Il poliziotto Cinturrino: “Ho sparato d’istinto”. I legali della famiglia della vittima: “Nessun rammarico da lui”

"Cinturrino non ha sparato per uccidere, ma per paura. E lo ha fatto senza prendere la mira, al buio, a 31 metri di distanza. Quando si è reso conto di aver ucciso Mansouri, era disperato. Quello che è accaduto dopo – l'aver messo la pistola a fianco al corpo di Mansouri, dalla parte della mano che aveva in pugno il sasso – è un'azione deprecabile e sbagliata, è vero, e di questo Cinturrino si assumerà tutte le responsabilità. Ma deve pagare solo per ciò che ha fatto".
A riassumere, in estrema sintesi, il comportamento di Carmelo Cinturrino, a Fanpage.it è uno dei suoi due legali, l'avvocato Marco Bianucci che fa il punto della situazione alla luce dell'incidente probatorio, richiesto dalla Procura, tenutosi gli scorsi 10 e 11 aprile.
Cinturrino, assistente capo del Commissariato di Mecenate, si trova in carcere a San Vittore (Milano) dal 23 febbraio con l'accusa di omicidio volontario pluriaggravato di Abderrahim Mansouri – avvenuto il 26 gennaio nel pressi del boschetto di Rogoredo (Milano) – e indagato per oltre 40 capi di imputazione per estorsioni, spaccio e arresti illegali.
"Si è abbassato e si è alzato, io lì ho avuto paura, ho esploso, ho tirato fuori la pistola, ma senza mirare. Ho tirato istintivamente. A me il Mansouri Abderrahim non mi aveva fatto nulla di personale, io sul lavoro mio non c'ho mai messo nulla di personale, era lavoro", ha spiegato invece lo stesso Cinturrino con dichiarazioni spontanee depositate durante l'incidente probatorio dell'11 aprile.
"Io ho fatto 18 anni di Polizia (…) potevo fare altro nella vita (…) a me dispiace sentire in televisione determinate cose ed è un'umiliazione per me, mi creda, è un'umiliazione", ha detto ancora l'assistente capo davanti al gip Domenico Santoro, nel corso delle lunghe dichiarazioni per respingere tutte le accuse, dall'omicidio volontario, agli arresti illegali fino alle estorsioni e ai pestaggi per soldi e droga nei confronti di pusher e tossicodipendenti, ricostruite nelle indagini del pm Giovanni Tarzia e della Squadra mobile della Polizia.
"Non ho mai rubato (…) non ho mai preso soldi da nessuno (…) il mio intento in 18 anni è stato arrestare le persone, quando si aveva un riscontro", sono altri passaggi del verbale dell'agente. Mentre nelle altre centinaia di pagine ci sono le audizioni dei sei testi, tra piccoli spacciatori e tossicodipendenti e pure del testimone oculare dell'uccisione di Mansouri.
Racconti che confermano, in sostanza, dichiarazioni già messe a verbale davanti al pm sull'omicidio, le minacce, le botte, le "martellate", i taglieggiamenti, la presenza di più "squadre" con figure come "il biondo" e "il riccio". Le difese di Cinturrino e degli altri indagati, però, hanno puntato a minarne la credibilità, dato lo stile di vita dei testi e evidenziando "contraddizioni" nelle versioni.
Sentito da Fanpage.it l'avvocato Marco Romagnoli, che insieme alla collega Debora Piazza rappresenta la famiglia della vittima, ha detto: “Cinturrino per difendersi può dire tutto quello che vuole e l’ha fatto in incidente probatorio, quello che io in quell’occasione non ho notato è quel rammarico, quella disperazione, che dovrebbero essere propri di chi ha ucciso affermando di non voler uccidere".
"Ho visto una deposizione molto razionale. Per il resto nulla cambia rispetto a quanto è stato finora appurato: che Mansouri era disarmato, che è stato ucciso e per dissimulare è stata ricreata ex post una scena inesistente, che gli altri poliziotti presenti hanno assistito e non hanno detto A fino a quando poi il castello di carta non è crollato. Ora attendiamo la chiusura delle indagini”, ha concluso a Fanpage.it l'avvocato Romagnoli.
(Ha collaborato Chiara Daffini)