Nel mondo sono più di 200 milioni le donne mutilate,  vittime dell’infibulazione (il cui acronimo è ‘mgf’) e di altre pratiche che vanno dall'incisione all'asportazione, parziale o totale, dei genitali femminili esterni. Ciò avviene specialmente in Africa e Medio Oriente, ma nei tempi recenti questa barbara pratica si è diffusa anche in Europa e in America del Nord a causa delle migrazioni. A sottolinearlo sono l’Unicef e l’Unfpa in occasione della Giornata Internazionale per la Tolleranza Zero sulle Mutilazioni Genitali Femminili.

Mutilazioni genitali femminili nel mondo

Secondo i dati del rapporto delle associazioni umanitarie, tra tutte coloro che hanno subito mutilazioni, 44 milioni sono bambine e adolescenti fino a 14 anni. I paesi con la più alta prevalenza tra le ragazze e le donne tra i 15 e i 49 anni sono la Somalia (98 per cento), la Guinea (97 per cento) e Djibouti (93 per cent). La più alta incidenza di questi casi si registra in Gambia (56%), in Mauritania (54%) e in Indonesia paese dove circa la metà delle ragazze fino a 11 anni ha subito questo tipo di pratica. Ma ancora. Metà delle donne e delle ragazze mutilate, secondo il rapporto, vive in tre paesi: Egitto, Etiopia e Indonesia, mentre i paesi dove l’incidenza del fenomeno è maggiore sono: Somalia (98%), Guinea (97%) e Djibouti (93%) e qui, gran parte dei paesi la maggioranza delle bambine subiscono l’infibulazione prima di compiere i cinque anni di età. Si registrano casi di mgf anche in Europa, Australia, Canada e negli Stati Uniti, soprattutto fra gli immigrati provenienti dall'Africa e dall'Asia sud-occidentale: si tratta di episodi che avvengono nella più totale illegalità, e che quindi complicati da censire statisticamente.

Il fenomeno dell’infibulazione in Italia

Ma il fenomeno dell’infibulazione (e in generale delle mutilazioni genitali femminili) è presente anche in Italia, dove si stima che nelle comunità migranti, le donne straniere maggiorenni con mutilazioni genitali femminili siano tra le 46mila e le 57mila, a cui si aggiungono le neocittadine italiane maggiorenni originarie di paesi dove la pratica esiste (quantificate tra le 11mila e le 14mila unità) e le richiedenti asilo. Oltre il 60% delle donne con mutilazioni genitali femminili presenti in Italia proviene da Nigeria ed Egitto. Numeri che arrivano da un'indagine condotta nell'ambito del progetto Daphne MGF-Prev, coordinato in Italia dall'Università degli Studi di Milano-Bicocca, presentate a Milano in un incontro organizzato da ActionAid.

Perché questa violenza

Le Mgf – ricorda l'Unicef – vengono praticate soprattutto su bambine tra i 4 e i 14 anni di età, ma anche su piccole con meno di un anno di vita – per una serie di motivazioni: innanzitutto quelle sessuali, per soggiogare o ridurre la sessualità femminile, a quelle sociologiche, come l'iniziazione delle adolescenti all'età adulta o il mantenimento della coesione nella comunità, fino a ragioni igieniche ed estetiche, perché in alcune culture i genitali femminili sono considerati portatori di infezioni e osceni, e religiose, molti credono che questa pratica sia prevista da testi religiosi.