Disastro ferroviario di Pioltello, la Procura: “I vertici di Rfi fecero prevalere i costi sulla sicurezza”
Alle 6:57 del 25 gennaio 2018 il treno 10452 di Trenord, partito da Cremona e diretto a Milano Porta Garibaldi, deraglia dopo aver attraversato la stazione di Pioltello-Limito dove, poco prima, un pezzo di rotaia lungo 23 centimetri si era staccato. Un distaccamento dovuto alle pessime condizioni in cui versava il giunto, che non era mai stato sostituito nonostante, come detto dalla pubblico ministero Maura Ripamonti, "lo sapessero anche i sassi".
Il bilancio dell'incidente è stato di oltre 100 feriti e 3 morti. E almeno un centinaio di persone a bordo con traumi psicologici.
Nel 2025 è arrivata la sentenza in primo grado: otto assoluzioni, tra cui anche la stessa Rete ferroviaria italiana (Rfi) e un condannato. Parliamo dell'ex responsabile dell'Unità manutentiva di Brescia Marco Albanesi, condannato in primo grado a cinque anni e tre mesi e che, oggi, ha concordato una pena di tre anni e quattro mesi con l'ok della procura.
Per i giudici di primo grado le responsabilità sulla gestione della sicurezza ferroviaria imputate ai vertici e ai dirigenti Rfi non sussistevano. Sono stati assolti, dunque, perché "non potevano sapere che quel giunto fosse in pessime condizioni", a differenza dell"Unità manutentiva che, invece, se n'era accorta. Il nuovo giunto era lì vicino, pronto per essere sostituito, ma non è mai stato cambiato. Nonostante questo, per il Tribunale non ci sono prove di condotte "commissive o omissive" da parte di dirigenti e vertici Rfi. Da qui, le assoluzioni e la condanna per Albanesi.
La procura però ha deciso di impugnare la sentenza chiedendo la condanna per disastro ferroviario colposo e omicidio plurimo colposo anche per Maurizio Gentile (ex amministratore delegato di Rfi, per cui erano stati chiesti 8 anni e 4 mesi in primo grado), Umberto Lebruto (ex direttore di produzione) e Vincenzo Macello (ex direttore territoriale della Lombardia), oltre a Rfi per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti. E, sempre oggi, Albanesi ha patteggiato per tre anni e quattro mesi. Nell'accordo tra accusa e difesa è venuto meno l'aggravante riguardo alle norme anti-infortunisiche. Alcune contestazioni sono cadute per assenza di querela, altre denunce, invece, sono state ritirate con transazioni risarcitorie fuori dal processo.
Oggi la pm Maura Ripamonti ha precisato che in Rete ferroviaria italiana sono state create le condizioni affinché "le esigenze di sicurezza non prevalessero su quelle del blocco della circolazione e su quelle economiche per le manutenzioni. Non sono stati forniti gli strumenti, anzi la società era strutturata in senso opposto". Gli operai della manutenzione quindi "facevano il minimo necessario. Tutto il resto era apparato a ditte appaltatrici esterne e questa era una linea precisa, un indirizzo strategico della società". Il manutentore "non aveva le procedure che gli consentivano di intervenire". Poi spiega che la segnalazione "partiva dagli operai e arrivava al capo della Unità manutentiva", ma poi "le procedure erano imprecise". In quella tratta, in quel periodo, "100 treni al giorno – ha detto la pm- passavano sopra 26 giunti ammalorati". Sono quindi state create le condizioni affinché Marco Albanesi "non intervenisse".
Secondo la Procura c'è stata una "sostanziale incapacità" di Rfi in qualità di gestore dell'infrastruttura, di "garantire le condizioni di sicurezza" e una "resistenza" della stessa "società e dei suoi vertici", tra cui l'allora Ad "almeno fino all'incidente di Pioltello, a rivalutare criticamente il proprio sistema manutentivo, indagando e intervenendo sulle cause di inefficienza". Sempre secondo la Procura, diverse omissioni, anche da parte dell'amministratore delegato sui profili organizzativi sistemici, avrebbero creato condizioni tali da "non permettere una rapidità di intervento commisurata alla gravità del pericolo".
Sempre la pm Maura Ripamonti sostiene che anche lo scambio d'informazioni interne per garantire la sicurezza, i vari passaggi coordinativi, erano inadeguati. "Rfi – afferma la pm – non era preparata e strutturata per garantire interventi urgenti sulla infrastruttura, interventi in tempo utile per evitare che si verificasse il disastro".
E c'era anche chi in Rfi doveva "mettere in condizione" i manutentori di garantire la manutenzione in tempi idonei proprio per "evitare incidenti gravi". Ma così non è stato. La pm ha anche spiegato che "i primi segnali di ammaloramento del giunto risalgono a febbraio 2017, a quasi un anno prima".
Ma allora perché quel giunto malandato e logoro non è stato sostituito? La risposta, che in primo grado attribuiva le colpe solo ad Albanesi, non è bastata alla procura: la responsabilità "va oltre quella colpa esclusiva, e bisogna capire perché i manutentori si siano trovati in "condizioni sfavorevoli per eseguire la sostituzione". Non c'erano "procedure precise" secondo la procura. E i manutentori "erano lasciati a loro stessi".
Sempre oggi la sostituta pg Olimpia Bossi ha illustrato la richiesta di rinnovazione del dibattimento, ossia l'apertura del processo, per ascoltare nuovi testimoni. Il motivo è nei testi (operai e consulenti) che, secondo la Procura, il collegio dei giudici “ha travisato, ritenendo quelle deposizioni fondamentali per le assoluzioni, che invece noi contestiamo”. La Corte si esprimerà su tutto, tra cui l'istanza di riapertura del processo, tra alcuni mesi.