Cataldo era di Codogno, nel Lodigiano, ma è morto a L'Aquila. Per Covid, dopo essersi negativizzato e poi, misteriosamente, ripositivizzato. Non si sa perché, non lo sanno nemmeno i dottori del capoluogo abruzzese che l'hanno avuto in cura. Ma è così. A piangerlo due figli e la moglie, che hanno dovuto pagare anche il trasferimento della salma per riaverlo a casa. Altrimenti, "arrangiatevi", gli hanno detto. Fanpage.it ha raggiunto Marcello, figlio di Cataldo, per raccogliere la testimonianza di quanto il padre, e la famiglia, hanno dovuto patire dal giorno in cui è stato ricoverato sino a quando gli hanno comunicato il decesso, due ore più tardi avergli assicurato che "la situazione è stazionaria".

I trasferimenti a Como e a L'Aquila

"Mio padre ha cominciato ad ammalarsi il 16 febbraio. Dopo una settimana di febbre alta è stato caricato e portato a Lodi domenica 23", ricorda Marcello, spiegando che al momento dell'arrivo al pronto soccorso di Lodi, "mio padre non era Covid". Poco dopo, però, il contagio prende anche il suo organismo, tanto forte da indurre i medici ad intubarlo due giorni più tardi, il 25 febbraio. Verso la fine del mese, però, Marcello riceve una chiamata: "Stiamo trasferendo suo padre al Sant’Anna a Como", gli comunicano dal nosocomio di Lodi. A Como, Cataldo "fa una degenza abbastanza lunga" durante la quale "si è sfebbrato". "Stava bene, doveva essere stubato", continua Marcello mentre rivive i momenti e la speranza che ha nutrito al momento della notizia. Ma il momento sarebbe stato interrotto di lì a poco, a causa di un nuovo trasferimento del padre per via di un decreto della Regione Lombardia che imponeva agli ospedali di spostare i pazienti diventati no Covid fuori dal territorio per liberare posti letto: "Pomeriggio mi chiamano alle 16.30 dicendomi: “Il secondo tampone è negativo”", motivo per cui l'avrebbero stubato. Poi, il primario del Sant'Anna lo chiama e lo avvisa: "Guardi, purtroppo, per una direttiva regionale dobbiamo trasferire suo padre. Lo stiamo già caricando e lo trasferiamo a L’Aquila con un elicottero militare". Marcello e Cataldo ancora non sapevano che sarebbe stato l'ultimo viaggio di quest'ultimo.

In Abruzzo la ricomparsa del Covid e poi il decesso

Rimasto quindi intubato, è stato trasferito a più di 500 chilometri di distanza. Arrivato all'ospedale San Salvatore del capoluogo abruzzese, un altro colpo di scena che ha un retrogusto amaro: "Adesso magari verrà stubato e magari rimandato a Como", dicono a Marcello, mentre da Codogno cerca di capire quale sia il reale stato di salute del padre, impossibilitato a muoversi a causa del lockdown. Il nuovo trasferimento non si verifica, ma dopo due settimane Cataldo è sottoposto a una tracheotomia che, a detta di Marcello, rappresenterà uno spartiacque: "Da lì è cominciato tutto il declino, ha cominciato ad aver febbre, una situazione polmonare compromessa. Era ritornato positivo al Covid". Intanto marzo passa, con Cataldo che fatica ma tiene duro, spronato anche dal figlio, fino a quando "la mattina del 29 ho telefonato alle 8, hanno detto che era invariato dal giorno precedente", rivela Marcello, prima di concludere con il nodo in gola: "Poi mi hanno chiamato loro a mezzogiorno dicendomi: “Ci dispiace, suo padre è deceduto”". Buio. E anche se Marcello non vuole puntare il dito contro chi ha lavorato notte e giorno in prima linea per salvare quante più vite possibili, non si capacita come sia stato possibile "dare il consenso di spostare un paziente intubato per la bellezza di tre volte, e non da un reparto all’altro. Da Lodi a Como. Da Como a L’Aquila".

Il figlio: Per recuperare la salma ci hanno detto di arrangiarci

Al dolore per la perdita del padre, condiviso con la sorella e la madre, per Marcello si è sommato un avviso ricevuto che sa tanto di presa in giro: "Il recupero della salma era a discapito della famiglia. Come se fosse stato in vacanza", spiega sconsolato a Fanpage.it. "Se volete andare a prendervelo, andate a prendervelo. Arrangiatevi", gli hanno detto quando ha chiesto spiegazioni. Per il trasporto, poi, sono state chieste cifre assurde: "Quattromila euro solo per riportarlo a Codogno", spiega. E mentre rivive per l'ultima volta i momenti in cui cercava di fare coraggio al padre mentre, difficoltosamente, cercava di tenersi su e badare alla sua famiglia, "col grande supporto della mia compagna", gli occhi di Marcello si riempiono di nero, come se fossero costituiti solamente della pupilla per assorbire tutto il male che ha patito: "Son cose che ti restan dentro e continui a farti la domanda: “Ho fatto bene?”", si interroga, sapendo, forse, che l'unica risposta è "sì". Per quanto non sia soddisfacente.