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Morte di Samuele, 3 anni, giù dal balcone a Napoli
21 Settembre 2021
9:46

Bimbo morto a Napoli, i dubbi sul racconto di Cannio: per i giudici ha ucciso Samuele volontariamente

Per il gip Mariano Cannio, accusato dell’omicidio del piccolo Samuele, ha fatto cadere volontariamente il bambino dal terzo piano del palazzo di via Foria, a Napoli: la versione del capogiro non è ritenuta credibile per la lucidità con cui l’indagato ha raccontato quei momenti e per il tentativo di fuga avvenuto subito dopo.
A cura di Nico Falco
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Morte di Samuele, 3 anni, giù dal balcone a Napoli

Un capogiro gli avrebbe fatto perdere la presa, gli sarebbe mancata la forza nelle braccia e avrebbe fatto cadere Samuele dal balcone, verso quel volo che non gli ha lasciato scampo. Una tragedia causata da un incidente, insomma, dovuto ad un malore arrivato nel peggior momento possibile. È quello che ha sostenuto durante l'interrogatorio Mariano Cannio, da venerdì sera sottoposto a fermo per la morte del bimbo di 4 anni precipitato dal balcone della sua abitazione a Napoli. Per i giudici, però, la realtà è diversa: il movente non è chiaro e forse non lo sarà mai, ma per gli inquirenti l'uomo ha lasciato volontariamente cadere il bambino.

Cannio accusato di omicidio: "Ha lanciato Samuele dal balcone"

La convinzione dei magistrati si basa sulle stesse dichiarazioni di Cannio, quelle fornite in prima battuta agli investigatori della Squadra Mobile di Napoli, che con uno stratagemma lo hanno stanato dall'abitazione in cui si era nascosto, e quelle poco dopo rese al pm e in presenza del difensore d'ufficio che inizialmente gli era stato assegnato (incarico poi revocato e conferito al legale Mariassunta Zotti).

La tragedia risale a venerdì scorso, intorno alle 13, quando il piccolo Samuele, quattro anni, è caduto dal balcone del palazzo dove abitava, all'angolo tra via Foria e via Giuseppe Piazzi. Un episodio inizialmente trattato come incidente: si credeva che il piccolo si fosse arrampicato sulla ringhiera mentre la madre, incinta al nono mese, era in un'altra stanza. Anche se i dubbi erano nati dal primo momento: quella ringhiera, alta circa un metro, difficilmente sarebbe stata scavalcata da un bambino così piccolo.

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Poi, però, le carte in tavola sono cambiate. E in un modo totalmente inaspettato. All'ospedale dei Pellegrini, dove Samuele è deceduto dopo una corsa disperata in ospedale,  gli agenti della Mobile hanno ascoltato la madre e la zia. E hanno saputo che in quelle ore nell'abitazione c'era anche un'altra persona. Un giovane italiano, calvo, che si arrangiava facendo le pulizie in case e negozi della zona.

Si era presentato qualche giorno prima nel garage dove lavora il padre di Samuele e aveva chiesto se ci fosse bisogno di lui lì o magari in casa. Lo conoscevano soltanto per nome: Mariano. E di lui non c'era più traccia: dopo quello che sembrava essere un incidente si era dileguato, nessuno lo aveva visto e non era nemmeno tra la folla che da via Foria era arrivata alla Pignasecca per sapere delle condizioni del bimbo.

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Così sono partite le ricerche. Gli investigatori sono risaliti al cognome, da Facebook hanno ricavato la faccia. Sono andati nell'appartamento dove risultava abitare ma senza trovarlo. Così lo hanno cercato nella casa dei genitori, in un vicoletto del rione Sanità. Hanno individuato il palazzo, ma sulle porte non c'erano targhette.

Hanno usato uno stratagemma: hanno preso una bolletta dell'Enel dalla sua cassetta delle lettere e, fingendo di averla trovata in strada, hanno chiesto agli altri residenti dove abitasse con la scusa di voler consegnarla. Una volta individuato anche l'appartamento, però, non rispondeva nessuno. Così hanno infilato la bolletta sotto la porta e, dopo cinque minuti, l'hanno vista sparire. A quel punto si sono attaccati al campanello finché l'uscio non si aperto: dietro, un uomo che corrispondeva perfettamente alle descrizioni.

Il racconto: "L'ho lasciato cadere. Poi sono andato a mangiare una pizza"

Alle domande degli investigatori, Cannio ha confermato di essere stato in quella casa. E ha raccontato quello che era successo: si era sporto sul balcone col bambino in braccio e lo aveva fatto cadere. A quel punto, emersi gli elementi di reato, si è passati all'interrogatorio, davanti al pm Barbara Aprea e in presenza dell'avvocato difensore. E anche allora il 38enne ha ammesso: era stato lui a far cadere Samuele dal terzo piano. Con una precisazione, però: aveva avuto un capogiro e per questo non era riuscito a reggerlo.

In un racconto lucido e dettagliato, l'uomo ha ricostruito quello che era successo quella mattina. A partire dalle 9,15 circa, quando è arrivato nell'abitazione per occuparsi delle pulizie. Dopo circa tre ore, mentre la madre di Samuele era in bagno, Samuele aveva cercato di arrampicarsi sul mobile per raggiungere delle merendine. Cannio lo aveva preso in braccio e lo aveva aiutato ("Era la prima volta che prendevo in braccio Samuele, capitava poche volte che giocavo con lui").

"Mi ha detto che dopo sarebbe andato a giocare a calcio e io gli ho raccomandato di fare goal", ha ricordato. Poi, sempre col bambino in braccio, era andato sul balcone. "In prossimità della ringhiera ho avuto un capogiro. Mi sono affacciato dal balcone mentre avevo il bambino in braccio perché udivo delle voci provenire da sotto, a questo punto lasciavo cadere il bambino di sotto".

Samuele morto a Napoli, per i giudici è omicidio volontario

La versione del capogiro non è però ritenuta credibile dai magistrati, alla luce di quello che è successo dopo. I dubbi nascono proprio dal racconto di Cannio che, rileva il gip Valentina Gallo nell'ordinanza di convalida del fermo, è stato in grado di raccontare con lucidità quello che è successo prima e quello che è successo subito dopo. Non è credibile, cioè, che abbia avuto un malore così intenso da fargli cadere il bambino ma limitato soltanto a quei pochi istanti. E il capogiro non spiegherebbe nemmeno il motivo per cui ha portato il bimbo in braccio sul balcone, esponendolo a un pericolo grave che poi si è concretizzato.

Dopo aver lasciato cadere Samuele, ha raccontato ancora Cannio, "non mi sono nemmeno affacciato perché ho avuto paura, infatti mi sentivo in colpa per quello che era accaduto essendo consapevole di esserne la causa". Quindi ha lasciato velocemente l'abitazione, lasciando lì secchio e scopa, quelli che verranno trovati poi dalla Squadra Mobile.

È tornato nel rione Sanità, si è fermato a mangiare una pizza, "infatti avevo una fame nervosa scaturita dalla paura". È tornato a casa, si è steso sul letto e ha pensato a quello che era successo, per poi uscire, fermarsi in un bar di via Duomo, prendere cornetto e cappuccino e alla fine tornare nell'abitazione dove è stato trovato dagli agenti.

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Ne corso dell'interrogatorio Cannio ha riferito di essere in cura nel centro di igiene mentale di via Santa Maria Antesaecula, nel Rione Sanità, che il medico gli ha diagnosticato la schizofrenia e gli ha prescritto una terapia che stava osservando; non avrebbe però detto di questa sua patologia alla famiglia del bambino. Durante l'udienza di convalida Mariano Cannio si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Il gip ha disposto la custodia in carcere, visto il concreto pericolo di fuga (alla luce del suo allontanamento dal luogo della tragedia e del tentativo maldestro di non farsi trovare dalle forze dell'ordine). L'uomo è stato rinchiuso nel reparto per pazienti con problemi psichiatrici della casa circondariale di Poggioreale ed è stato disposto un accertamento tecnico sulle sue condizioni mentali.

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