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Teresa Stabile uccisa a coltellate dal marito Vincenzo Gerardi nel Varesotto: al via oggi il processo

Si apre oggi il processo per il femminicidio di Teresa Stabile, la donna di 55 anni uccisa a coltellate il 16 aprile 2025 dal marito Vincenzo Gerardi, 57 anni, a Samarate (Varese) dove vivevano in case diverse.
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Si è aperto oggi, lunedì 19 gennaio 2026, il processo davanti alla Corte d'Assise del tribunale di Busto Arsizio (Varese), presieduto da Giuseppe Fazio, per il femminicidio di Teresa Stabile, la donna di 55 anni uccisa a coltellate il 16 aprile 2025 dal marito Vincenzo Gerardi, 57 anni, nel cortile del condominio di via San Giovanni Bosco a Samarate (Varese) dove entrambi vivevano, seppur in due diverse abitazioni. L'accusa contesta all'uomo – che ha confessato – anche la premeditazione e la stalking. L'avvocato Vito Di Graziano, difensore dell'imputato, ha chiesto invece la riunificazione del fascicolo aperto, sempre a carico di Gerardi, per violenza privata con il procedimento in corso. Richiesta che è stata però rigettata dalla Corte. Inoltre l'avvocato ha già affidato a un consulente di parte una perizia psichiatrica sul 57enne per stabilire se l'uomo fosse capace di intendere e di volere al momento del fatto. Intanto oggi in occasione dell'inizio del processo sono cinque le parti civili che si sono costituite: i figli della coppia, assistiti dall'avvocato Cesare Cicorella, e i genitori e la sorella di Stabile, assistiti dall'avvocato Manuela Scalia.

Il femminicidio di Teresa Stabile nel Varesotto, cosa è successo

Teresa Stabile, 55 anni, al rientro da una giornata di lavoro, era stata aggredita dal marito Vincenzo Gerardi con 15 coltellate, sotto gli occhi dei genitori nel cortile condominiale in cui vivevano. Il fatto risale alle sera del 16 aprile 2025. La donna, pur essendo stata subito soccorsa dal personale sanitario del 118, e trasportata in ospedale a Legnano (Milano), è morta nonostante i disperati tentativi di rianimazione.

I carabinieri della compagnia di Busto Arsizio e del reparto operativo di Varese intanto, all'altezza di via Torino, avrebbero bloccato col taser l'uomo, che in mano stringeva ancora il coltello utilizzato per il delitto, e lo avrebbero portato in caserma: sarebbe stato proprio lui a chiamare i soccorsi, spiegando di avere appena accoltellato a morte la consorte. Stando alle prime informazioni raccolte la coppia, che ha due figli maggiorenni, era in fase di separazione.

Vincenzo Gerardi, chi è l'uomo che accoltellò a morte la moglie

Vincenzo Gerardi, 57 anni, di professione installatore e manutentore di piscine, è l'uomo che davanti al pm Ciro Caramore della Procura di Busto Arsizio avrebbe confessato di aver ucciso la moglie con un coltello, ma avrebbe negato di aver pianificato l'omicidio. Sua moglie, dopo oltre 20 anni di matrimonio, aveva deciso di separarsi da lui e, su consiglio dell'avvocato, a novembre era tornata a vivere con i suoi genitori. Vincenzo Gerardi non accettava la fine della loro relazione. Così, dopo mesi di appostamenti e minacce, il 16 aprile si è presentato sotto casa dei suoceri a Samarate (Varese) e con un coltello ha ferito a morte Teresa Stabile. Secondo gli investigatori, il 57enne aveva premeditato l'omicidio, anticipando su un paio di lettere testamentarie il giorno esatto in cui avrebbe ucciso la moglie e in cui si sarebbe dovuto togliere la vita. I carabinieri lo hanno fermato appena prima che potesse portare a termine il suo piano, quando però per la 55enne era ormai troppo tardi.

Il figlio maggiore della coppia denuncia il padre per violenza privata

Stando a quanto riferito, l'aggressione mortale di Gerardi nei confronti della moglie, sarebbe stato l‘apice di un lungo periodo fatto di minacce, pedinamenti e continui messaggi. Persecuzioni di ogni genere che avrebbero spinto il figlio maggiore della coppia, di 28 anni, a sporgere denuncia per violenza privata contro il padre. Teresa Stabile, invece, aveva paura. Nonostante, infatti, la donna avesse avviato le pratiche per la separazione e fosse tornata a vivere dai genitori, da tempo temeva per la sua incolumità. Per questo non avrebbe riferito alle forze dell'ordine ciò che era quotidianamente costretta a subire dalle telefonate minatorie ai controlli sugli orari di entrata e uscita a casa. "Se lo denuncio mi ammazza", avrebbe confidato a più di un'amica.

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