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La Procura indaga su altri quattro poliziotti per la morte di Abderrahim Mansouri a Rogoredo

La Procura di Milano avrebbe indagato altri quattro agenti per favoreggiamento e omissione di soccorso nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Abderrahim Mansouri ucciso con un colpo di pistola a Rogoredo.
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Rogoredo
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L'indagine della Procura di Milano – sul caso della morte del 28enne Abderrahim Mansouri, presunto pusher ucciso con un colpo di pistola alla testa lo scorso 26 gennaio da un poliziotto nel ‘boschetto' di Rogoredo (Milano) durante un controllo antidrogasi allarga.

Il numero di agenti indagati sale a cinque, in tutto. Il primo era già indagato per omicidio volontario. E ora, sarebbero stati inseriti nel registro degli indagati anche altri quattro agenti, per favoreggiamento e omissione di soccorso.

Il pm Giovanni Tarzia, che coordina le indagini insieme con il Procuratore Marcello Viola, ha notificato infatti gli inviti a comparire ai nuovi indagati, che saranno interrogati nei prossimi giorni. La ricostruzione ha portato tra l'altro a ipotizzare anche un presunto ritardo nella richiesta di soccorsi. 

I quattro nuovi agenti indagati

Le contestazioni a carico dei quattro agenti indagati deriverebbero dai numerosi accertamenti portati avanti in queste settimane nell'inchiesta della Squadra mobile e della Polizia scientifica.

Tra testimonianze, analisi delle telecamere della zona, ricostruzione balistica della dinamica e della traiettoria dello sparo si sta infatti cercando di far luce su quanto accaduto.

Dagli elementi raccolti finora sarebbero emerse incongruenze che hanno portato alle nuove contestazioni, tra cui un presunto ritardo nel chiamare i soccorsi.

La versione del poliziotto che ha sparato

"La mia idea era rincorrerlo (…) Io stavo partendo ed il collega sarebbe partito dietro di me. Lui aveva la mano in tasca, ha tirato fuori la pistola (poi risultata una replica a salve, ndr) e me l'ha puntata. Io mentre stavo per fare lo scatto per andare avanti ho estratto l'arma ed ho esploso un colpo (…) per paura", aveva detto l'agente indagato per omicidio volontario, interrogato dal pm. E il collega che era con lui in quegli istanti, come teste, aveva reso una versione simile.

L'analisi sulla pistola a salve

Ma un primo esame sulla pistola a salve, che avrebbe impugnato Mansouri e che avrebbe puntato contro il poliziotto, non ha rilevato impronte digitali. Cadendo la pistola a salve potrebbe essersi sporcata con fango e acqua: "Per quanto si lavori con estrema delicatezza, il fango deve essere rimosso per consentire una lettura completa dell'eventuale impronta digitale, ma le operazioni di pulizia possono cancellare anche le tracce", aveva spiegato a Fanpage.it Salvatore Spitaleri, biologo forense e criminalista, ex Ris dei carabinieri di Messina "Un'altra opzione percorribile potrebbe essere quella dell'esame del Dna sugli eventuali depositi di grasso della pelle, ma anche quello non garantisce risultati certi", aveva poi aggiunto.

L'autopsia sul corpo di Abderrahim Mansouri

Inoltre i primi esiti dell'autopsia, effettuata il 3 febbraio scorso, non avevano avvalorato in pieno né la versione della legittima difesa del poliziotto, assistito dal legale Pietro Porciani, né quella dell'omicidio, su cui lavorano i legali dei familiari della vittima, gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli.

Era stato confermato che Mansouri non era di schiena né in posizione pienamente frontale, ma aveva la testa girata lievemente a sinistra e che il colpo sarebbe stato esploso da una distanza di una ventina di metri.

Intanto, sempre il procuratore Viola e il pm Tarzia hanno anche aperto un altro fascicolo autonomo con l'ipotesi di falso ideologico, commesso "dal pubblico ufficiale in atti pubblici", su un verbale d'arresto redatto nel 2024 a carico di un 20enne tunisino, poi assolto, dal poliziotto indagato per l'omicidio del 28enne.

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