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Cosa sappiamo sull’inchiesta per falso sull’arresto del 2024 fatto dall’agente che ha ucciso un 28enne a Rogoredo

La procura di Milano ha aperto un’inchiesta per falso per indagare su un arresto fatto nel 2024 dal poliziotto che, lo scorso 26 gennaio, ha ucciso un 28enne a Rogoredo. Il tribunale aveva trasmesso gli atti ai pm per valutare “condotte penalmente rilevanti”.
A cura di Giulia Ghirardi
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La sera della sparatoria in cui ha perso la vita Abderrahim Mansouri | Foto LaPresse
La sera della sparatoria in cui ha perso la vita Abderrahim Mansouri | Foto LaPresse

La procura di Milano ha aperto un fascicolo per falso ideologico, commesso "dal pubblico ufficiale in atti pubblici", su un verbale d'arresto del 2024 a carico di un 20enne tunisino, poi assolto, redatto dal poliziotto che lo scorso 26 gennaio ha ucciso con un colpo di pistola alla testa il 28enne Abderrahim Mansouri durante un'operazione antidroga in via Giuseppe Impastato, al limitare del "bosco della droga" di Rogoredo (Milano).

Dopo la formale procedura di identificazione, l'agente sarà iscritto come indagato nel fascicolo che, al momento, è ancora a modello 44, ossia solo con ipotesi di reato. A deciderlo, dopo diversi accertamenti, sono stati il procuratore Marcello Viola e il pm Giovanni Tarzia, titolari delle indagini sulla morte del 28enne, che ieri, giovedì 5 febbraio, hanno deciso di aprire il fascicolo per indagare ulteriormente sull'agente.

Poco più di un anno fa, infatti, con la sentenza con cui aveva assolto il 20enne tunisino, accusato di detenzione a fini di spaccio di cocaina, il tribunale di Milano aveva anche trasmesso gli atti ai pm per valutare "condotte penalmente rilevanti" nei confronti dell'assistente capo di polizia che eseguì l'arresto nel maggio 2024. Questo perché erano emerse "numerose affermazioni che non coincidono con quanto si può invece vedere dalle immagini delle telecamere di sorveglianza".

I dubbi sulla morte del 28enne a Rogoredo

Mentre la procura indaga nel passato, rimangono ancora da chiarire diversi punti riguardo l'uccisione di Mansouri avvenuta lo scorso 26 gennaio a Rogoredo. Secondo la versione resa dall'agente, il 28enne avrebbe puntato un'arma – poi risultata essere una pistola a salve – contro di lui, costringendolo a sparare per difendersi. Tuttavia, secondo quanto riferito a Fanpage.it dall'avvocato Marco Romagnoli, che insieme alla collega Debora Piazza rappresenta la famiglia della vittima, gli esiti preliminari dell'autopsia e la ricostruzione della traiettoria del colpo sembrerebbero raccontare una scena diversa.

I legali della famiglia di Mansouri hanno, infatti, evidenziato che il proiettile avrebbe colpito il giovane "di lato", una circostanza che, secondo loro, renderebbe difficile sostenere che la vittima stesse frontalmente puntando l'arma verso l'agente al momento dello sparo. Un dettaglio che ha rafforzato i dubbi degli inquirenti sulla dinamica descritta nel verbale.

A complicare ulteriormente il quadro è anche la ricostruzione delle ore precedenti alla sparatoria. L'agente, dopo un servizio in solitaria nella zona di piazzale Corvetto, si sarebbe spostato verso il bosco di Rogoredo, dove ha poi incontrato Mansouri. Una sequenza di azioni e decisioni operative che la procura sta ora analizzando nel dettaglio, verificando la coerenza tra quanto dichiarato e gli elementi raccolti. Tutti questi elementi hanno portato gli inquirenti a interrogarsi non solo su quanto accaduto lo scorso 26 gennaio, ma anche sulla condotta dell'agente in procedimenti passati. Un lavoro a ritroso che mira, dunque, a chiarire se esista un problema di attendibilità e se le eventuali incongruenze del passato possano aiutare a fare luce sulla morte di Abderrahim Mansouri.

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