Saluti romani al corteo per Sergio Ramelli, assolti in 23: “Rituale del partito fascista, ma solo commemorativo”
I saluti romani accompagnati dalla chiamata del "presente" al termine del corteo in memoria di Sergio Ramelli del 29 aprile 2019 "erano evocativi di rituali usuali del disciolto partito fascista", ma la manifestazione non risulta idonea "a determinare il pericolo di riorganizzazione". È la motivazione per la quale i giudici della seconda sezione della Corte d'Appello di Milano lo scorso luglio hanno confermato l'assoluzione "perché il fatto non sussiste" di 23 militanti di estrema destra imputati per manifestazione fascista. A presentare ricorso alla sentenza di primo grado era stata la Procura, dopo che altri cinque imputati, che avevano scelto il rito abbreviato, sono stati condannati in via definitiva per gli stessi fatti nel 2023.
Ramelli era militante del Fronte della Gioventù, l'organizzazione giovanile del Movimento sociale italiano. Il 13 marzo del 1975, quando aveva ancora 19 anni, venne aggredito da quattro membri di Avanguardia operaia che, dopo averlo colpito con una chiave inglese, lo ridussero in fin di vita. Ramelli morì proprio il 29 aprile 1975.
Ogni anno, i militanti dei partiti e delle organizzazioni di estrema destra sfilano per la città di Milano, terminando il loro corteo in via Paladini dove Ramelli viveva e dove oggi c'è un murale con la scritta "Ciao Sergio". Al termine della manifestazione, i militanti si esibiscono nel rito del "presente" e con i saluti romani in memoria del "camerata" deceduto.
Per il corteo del 29 aprile 2019 in 23 sono finiti a processo con l'accusa di manifestazione fascista. Il 28 novembre 2024 erano stati tutti assolti in primo grado, con i giudici che sostenevano che quella "condotta" aveva "solo una valenza di omaggio e di ricordo". Una sentenza che il 10 luglio scorso la Corte d'Appello ha confermato, ribandendo che sebbene "il gesto sia simbolicamente riconducibile al bagaglio ideologico del fascismo", il contesto era solo "commemorativo" e non c'erano altri elementi che potrebbero far ipotizzare una qualche sorta "di proselitismo o di riorganizzazione". In sostanza, quel comportamento non è stato ritenuto "concretamente idoneo a provocare adesioni e consensi favorevoli alla riorganizzazione del partito disciolto".
Per le manifestazioni del 29 aprile si sono aperti diversi procedimenti giudiziari, con esiti non sempre omogenei tra loro. Lo stesso processo per il corteo del 2019 ha avuto una conclusione diversa, con la condanna in rito abbreviato e definitiva, per altri cinque militanti. Per quello del 2018, infatti, in 13 sono stati condannati a 4 mesi, poiché i giudici avevano accolto la ricostruzione della sostituta procuratrice generale Olimpia Bossi secondo la quale "queste manifestazioni con centinaia di persone, schierate come formazioni paramilitari, non sono meramente commemorative, ma rappresentano un pericolo per l'ordinamento costituzionale".