La storia di Cristina Mazzotti, la prima donna rapita dalla ‘ndrangheta morta dopo un mese di prigionia

Ci sono voluti 50 anni per trovare tutti i responsabili del rapimento e della morte di Cristina Mazzotti, la prima donna rapita dalla ‘ndrangheta. La 18enne milanese era stata sequestrata il 30 giugno 1975, mentre tornava nella casa vacanza a Eupilio (in provincia di Como) insieme al fidanzato e a un'amica. Per quasi un mese venne tenuta nascosta in una buca scavata in una cascina a Castelletto, nel Novarese, dalla quale le fecero scrivere lettere al padre con la richiesta di riscatto pari a 1 miliardo e 50 milioni di lire. Il corpo di Mazzotti, deceduta a causa delle condizioni in cui era tenuta e dei farmaci che le venivano somministrati ogni giorno, venne ritrovato l'1 settembre 1975 in una discarica a Galliate. Un primo processo si concluse nel 1977 con 13 condanne e quattro ergastoli definitivi, ma mancavano ancora gli esecutori materiali del rapimento. Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella sono stati, infatti, condannati il 4 febbraio 2026 dalla Corte d'Assise di Como all'ergastolo per omicidio aggravato, poiché il reato di sequestro di persona in concorso a scopo di estorsione è ormai prescritto.
La notte del rapimento di Cristina Mazzotti
Mazzotti viveva con la famiglia in piazza della Repubblica a Milano ed era solita trascorrere le estati nella villa a Eupilio, nel Comasco. Nel 1975 aveva appena compiuto 18 anni e presto avrebbe iniziato la terza liceo al Carducci. Il 30 giugno Carlo Galli, fidanzato di Mazzotti, era andato a prendere lei e la sua amica Emanuela Luisari per andare a mangiare un gelato a Erba con la Mini Minor presa in prestito da sua sorella.
Mentre stavano tornando verso Eupilio, l'auto venne sorpassata da un'Alfa Romeo Giulia e, dopo una curva, una Fiat 125 le tagliò la strada. Tre persone uscirono dai cespugli e due uomini armati si posizionarono al volante e sul sedile passeggero della Mini, costringendo i tre ragazzi sui sedili posteriori. Dopo aver guidato per un'ora, chiesero chi di loro fosse Cristina Mazzotti e la portarono via. Galli e Luisari, invece, vennero bendati, legati e lasciati nella Mini, con le gomme squarciate. Solo due ore più tardi i due ragazzi riuscirono a dare l'allarme.
La prigionia: dove è stata tenuta nascosta
I rapitori portarono Mazzotti in una cascina a Castelletto, in provincia di Novara. La 18enne venne tenuta per 28 giorni in una buca scavata nel terreno, alta 1 metro 4 centimetri, larga 1,65 metri e lunga poco più di un metro e mezzo. Dimensioni che non permettevano alla ragazza di stare in piedi. L'aria passava da un tubo di cinque centimetri e le davano due panini al giorno. Inoltre, Mazzotti veniva sedata e svegliata a piacimento dai rapitori, i quali le somministravano farmaci calmanti ed eccitanti.
Le lettere di Cristina Mazzotti alla famiglia e la richiesta di riscatto
Una volta svegliata, i rapitori costringevano la ragazza a scrivere lettere alla famiglia. In queste missive, chiedevano al padre di Mazzotti di pagare prima 5 miliardi di lire e poi 1 miliardo e 50 milioni di lire (pari a circa 7 milioni di euro di oggi) in cambio della sua liberazione.
Elios Mazzotti, padre di Cristina, era un imprenditore del ramo cerealicolo titolare della ditta ‘Mazzotti e C.'. Tuttavia, non aveva immediatamente a disposizione tutto quel denaro.

La morte della ragazza sequestrata
Il padre Elios riuscì a consegnare la cifra chiesta per il riscatto quando la figlia era già deceduta. Cristina Mazzotti morì dopo 28 giorni di prigionia, ma il suo corpo venne ritrovato solo l'1 settembre 1975 nella discarica del Varallino a Galliate (in provincia di Novara).
Le cause del decesso della 18enne sono riconducibili alle condizioni di prigionia in cui era stata costretta e anche dai medicinali che le venivano somministrati in continuazione. Il suo funerale venne celebrato il 4 settembre 1975 a Eupilio, con circa 25mila persone presenti.
Le ricerche e l'arresto dei sequestratori
Furono proprio i soldi del riscatto a permettere agli investigatori di risalire ai sequestratori di Mazzotti. Il direttore di una banca Svizzera, infatti, segnalò alle autorità una grossa operazione sospetta che portò all'identificazione di Libero Ballinari: un piccolo criminale, fermato a Lugano Interrogato, che rivelò che il sequestro era stato realizzato da una banda mista di lombardi e calabresi. A occuparsi della gestione logistica del rapimento era stato Giuliano Angelini: appassionato di medicina, era lui che somministrava i farmaci alla ragazza.
Il primo processo, iniziato nel 1976 a Novara e concluso nel 1977, portò a 13 condanne di cui otto ergastoli. La Corte di Cassazione confermò gli ergastoli solo per Ballinari, Angelini, Gianni Geroldi e Achille Gaetano.
Tuttavia, mancavano ancora gli esecutori materiali del rapimento. La svolta è arrivata nel 2007, quando la tecnologia ha permesso di analizzare più approfonditamente le impronte ricavate sulla Mini e risalire a Demetrio Latella. Oggi 71enne, confessò e fece a sua volta i nomi di Giuseppe Calabrò, Antonio Talia e Giuseppe Morabito.
Il processo e la condanna all'ergastolo
Il nuovo processo si è aperto il 24 settembre 2024 presso la Corte d'Assise di Como. Durante le udienze, Latella si è avvalso della facoltà di non rispondere. La pm Cecilia Vassena, che rappresentava l'accusa, ha invece ricostruito l'intera vicenda e, grazie anche al riconoscimento degli amici di Mazzotti, ha indicato in Calabrò l'uomo seduto sul sedile del passeggero che armato di pistola intimava di tener bassa la testa. Si tratta di un 76enne, originario di San Luca e conosciuto come "U Dutturicchiu", che negli anni ha accumulato diverse condanne per reati contro il patrimonio e in materia di stupefacenti. Sebbene sia diventato un "personaggio autorevole nel mondo calabrese", è sempre stato assolto dall’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. Coinvolto nell'inchiesta ‘Doppia Curva‘ sugli affari tra ultrà di Milan e Inter con boss della criminalità organizzata, non è stato rinviato a giudizio.
Anche Latella avrebbe fatto parte del commando che sequestrò la 18enne per poi consegnarla ai suoi aguzzini. Talia, invece, è stato assolto per non aver commesso il fatto mentre Morabito, boss della ’ndrangheta, è deceduto a fine 2024. La sentenza di primo grado è dunque arrivata mercoledì 4 febbraio 2026, con le condanne all'ergastolo per omicidio aggravato sia per Calabrò che per Latella.