video suggerito
video suggerito

Mose, il sindaco Orsoni torna in libertà e chiama in causa il Pd locale

Il gip ha deciso la scarcerazione del sindaco di Venezia che però resta indagato per lo scandalo Mose e chiama in causa i vertici del Pd locale.
A cura di Antonio Palma
1.683 CONDIVISIONI
Immagine

Il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni torna in libertà. Il primo cittadino del capoluogo vento, arrestato il 4 giugno scorso per le note vicende di corruzione connesse al Mose, ha ottenuto la revoca degli arresti domiciliari da parte del Gip. Lo ha annunciato il legale di Orsoni, l'avvocato Daniele Grasso, che dopo l'arresto e l'interrogatorio di garanzia aveva presentato una domanda di scarcerazione per il suo assistito. Giorgio Orsoni, pur restando indagato con l'accusa di finanziamento illecito nell'ambito dell'inchiesta sul Mose, torna dunque in libertà. Il giudice per le indagini preliminari, Alberto Scaramuzza, infatti, ha ritenuto che non sussistono più le esigenze cautelari che portarono all'arresto di Orsoni assieme ad altre 34 persone nell'ambito dell'inchiesta su presunte tangenti e finanziamenti illeciti collegati agli appalti del Mose. Nel provvedimento il gip fa riferimento a una richiesta di patteggiamento da parte del sindaco visto che difesa e procura si sono accordate per una pena di nove mesi ridotta a 4 per le attenuanti generiche e il rito abbreviato. Dopo la notizia, il primo cittadino ha immediatamente convocato una conferenza stampa in Comune a Ca' Farsetti per spiegare le sue ragioni. "Non mi dimetto. In questi anni da sindaco mi sono fatto molti nemici, questo è lo scotto che sto pagando" ha dichiarato Orsoni appena dopo la scarcerazione ribadendo che per lui Mazzacurati "è un millantatore". "Non potevo sapere che i fondi fossero illeciti e come le aziende reperissero quel denaro" ha proseguito il Sindaco, aggiungendo: "Non avevo un comitato elettorale, sono stato sostenutosolo dai miei partiti: il maggior sostegno è venuto dal Pd e poi dagli altri con cui ho interloquito. Non ho mai ricevuto denaro che è stato gestito da altri".

Orsoni chiama in causa il Pd nel caso Mose

Secondo l'accusa Orsoni avrebbe intascato ingenti tangenti e bustarelle da parte del consorzio che gestiva i lavori del Mose in cambio di appoggio politico al progetto e delibere favorevoli dell'amministrazione comunale. In particolare per gli inquirenti il Sindaco di Venezia avrebbe ottenuto dal consorzio Coveco fondi per sostenere la sua campagna elettorale di quattro anni fa. Per i pm a Orsoni sarebbero stati consegnati 110 mila euro "in bianco", ma illeciti perché di fatto erogati dal Consorzio tramite tre sue società con il meccanismo delle false fatture, mentre altri 450mila euro erano in nero. Orsoni ovviamente dal suo canto rigetta ogni accusa spiegando che quella campagna elettorale era gestita interamente dal Pd locale. "È stata una campagna elettorale chiavi in mano, io facevo quello che diceva il Pd" avrebbe spiegato il sindaco ai magistrati rivelando che esponenti del partito a livello locale gli avevano detto di rivolgersi a quegli "sponsor" per ottenere un contributo ulteriore.

Il Mose, l'intervento del Pd locale e la difesa di Cacciari

Una situazione molto complicata che coinvolge nuovamente il Pd dopo che lo stesso partito locale aveva preso le distanze da Orsoni sottolineando che il sindaco non era iscritto al Pd. Del resto sono numerosi i nomi del partito locale e nazionale chiamati in causa a cominciare dall'ex sindaco di Venezia Massimo Ciacciari. L'ex primo cittadino però rigetta ogni addebito ammettendo di aver chiesto interventi a Giovanni Mazzacurati e al Consorzio Venezia Nuova, ma mai per se stesso e solo per la città come ad esempio per la squadra di calcio locale. "Ho sempre detto peste e corna del Mose, e in quei paraggi non ero certo gradito. Avevo la coscienza così libera e tranquilla che mi potevo permettere di chiedere cose utili alla città senza neppure essere sfiorato dall’ombra del do ut des" ha dichiarato Cacciari, aggiungendo: " Il mio caso è molto diverso da quello da quello di Enrico Letta che era tra quelli del centrosinistra nazionale che non mi hanno mai dato ascolto sul Mose, come Prodi e D’Alema".

Letta si chiama fuori dallo scandalo Mose

Dalle carte dell'inchiesta, infatti, è spuntato anche il nome di Enrico Letta chiamato in causa da uno degli imprenditori arrestati insieme allo zio Gianni Letta e a Brunetta. Secondo le accuse, in particolare il consorzio del Mose avrebbe consegnato all'ex Premier 150mila euro per sostenere le spese per la campagna elettorale del 2007. Letta dal suo canto smentisce questa ricostruzione, assicurando di aver sempre dichiarato e registrato ogni contributo versato per le sue campagne elettorali. "Leggo falsità sul mio conto legate al Mose. Smentisco con sdegno e nel modo più categorico" ha scritto Letta su twitter, avvertendo: "Non lascerò che mi si infanghi così!".

1.683 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views