
Quando Carmelo Cinturrino, assistente capo della polizia, ha pronunciato le sue "scuse" ha scelto un destinatario preciso: le divise. "Ho tradito la loro fiducia", ha detto, appellandosi a un consenso corporativo e istituzionale piuttosto che alla famiglia di Abderrahim Mansouri, il 28enne che l'agente ha ucciso con un colpo di pistola alla testa lo scorso 26 gennaio durante un controllo antidroga nel cosiddetto "bosco della droga" di Rogoredo. Una scelta di parole (o di non parole) che pesa. Perché le scuse non sono mai neutre: definiscono il campo, stabiliscono a chi si riconosce un torto e a chi no.
Nei fatti, la Procura ha contestato a Cinturrino l'omicidio volontario. Secondo l'accusa, infatti, Mansouri non impugnava alcuna arma quando è stato colpito, ma sarebbe stato il poliziotto a collocare la pistola accanto al suo corpo in un secondo momento. Così, questa mattina, mercoledì 25 febbraio, il gip ha disposto la custodia cautelare in carcere, parlando di "pericolo di inquinamento probatorio" e "di reiterazione del reato", richiamando anche un profilo caratteriale già emerso: l'agente avrebbe definito i colleghi degli "infami", elemento che – nella valutazione cautelare – indicherebbe la capacità di Cinturrino di reagire con ostilità anche verso chi gli sta accanto.
Eppure, nel momento in cui ha potuto parlare, il poliziotto non si è rivolto ai genitori o ai fratelli della vittima. Ha parlato alla polizia, ha chiesto scusa alla categoria a cui apparteneva. Un dettaglio solo in apparenza secondario perché inserisce la vicenda all'interno di una riflessione più ampia: l'idea, dura a morire, che chi indossa una divisa sia, per definizione, incapace di errore o di abuso (come ha dimostrato la difesa preventiva delle forze dell'ordine "senza se e senza ma"), o che l'errore, se c'è, riguardi prima di tutto l'onore del corpo e solo dopo la vita spezzata di una persona, a maggior ragione se straniera o, come in questo caso, uno spacciatore.
In questa gerarchia implicita delle scuse si legge molto della persona che è Cinturrino e del contesto che lo circonda. Si legge un senso di appartenenza che prevale sul riconoscimento della vittima. Si legge una preoccupazione per l'immagine dell'istituzione più che per il dolore privato causato da un colpo di pistola. E si legge anche il motivo per cui il giudice ha ritenuto necessario il carcere: non solo per i fatti contestati, ma per un atteggiamento che, già nelle parole, sembra incapace di assumere fino in fondo la responsabilità umana del gesto.
Le scuse sono un atto pubblico. Non cancellano un reato, ma ne riconoscono la portata morale. Quando, però, vengono rivolte solo a una divisa e non a una famiglia, smettono di essere un'assunzione di colpa e diventano una dichiarazione di appartenenza. Ed è proprio questo il punto più inquietante dell'intera vicenda: non tanto che un agente possa sbagliare, ma che, nel momento di chiedere perdono, scelga ancora una volta da che parte stare.