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Perché fino a ora non si è mai parlato di violenze, fisiche e psicologiche, sulle giovani atlete

La presidente della prima associazione che contrasta la violenza sessuale e gli abusi su donne e minori nello sport. spiega a Fanpage.it perché prima del caso dell’Accademia di Desio e della denuncia di due giovanissime atlete bresciane nessuno parlava delle violenze psicologiche, fisiche e sessuali nello sport.
A cura di Ilaria Quattrone
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Hanno subito vessazioni, punizioni e umiliazioni in pubblico. Atti di bullismo e violenza psicologica che hanno avuto il coraggio di raccontare alle loro mamme, le quali a loro volta hanno deciso di denunciare. È questo quanto accaduto in questi giorni a due atlete bresciane di appena tredici e quindici anni.

Sul loro caso, indaga la Procura di Brescia. La notizia di questi due esposti bresciani è arrivata dopo le denunce delle ex atlete azzurre che hanno raccontato i maltrattamenti patiti per anni: costrette a non mangiare o a vomitare il cibo per pesare meno.

Una vita di sofferenza e ansia che ha portato l'ex farfalla Anna Basta a tentare due volte il suicidio e l'atleta Victoria Polidori ad ammalarsi di anoressia nervosa. Il vaso di Pandora è stato scoperchiato ed è spaventoso. Soprattutto spinge a chiedersi perché nessuno abbia aiutato o tutelato queste bambine.

L'ex ginnasta Anna Basta
L'ex ginnasta Anna Basta

Ragazzine e donne che sono state risucchiate in un vortice di violenze che le ha distrutte fisicamente e psicologicamente: "Io spero che il caso delle ginnaste ci aiuti a riformare questo sistema altrimenti sarà una battaglia e un'occasione persa sulla pelle di bambini e bambine che non hanno alcuna colpa e che si sono trovati a fronteggiare una forma di sport violento e aggressivo e non rispettoso della persona".

A raccontarlo a Fanpage.it Daniela Simonetti, Presidente e Fondatrice di "Il Cavallo Rosa/ChangeTheGame", che è la prima associazione di volontari e volontarie in Italia che contrasta la violenza sessuale e gli abusi su donne e minori nello sport.

Daniella Simonetti, fondatrice dell'associazione
Daniella Simonetti, fondatrice dell'associazione

Da alcuni giorni, con il caso delle giovani ginnaste, si inizia a parlare di casi di abusi psicologi nel mondo dello sport. Perché non è mai stato preso sul serio questo problema? 

Gli abusi sono emotivi, fisici e sessuali e fanno parte del mondo sportivo. Non sappiamo con certezza in quale misura, ma crediamo che sia in modo massiccio. Questo problema non è stato preso in esame perché il mondo federale è chiuso, ristretto e sa di vecchio. I codici sono antichi e le regole non sono state adeguate e c'è un immenso timore di uno stigma, quasi di infamia.

Invece di affrontare il problema a monte, si affronta sempre quando ci sono frammenti di vita che vanno in pezzi, sempre ex post. Questa è la colpa più grande: non lavorare sulla prevenzione. Noi ci siamo costituite come associazione proprio per questo motivo e sono anni che diciamo questa cosa.

C'è stato un muro di silenzio, un muro che non è mai stato veramente abbattuto. Su questo ho scritto un libro proprio per arrivare all'opinione pubblica. Bisogna affrontare questi casi prima che si vada in tribunale, prima che si vada nelle procure, prima che vite innocenti siano distrutte per sempre.

Nel mondo federale c'è un'alta componente maschile? E se sì, questo muro di silenzio potrebbe essere dovuto a questo? 

Non credo che sia solo questo il problema. In questi giorni con la ginnastica stiamo vedendo il contrario: parliamo soprattutto di istruttrici donne. E questo ci deve far riflettere: come mai istruttrici donne si adeguino a metodi devastanti di allenamento? È vero che li riprendiamo da altri Paesi, pensiamo ai Paesi dell'Est.

Queste donne però ci lasciano perplesse. Secondo me, non è un fatto di sesso. Poi che le donne siano poche rappresentante nei vertici federali, è un fatto. Però le donne che ci sono state finora, che cosa hanno fatto?

Alla base di questi abusi, c’è una cultura sbagliata che giustifica vessazioni perché considerate parte del gioco?

C'è un'anti-cultura, una competitività che passa per l'appropriazione del corpo di bambini e bambine. Una competitività eccessiva, una selezione dolorosa, un esproprio vero e proprio del corpo, un allontanamento dalle famiglie, forme manipolatorie aggressive.

Molte mamme, come quelle delle ginnaste, hanno bussato alle porte della loro federazione ma nessuno ha risposto o non lo ha fatto in maniera convincente.

Perché secondo voi nessuno ha risposto?

Ci sono tanti motivi. Uno sicuramente è relativo all'auto-conservazione dell'ambiente. Si preferisce glissare, minimizzare piuttosto che affrontare il problema in maniera aperta e frontale come andrebbe fatto. Ci vuole un approccio diverso.

Aspettiamo che qualcuno dica che il problema c'è, è serio e che lo si vuole affrontare. Qualcuno che voglia ascoltare mamme, bambini e bambine, qualcuno che vuole essere presenti nelle loro vite, che vuole essere migliore e che voglia chiedere scusa a queste persone, il che non è secondario.

Molte atlete e atleti scelgono di non denunciare: mancano soggetti che li supportino in questa decisione? 

Il silenzio è dovuto al fatto che se parli la tua carriera è finita lì. Vieni espulso dal sistema. C'è un codice non scritto che attiene al silenzio e a una forma malata di lealtà verso un sistema in cui sei cresciuto. Le persone che denunciano poi lasciano lo sport. È sintomatico di un mondo che non protegge, che non è aperto, che non ascolta.

Almeno in buona parte. Poi c'è una parte sana che esiste, va incoraggiata e va rispettata. Non dobbiamo gettare fango sul mondo sportivo che è fatto anche di realtà meravigliose e avanzate. È anche vero che se tu non ammetti queste cose, sembra che tu stia coprendo chissà cosa e dai un'idea sbagliata.

Minimizzare, non dare ascolto, fa sembrare la cosa sospetta: non sono comportamenti trasparenti. La chiave è la trasparenza, l'onestà, l'affrontare queste cose una dietro l'altra assumendosi la responsabilità. Su questo bisogna lavorare.

C’è bisogno di un supporto psicologico per gli atleti e le atlete e dei corsi per allenatori e istruttori? 

Credo che per gli allenatori serva una formazione obbligatoria. Servono dei codici di giustizia sportiva, dei regolamenti sanzionatori più precisi e fermi con sanzioni certe. Le vittime vogliono lo psicologo, ma vogliono anche giustizia.

Noi ci lavoriamo fianco a fianco con queste vittime. Loro hanno un'aspettativa di giustizia e la vogliono dalla loro federazione che è la loro casa.

Negli ultimi anni c’è stato un aumento di casi? 

Non lo sappiamo. Abbiamo commissionato a Nielsen una ricerca su un campione imponente. Aspettiamo gli esiti, ma verosimilmente da quello che è il nostro osservatorio – basato sulle denunce – i casi sono tanti e sono in crescita.

La nostra presenza ha creato un clima di fiducia. La denuncia arriva quando c'è un clima di ascolto, non quando c'è un clima minaccioso e brutale. Quando c'è un clima corretto, sicuramente va avanti. Se questo clima non c'è, è difficile che si denunci. Finora alle vittime è arrivato isolamento e solitudine.

Bisogna rivoluzionare questo mondo se vogliamo degli esiti diversi e migliori.

C’è l’idea che atteggiamenti simili siano confinati ad alcuni sport. Per esempio l’ideale di magrezza, tipico di sport come la ginnastica. Ma ci sono altri sport in cui avvengono abusi che nessuno immagina? 

Bisogna basarsi su alcune evidenze. Ogni sport ha delle caratteristiche che attengono ai profili di violenza emotiva, fisica e sessuale. Ci sono realtà in cui la violenza sessuale è più radicata per una serie di situazioni e circostanze oggettive. Per esempio nel volley e nell'equitazione dove ci sono tante adolescenti.

C'è il nonnismo negli sport di squadra, in maniera pervicace, come per esempio nel rugby o in alcune realtà del rugby. Ogni sport ha caratteristiche che si prestano a forme diverse di violenza. Sicuramente nella ginnastica, c'è questa forma legata al corpo e in altri no o meno.

Nel calcio sono più diffusi i casi di pedofilia. Il fatto di non avere punizioni esemplari, manda un messaggio devastante e cioè che si può fare. Si va a legittimare una forma intollerabile di violenza. Le sanzioni sono importanti. Anche di fronte alle squalifica, queste persone continuano a lavorare. Questo è il messaggio che arriva dalle famiglie ed è molto doloroso.

Io spero che il caso delle ginnaste ci aiuti a riformare questo sistema altrimenti sarà una battaglia e un'occasione persa sulla pelle di bambini e bambine che non hanno alcuna colpa e che si sono trovati a fronteggiare una forma di sport violento e aggressivo e non rispettoso della persona.

Ricordo che in America è morta una giovane ginnasta che pesava 29 chili. Sono pratiche comuni che bisogna contrastare con fermezza. Bisogna dire chiaramente da che parte stare e che tipo di persona si vuole essere.

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