La Procura di Milano chiede ancora di archiviare l’inchiesta sui morti di Covid al Trivulzio: “Carenze probatorie”

Nei giorni scorsi la Procura di Milano ha chiesto di nuovo l'archiviazione dell'inchiesta sulle morti per Covid-19 che colpirono il Pio Albergo Trivulzio durante la prima ondata della pandemia. Tra il gennaio e il dicembre del 2020, infatti, nell'istituto milanese dedicato agli anziani ci fu un "eccesso di mortalità" che i periti hanno attribuito per il "20,41 per cento alle complicanze dell'infezione". Secondo il pm Mauro Clerici, però, ci sarebbero "insuperabili carenze probatorie" per poter affermare che le morti possano essere attribuibili alla dirigenza, in particolare al direttore generale di allora Giuseppe Calicchio, indagato per omicidio ed epidemia colposi e violazione delle regole di sicurezza. Ora il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano dovrà decidere se accogliere la richiesta di archiviazione, ponendo fine così a un'inchiesta durata quasi sei anni.
Tra gennaio e aprile 2020 al Pio Albergo Trivulzio si registrarono oltre 400 decessi. In quei mesi era in atto la prima ondata di Covid-19 e, in qualche modo, il virus era riuscito a entrare nella storica casa di cura per anziani di Milano. Per quelle morti, è indagato il direttore generale della struttura di allora, con la Procura di Milano che per sei anni ha provato a capire se in qualche modo la dirigenza aveva avuto una responsabilità su quanto accaduto. Nel 2021 era stata chiesta una prima archiviazione, con la motivazione che i decessi fossero "nella media delle altre residenze sanitarie per anziani". La gip Alessandra Cecchelli, però, aveva deciso di respingere la richiesta chiedendo nuovi accertamenti.
La nuova perizia, al centro di un incidente probatorio, avrebbe riscontrato tra il gennaio e il dicembre 2020 un effettivo "eccesso di mortalità nel Pat", ma comunque "di entità inferiore rispetto alle stime Ats" e con il 20,41 per cento attribuibile alle "complicanze dell’infezione". I periti hanno anche evidenziato che la “carente fornitura dei dispositivi per la corretta adozione delle misure” di prevenzione e di “isolamento, e la mancanza di personale” erano “criticità, almeno nella prima parte della pandemia, presenti in gran parte delle strutture sanitarie” italiane.
Per questo motivo, nonostante i problemi organizzativi gestionali e le “tardiva applicazione delle procedure” di protezione “attuate, hanno potuto incidere sulla propagazione del virus”, non ci sarebbero "responsabilità" attribuibili "alla dirigenza" del Pat. In base a quanto emerso, il pm Clerici ha ritenuto che gli elementi non sarebbero "idonei a sostenere un’ipotesi accusa in giudizio” per “insuperabili” carenze probatorie “sotto il profilo sia soggettivo che oggettivo”. Come sostiene la Procura, infatti, in sei anni di indagini non si è riusciti a individuare "il momento di ingresso" del Covid nella struttura e come questo si sia diffuso nei vari reparti, e nemmeno "quali specifiche misure avrebbero dovuto e potuto essere adottate”. La richiesta, dunque, è ancora di archiviazione.