Cos’è il processo Hydra, che ha svelato l’alleanza tra mafie in Lombardia: in 62 condannati a 5 secoli di carcere

Ieri, lunedì 12 gennaio 2026, nell'aula bunker del carcere di Opera sono arrivate 62 condanne nell'ambito del processo Hydra, che ha svelato un presunto sistema di alleanze tra mafie in Lombardia. In particolare, il giudice dell'udienza preliminare Emanuele Mancini ha condannato 23 imputati per associazione mafiosa con una pena massima di sedici anni e altri 39 sono stati condannati per altri reati per una pena complessiva a cinque secoli di carcere. A questi si aggiungono nove patteggiamenti, 45 rinvii a giudizio e 29 persone prosciolte tra rito abbreviato e udienza preliminari. Sempre ieri, è stata ordinata la confisca di 450 milioni di euro, riconducibili al valore dei crediti fittizi Iva ideati dalle società vicine all'associazione mafiosa, e di altri 10 milioni di euro. Per coloro che sono stati rinviati a giudizio, il dibattimento inizierà il prossimo 19 marzo davanti all'ottava sezione penale del tribunale di Milano.
Il consorzio lombardo creato dai vertici delle tre mafie
Il giudice ha riconosciuto la contestazione principale che era stata mossa dagli investigatori. Le indagini, che sono state condotte dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano e coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia, hanno infatti svelato un'associazione mafiosa alla quale – come ha spiegato la pubblica ministero Alessandra Cerreti durante la requisitoria di ieri – hanno aderito "rappresentanti delle tre mafie sul territorio lombardo, e solo sul territorio lombardo, che hanno deciso di mettersi insieme per fare business, semplicemente questo, autorizzate dalle case madri a spendere il brand criminale di Cosa Nostra, della Camorra o della ‘Ndrangheta".
Gli inquirenti hanno messo in luce un sistema, una sorta di consorzio lombardo (come definito poi da alcuni pentiti), creato dai vertici di ‘Ndrangheta, Cosa Nostra e Camorra, che raccoglie diverse figure di "delinquenti finanziari" che avrebbe operato tra Milano e Varese per fare "affari" in tutta Italia e che, come sottolineato sempre da Cerreti, mostra come il capoluogo meneghino sia "un contesto mafioso né più né meno di come può esserlo la Calabria". Gli affiliati del consorzio sarebbero stati autori di estorsioni, traffico di droga e armi. I soldi poi sarebbero finiti in una cassa comune destinati "al sostentamento dei detenuti di ciascuna componente e pretese quale corrispettivo per l’assegnazione e/o agevolazione nella assegnazione di affari leciti o illeciti, in virtù della forza di intimidazione dell’intera associazione".
L'indagine è stata piuttosto travagliata. A ottobre 2023, aveva fatto discutere la decisione del giudice per le indagini preliminari Tommaso Perna di disporre solo undici misure cautelare rigettandone 142. Il tribunale del Riesame e successivamente la Corte di Cassazione avevano ribaltato la decisione di Perna accogliendo l'impianto accusatorio della procura.
Chi ne faceva parte: i condannati e i pentiti
Tra coloro che avrebbero aderito a questo consorzio lombardo c'è Giuseppe Fidanzati, figlio del boss di Cosa Nostra Gaetano Fidanzati, che ieri è stato condannato a dodici anni di reclusione. Ci sono poi Bernardo Pace e i figli Domenico e Michele, condannati a 14 anni il primo e a 12 anni gli altri due, che avrebbero fatto parte del mandamento della provincia di Trapani. Al vertice di questo, ci sarebbe stato Paolo Aurelio Errante Parrino, rinviato a giudizio, noto per essere un parente da parte di moglie del boss Matteo Messina Denaro. Parrino, conosciuto come lo Zio Paolo e che gestiva il bar Las Vegas ad Abbiategrasso, avrebbe curato i rapporti con la famiglia di Messina Denaro e si sarebbe occupato di qualsiasi necessità del nucleo familiare da soddisfare nel Nord Italia.
La pena più elevata è quella di 16 anni emessa nei confronti di Massimo Rosi, esponente di vertice della locale di Lonate Pozzolo, che è stato condannato per una serie di reati associativi, associazioni di tipo mafioso e traffico di droga. Oltre agli altri già citati, sono stati condannati Filippo Crea a 14 anni di reclusione, Giovanni Abilone, collegato al mandamento di Castelvetrano, a 13 anni e quattro mesi di reclusione. Sono stati invece rinviati a giudizio: Gioacchino Amico, Rosario Abilone.
William Cerbo (il 43enne, soprannominato Scarface, che farebbe parte del clan catanese dei "Carcagnusi" che fa capo a Santo Mazzei e che poi si è avvicinato al clan di camorra romana dei Senese), Francesco Bellusci (esponente dei clan di ‘ndrangheta della locale di Legnano-Lonate Pozzolo, noto come "Occhi Celesti",che avrebbe partecipato a diversi summit con i rappresentanti di Messina Denaro e del clan di Senese) e Saverio Pintaudi, che nel corso del processo sono diventati collaboratori di giustizia, sono stati condannati a quattro anni e mezzo di reclusione perché si sono visti riconoscere l'attenuante. Alcuni imputati sono stati inoltre condannati a risarcire i danni di immagine alle parti civili Regione Lombardia, Città Metropolitana di Milano, Comune di Milano, Comune di Varese, l'associazione Libera e quella Wikimafia.