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Ucciso a Rogoredo da un poliziotto

Slitta l’udienza del Riesame per discutere i domiciliari per il poliziotto Carmelo Cinturrino

È slittata alla settimana prossima l’udienza davanti al Tribunale del Riesame di Milano per discutere la richiesta di arresti domiciliari per il poliziotto Cinturrino. I suoi legali avrebbero bisogno di più tempo per leggere e studiare il fascicolo.
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Era prevista per domani, lunedì 9 marzo, ma è slittata alla settimana prossima e fissata a martedì 17 marzo, l'udienza davanti al Tribunale del Riesame di Milano per discutere la richiesta di arresti domiciliari avanzata dalla difesa di Carmelo Cinturrino, l'assistente capo di polizia in carcere a San Vittore (Milano) dal 23 febbraio con l'accusa di omicidio volontario per aver sparato e ucciso Abderrahim Mansouri lo scorso 26 gennaio durante un controllo antidroga a Rogoredo (Milano).

Secondo quanto si apprende dalle informazione diffuse, i due nuovi avvocati di Cinturrino – Marco Bianucci e Davide Giugno (nominati dal poliziotto in sostituzione del legale Piero Porciani) – avrebbero chiesto e ottenuto il rinvio in quanto avrebbero bisogno di più tempo per completare alcuni approfondimenti in merito alla ricostruzione del delitto e per leggere con attenzione le carte depositate dalla Procura.

Gli avvocati –  come si apprende – avrebbero avuto il via libera all'accesso agli atti del fascicolo solo giovedì scorso. Ma l'indomani, venerdì 6 marzo, giorno in cui fisicamente avrebbero potuto recarsi in cancelleria, non sono riusciti a entrare al palazzo di Giustizia per via di un'allarme bomba (rivelatosi poi falso) a cui è seguita l'evacuazione di tutte le persone presenti all'interno e la sospensione di tutte le attività.

Carmelo Cinturrino, fin da subito assistito dall'avvocato Porciani, ha sempre respinto l'accusa di omicidio sostenendo si sia trattato di legittima difesa. Inizialmente aveva infatti dichiarato di aver sparato a Mansouri "per paura" perché questo gli avrebbe puntato – a suo dire – una pistola contro. Successivamente però – grazie agli accertamenti della Procura e della Polizia scientifica – è emerso che la pistola in questione non solo fosse una pistola a salve ma anche che non fosse mai stata impugnata da MansouriCome ricostruito in un secondo momento, si è appreso che la pistola fosse stata posizionata da Cinturrino accanto al corpo di Mansouri solo dopo la sua morte, proprio per crearsi l'alibi della legittima difesa.

Inoltre, sia dalla testimonianza di alcuni colleghi sia da quella di pusher con cui aveva avuto a che fare, è emerso ancora che Cinturrino chiedesse un "pizzo" (droga e soldi, circa 200 euro a volta) e pestaggi ai pusher di Rogoredo in cambio di protezione. Cinturrino però – se da una parte, una volta in carcere, ha ammesso di aver sparato al 28enne e poi manipolato la scena de crimine –  ha invece sempre negato di aver tenuto comportamenti illeciti durante le operazioni anti spaccio da lui effettuate durante il servizio al commissariato di viale Mecenate, nella zona tra Corvetto e Rogoredo. Illeciti questi su cui il pm Giovanni Tarzia e il procuratore Marcello Viola, a capo dell'inchiesta, stanno ancora effettuando accertamenti e cercando riscontri.

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