre, dicendo "questa non serve a niente".

Claria Niola, avvocato di parte civile di Cam Telefono Azzurro e dell'associazione Akira, ha definito Valentina Casa "anaffettiva, calcolatrice e scaltra", ricordando come, inizialmente apparsa sotto choc per quello che era successo quella sera, abbia cercato una serie di alibi per nascondere le proprie responsabilità. Tra questi, la telefonata al 118 effettuata ore dopo il pestaggio, in cui disse che i bambini erano stati investiti da un'automobile. Inoltre, ha ricordato l'avvocato, Valentina ha cercato anche in altri modi di salvare Essobti: ha cercato di ripulire le tracce di sangue del pavimento con degli stracci che poi ha nascosto, così come ha provato a far sparire i pezzi del bastone della scopa, spezzato da Tony in cinque pezzi nel picchiare i bambini.

L'avvocato Niola ha infine sottolineato il comportamento degli assistenti sociali e delle insegnanti dei bambini, che non hanno denunciato alle forze dell'ordine sebbene avessero visto segnali dei maltrattamenti che avvenivano nell'appartamento di Cardito. Le maestre, durante le indagini, si erano difese dicendo di aver riferito tutto alla preside, ma quella comunicazione non era poi mai uscita dalla scuola.