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Da Corvetto al bosco di Rogoredo, cosa ha fatto il poliziotto prima di sparare al 28enne: la ricostruzione

Fanpage.it ha visionato il verbale dell’interrogatorio del poliziotto, ricostruendo i suoi spostamenti e la dinamica della sparatoria che ha portato alla morte di un 28enne a Rogoredo.
A cura di Giulia Ghirardi
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Immagine di repertorio
Immagine di repertorio

Prima di arrivare a Rogoredo, l'agente si trovava in zona Corvetto. È questo uno dei nuovi elementi emersi sul caso del poliziotto – al momento indagato per omicidio volontario – che lunedì scorso ha ucciso con un colpo di pistola alla testa Abderrahim Mansouri, 28 anni, durante un'operazione antidroga in via Giuseppe Impastato, a Milano.

Da Corvetto a Rogoredo: gli spostamenti dell'agente

Stando al verbale dell'interrogatorio che Fanpage.it ha potuto visionare, lo scorso 27 gennaio l'agente si trovava "in servizio in straordinario programmato, volto al contrasto dello spaccio di sostanze stupefacenti", fuori dal commissariato Mecenate.

Inizialmente, l'uomo avrebbe svolto da solo "un servizio di osservazione, in appostamento" in piazzale Corvetto. Successivamente, però, alle 17:00 avrebbe sentito un collega che gli avrebbe riferito di essere in procinto di entrare in "un'area boschiva" di via Impastato, chiamata "la Rotonda". "Ascoltando via radio ho sentito che la Sala Operativa inviava una volante", ha riferito il poliziotto in sede di interrogatorio davanti al pm Giovanni Tarzia. È a quel punto che l'agente, "visto che il servizio non stava dando esito", avrebbe deciso di prendere l'auto per raggiungere i colleghi al limitare del bosco.

Un'area della città non nuova al poliziotto perché – come confermato a Fanpage.it – da tempo l'agente sarebbe stato impegnato nel contrasto allo spaccio nella zona sud-est della città. Nell'ultimo anno, avrebbe effettuato circa quaranta arresti solo a Rogoredo, ricevendo diverse lodi per il suo operato e apprezzamenti di stima da parte dei colleghi.

La sparatoria nel bosco di Rogoredo

Una volta lì, i colleghi riferiscono all'agente di "aver fermato uno spacciatore". Poi, intorno alle 17:20, insieme a due poliziotti in borghese, l'indagato sarebbe andato "a fare un giro all'interno dell'area boschiva lì nei paraggi". All'improvviso "vedo due figure" che si avvicinano. "Uno l'ho perso di vista", l'altro, invece, avrebbe continuato ad avvicinarsi. A quel punto, "essendo molto conosciuto in zona" per l'attività di contrasto allo spaccio, l'agente ha ritenuto "opportuno" mettersi il cappuccio "per non farsi riconoscere".

Quando "siamo arrivati a circa 20 metri la persona si è fermata", ha spiegato a verbale l'agente. "Ci siamo qualificati dicendo ‘fermo polizia' e lui ha tirato fuori dalla tasca destra un'arma puntandomela contro. Io che nel frattempo avevo aperto il giubbotto e avevo fatto un passo per iniziare a rincorrerlo, ho estratto la pistola dalla fascia addominale e ho esploso un colpo in direzione del soggetto". Detto in altre parole: un colpo sparato da lontano, verso una sagoma sconosciuta, con un tempo di reazione quasi nullo tanto immediato, esploso alla vista di quella che sembrava un'arma, ma che poi si è rivelata essere una pistola a salve.

Dalla morte di "Zack" alle indagini

Dopo essersi avvicinato, l'agente ha riconosciuto la vittima. "Era Zack", ha aggiunto il poliziotto, spiegando che il 28enne era noto in commissariato perché appartenente alla famiglia Mansouri, una di quelle che "gestisce l'attività di spaccio nel bosco", si legge nel verbale consultato da Fanpage.it.

"Era a faccia in su sdraiato a terra con la pistola a 15 centimetri dalla mano", ha ricordato ancora l'agente tornando con la memoria ai momenti successivi allo sparo. "Ho sentito l'esigenza di allontanare l'arma perché la persona rantolava e la pistola era ancora nella sua disponibilità, ma non ricordo con esattezza". Nel verbale – che specifica che il poliziotto era vicino al 28enne quando ancora rantolava – non viene, però, menzionato alcun tentativo di soccorso. I sanitari sono arrivati "circa dieci minuti dopo", ma per il 28enne ormai non c'era più nulla che si potesse fare.

Anche per questo, la versione dei fatti "non convince affatto", secondo l'avvocata Debora Piazza che rappresenta il fratello del 28enne, persona offesa nell'inchiesta per omicidio volontario. "Abbiamo chiesto l'acquisizione delle immagini delle telecamere e aspettiamo gli esiti dell'autopsia. La verità va ancora accertata". 

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