Nonostante venisse chiamato il Capo dei Capi e fosse ritenuto il vertice supremo dell'organizzazione mafiosa Cosa Nostra, Totò Riina non è morto da capo di Cosa Nostra, perché la mafia ha continuato a svilupparsi anche in sua assenza. A dichiararlo è il capo dell'Antimafia Franco Roberti, giunto al suo ultimo giorno da procuratore nazionale. "Con Totò Riina scompare il capo riconosciuto di Cosa Nostra. Ma per un quarto di secolo, la mafia siciliana ha continuato a svilupparsi senza di lui", ha spiegato Roberti all'Huffington Post, aggiungendo: "Da quando è stato arrestato nel gennaio del 1993, Riina è stato rinchiuso al 41 bis e non ha mai potuto comunicare con l'esterno. Mai. Non è mai avvenuto. Non ha mai potuto dare ordini, non ha potuto mai suggerire strategie. C'è stato solo una volta un episodio disgraziato e malaccorto in cui un suo messaggio è finito all'esterno".

Quale?

"Quando un'intercettazione ambientale in carcere tra lui ed un altro recluso è diventata pubblica, all'inizio del 2014. Era un'intercettazione di minacce al collega Nino Di Matteo, pubblico ministero del processo sulla trattativa Stato-mafia, che ha finito per essere "un segnale" all'esterno. Per il resto, Riina non ha potuto dirigere più nulla, né i traffici, né gli investimenti. Non ha potuto più comandare, perché non poteva comunicare. Un re con la corona, ma senza lo scettro, il bastone del comando".

E adesso cosa accadrà?

"Si aprirà sicuramente la sua successione. Già da mesi abbiamo messo a punto delle ipotesi investigative su chi raccoglierà la sua eredità, ipotesi che naturalmente teniamo segrete".

La fase di successione sarà molto delicata, ma nonostante questi Roberti sembra essere piuttosto tranquillo a riguardo e non prospetta una lotta sanguinosa: "Tenderei ad escludere che possa avvenire con spargimento di sangue. Non vedo la probabilità di una lotta sanguinosa. Anche se nulla mai si può escludere. Cosa Nostra spara solo quando è strettamente necessario. Da questo punto di vista la strategia stragista fu una reazione scomposta e bestiale alla durezza della risposta dello Stato. Le condanne del primo maxiprocesso, la possibilità che Giovanni Falcone diventasse Procuratore nazionale antimafia, fecero commettere a Riina il più tragico degli errori, nel tentativo disperato di ristabilire gli antichi equilibri costituiti con il mondo politico".

La mafia è cambiata, non somiglia più all'organizzazione che negli anni '90 sparse litri e litri di sangue in Sicilia e poi in tutta Italia: "Sposta più capitali che persone. Utilizza sempre di più i paradisi offshore, le giurisdizioni compiacenti, che pur di attrarre capitali non hanno interesse a chiedere da dove provengono i soldi. E approfitta (al Nord Italia come in Canada) dei colpi assestati contro la ndrangheta".

Negli ultimi tempi, naturalmente il terrorismo islamico e l'immigrazione clandestina sono diventate delle vere e proprie emergenze, non c'è il rischio che la mafia attiri meno l'attenzione della pubblica opinione?

"Purtroppo la mafia non è un'emergenza, ma un fenomeno endemico ed immanente nel tessuto del Paese. Perché attraverso la corruzione entra nei gangli della pubblica amministrazione e da lì allunga i suoi tentacoli sul mondo della politica".

La Chiesa ha negato i funerali a Riina. Pensa che questo costituisca un messaggio importante che contribuisce a indebolire la presa sociale della mafia?

"Il venire meno di momenti forti di esternazione sociale costituisce un grande indebolimento per Cosa Nostra. Negli ultimi anni la Chiesa ha fatto grandi passi in avanti in questo senso, dopo che Papa Francesco ha impresso con coraggio una direzione ben precisa".